Queste novità di verità antiche di novi mondi, nove stelle, novi sistemi, nove nazioni etc. son principio di secol novo. Faccia presto chi guida il tutto, noi per la particella nostra assecondiamo.

Tommaso Campanella in una lettera a Galileo Galilei
Roma, 5 agosto 1632

 

Campanella che scrive a Galilei dell’inizio di un «secol novo» pone, tra le altre, un paio di questioni. La prima: entrambi sono stati artefici di quel tempo nuovo, sia pure in modo diverso, ma sostenendosi reciprocamente. La seconda: entrambi sono stati perseguitati nel corso della loro vita, proprio per essere innovatori.

Emerge un dato con evidenza da questo rapido sguardo nel passato: essere autenticamente e profondamente innovatori pone ai margini, quando non addirittura in galera.

frontespizio ammezzato 125pxDel primo Seicento avrei potuto citare anche Caravaggio, pure lui spirito inquieto, rivoluzionario e morto fuggiasco. Oppure, lasciando quell’epoca, altri personaggi che hanno condiviso con i citati la sorte. Ma il punto che qui mi interessa sottolineare è la grande difficoltà del nuovo ad affermarsi, nonostante nella storia la rivoluzione — quindi l’innovazione più totale — sia stata spesso una moda.

E qui scatta una trappola: la rivoluzione che diventa moda non vince, ma si trasforma in tutt’altro, a volte anche in strumento nelle mani della reazione, cioè nell’esatto contrario. In tal senso, la più classica delle formule è nelle fortunate parole di Tomasi di Lampedusa: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». È Il Gattopardo, dopo le prime trenta pagine circa, dipende dall’edizione.

Campanella, Galilei e i personaggi di Tomasi di Lampedusa dicono che il nuovo è minoranza. Lo è, del resto, per costituzione, se non lo fosse sarebbe altro. Vuol dire che per affermarsi deve crescere. E deve evitare di trovarsi nelle mani di chi lo accoglie, ma solo perché vuole bloccarlo.

Capire il nuovo, averne chiare la sostanza, i soggetti, le prospettive è necessario per farlo crescere. Vuol dire capire il proprio tempo e quindi capire sé stessi, per sapere da che parte stare, che ruolo interpretare, che vita menare. Nuovo è sempre la capacità di leggere la realtà, di rappresentarla, di saper agire su di essa.

Le opinioni e gli schieramenti dovrebbero formarsi intorno alla categoria del nuovo, declinata in ogni suo aspetto, piuttosto che intorno a sinistra, destra, centro, comunismo, fascismo, capitalismo e liberismo, vecchie ormai, alcune, di oltre duecento anni. Perché il vecchio sottrae spazio, nella discussione e nei fatti, al nuovo possibile: ambiente, territorio, cultura, economia sostenibile, giustizia, qualità.

Nel 1968, anno fatidico ed esempio contemporaneo di idee rivoluzionarie diventate moda, il 21 novembre al Consiglio Nazionale della DC, Aldo Moro descrisse un processo allora in atto nella società italiana, che ben presto, anche tragicamente, è stato ridotto all’immobilità. Moro disse:

«Tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai. Il vorticoso succedersi delle rivendicazioni, la sensazione che storture, ingiustizie, zone d’ombra, condizioni d’insufficiente dignità e d’insufficiente potere non siano oltre tollerabili, l’ampliarsi del quadro delle attese e delle speranze all’intera umanità, la visione del diritto degli altri, anche dei più lontani, da tutelare non meno del proprio, il fatto che i giovani, sentendosi ad un punto nodale della storia, non si riconoscano nella società in cui sono e la mettano in crisi, sono tutti segni di grandi cambiamenti e del travaglio doloroso nel quale nasce una nuova umanità».

E ancora:

«Non si tratta solo di essere più efficienti, ma anche più profondamente capaci di comprensione, più veramente partecipi, più impegnati a far cogliere in noi non solo un’azione più pronta, ma un impegno di tutta la vita, un’anima nuova che sia all’unisono con l’anima del mondo che cambia, per essere migliore e più giusto».

Dieci anni dopo, Moro è stato rapito e ucciso, mentre l’Italia, ingabbiati in vario modo quei «tempi nuovi», si è trovata in un ancien régime di privilegi, ragion di stato e mani leste che l’ha immobilizzata, non senza il consenso popolare. Moro parlava di processi in movimento da seguire, assecondare, indirizzare. L’Italia si è data mode e illusioni che l’hanno inebetita.

Oggi potremmo ripetere le stesse parole di Moro, ancora con grande attesa e ansia. Anche oggi «tempi nuovi si annunciano ed avanzano in fretta come non mai». Quale esito avranno?

secolnovo.it è una proposta, uno spazio di analisi e di discussione: cercare di capire e divulgare il nuovo possibile che merita di essere sostenuto e attuato. Il confronto tra vecchio e nuovo, tra privilegio e giustizia, tra costrizione e libertà, inteso come processo culturale e sociale, è sempre attuale. È quotidiano. Il moto, tuttavia, può diventare inerzia, come la rivoluzione moda.
secolnovo.it è una barchetta in mare. Non muove tanta acqua, ma vuole impedire che anche poca stagni.

venerdì 13 gennaio 2012

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2 commenti

  1. A magazine theme would make your blog look nicer :)

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