Norberto Bobbio (foto Paola Agosti in futura.unito.it)Il 2004 in Italia è iniziato con la scomparsa di Norberto Bobbio, una delle menti più lucide del Novecento, un intellettuale che, come pochi altri, è stato immagine del decoro e dell’autorevolezza della cultura, il filosofo che ha dedicato buona parte della sua opera alla storia della democrazia, ai suoi princìpî e fini, alla sua attualità e al suo futuro. Muovendo proprio da questo impegno teorico, che è stato la premessa ideale della sua prassi politica e civile, vorrei proporne il ricordo attraverso la rilettura di un suo scritto, Il futuro della democrazia, edito da Einaudi.

Si tratta di un testo di notevole interesse perché rappresenta la sintesi matura di una riflessione che ha caratterizzato quasi l’intero arco di una vita. In esso Norberto Bobbio si è occupato soprattutto delle promesse contenute nell’idea di democrazia, non mantenute poi dalla democrazia reale. Già il tema generale fornisce, in modo implicito, una definizione di democrazia, intesa come un processo sempre in essere, che non raggiunge mai un definitivo compimento, che può incontrare degli ostacoli e che per questo può deviare dai suoi princìpî e fini naturali. Si potrebbe dire, parafrasando Bobbio, che la democrazia è una speranza e che, come tale, richiede un grande impegno per poter essere realizzata, anche solo in parte.

Non è mia intenzione riassumere il libro, sarebbe una pretesa assurda. Vorrei, invece, proporre alcune domande, così come emergono dallo scritto di Bobbio, per indurre a cercare le risposte e quindi avviare una riflessione attiva sulla democrazia, il modo migliore per ricordare il filosofo scomparso.

La democrazia è il governo del popolo, il suo contrario è un governo in mano a pochi, il potere gestito da élites o da un dittatore. Se il governo è del popolo vuol dire che il potere è visibile, perché tutti sono a conoscenza delle decisioni prese. Se, al contrario, il potere è invisibile, se gli atti di chi detiene il potere sono nascosti, non si è in democrazia. Esiste un potere poco o per nulla visibile in Italia? Il popolo esercita la sua sovranità quando va a votare, cioè quando elegge i suoi rappresentanti nelle istituzioni. Infatti, il popolo fa le leggi e governa non direttamente, ma attraverso gli eletti. Nelle società complesse in cui viviamo, la democrazia diretta, cioè l’esercizio diretto della sovranità da parte del popolo, è concretamente impossibile. Il massimo di democrazia attuabile è quella rappresentativa, ma gli eletti, soprattutto se sempre gli stessi per decenni, non rischiano di trasformarsi in una élite, rendendo così la democrazia solo apparente?

La democrazia è una forma di governo basata su regole scritte, le costituzioni e le leggi ordinarie, gli statuti e i regolamenti, non sugli uomini. Questo è forse il suo carattere più distintivo. La regola fondamentale è quella che affida alla maggioranza la facoltà di decidere. Ma perché si formi una maggioranza è indispensabile avere scelte alternative. Così la democrazia è soprattutto regole scritte, è maggioranza che decide, è scelte alternative. Un tempo il livello di democrazia si misurava con il numero di elettori, la domanda era «quanti votano?». In Italia, prima solo alcuni uomini, istruiti e con un certo reddito; poi tutti gli uomini, il suffragio universale maschile; infine, dal 1946, tutti, uomini e donne. Oggi il metro per misurare la democrazia dovrebbe essere l’utilizzo del metodo democratico in più contesti possibili, se non in tutti gli ambiti della società. La domanda deve essere «dove si vota?». Dove si partecipa attivamente ad una decisione?

La democrazia è ritenuta, almeno in teoria, la migliore forma di governo, uno dei frutti migliori della civiltà occidentale, ma qual’è l’idea che ciascuno ha di democrazia? Perché spesso è difficile attuare il metodo democratico? Esiste un timore più o meno esplicito dell’alternativa, del confronto, del diverso punto di vista, del dissenso. Alla maggioranza si preferisce un’asfittico unanimismo, dietro il quale nascondere interessi personali e di parte. Cosa ha a che fare questo modo di pensare e di agire con la democrazia? E quando si associa un nuovo modo di fare politica all’attuazione del metodo democratico, non si afferma evidentemente che la politica tradizionale è poco o per nulla democratica?

Norberto Bobbio ha scritto nel libro che in Italia c’è una cattiva democrazia, che però è sempre preferibile alla migliore dittatura. In chi vive le storture e le degenerazioni della democrazia queste parole provocherebbero irritazione. Esse hanno, tuttavia, un fondo di verità, ma sono anche una consolazione effimera.

Pubblicato nel febbraio 2004 sul mensile della Fondazione Antonio Guarasci di Cosenza.

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