Giovanni Paolo IIIl 18 maggio scorso Giovanni Paolo II ha compiuto ottantaquattro anni. 1920-2004, un tempo lungo per qualsiasi uomo, in particolare per Karol Wojtyla, per quello che egli è stato e continua ad essere, per ciò che ha rappresentato e rappresenta. Ha vissuto gran parte del XX secolo: dai totalitarismi alla seconda guerra mondiale, alla resistenza al comunismo, al pontificato. Quindi l’alba del terzo millennio, il tanto atteso anno duemila, di cui egli è una delle immagini più significative. Ottantaquattro anni, venticinque dei quali vissuti da pontefice, intensamente, tenace baluardo della dottrina della fede, eppure profondo innovatore — direi rivoluzionario — come pochi altri contemporanei.

Gli anniversari del papa sono occasioni per ripercorrere le tappe intermedie della sua azione pastorale. Si ricordano sempre i tantissimi viaggi, le encicliche, le preghiere ecumeniche, le giornate mondiali della gioventù. Un aspetto, invece, resta in secondo piano: l’attenzione di Giovanni Paolo II per i fedeli laici. Potrà sembrare fuori luogo questa sottolineatura, perché tutta l’azione del papa si rivolge naturalmente alla Chiesa e quindi anche ai fedeli laici. È vero però che egli si è occupato in particolare di essi, indicandone la natura specifica e sollecitandone un ruolo sempre più attivo nell’ambito ecclesiale.

Giovanni Paolo II ha dedicato a questi temi un’esortazione apostolica, la Christifideles laici, del 1988. In essa il papa, muovendo dalla Scrittura e dalla costituzione dogmatica del Vaticano II sulla Chiesa, la Lumen gentium, ha tracciato fin nei contorni vocazione e missione dei fedeli laici nella Chiesa e nel mondo, ossia la loro inclinazione e il loro fine. Ha scritto: «la comune dignità battesimale assume nel fedele laico una modalità che lo distingue, senza però separarlo, dal presbitero, dal religioso e dalla religiosa». Modalità vuol dire come il fedele laico vive il suo essere cristiano. L’attenzione al come è un rivolgersi alla prassi e quindi all’aspetto etico della vita di ciascuno, elemento fondamentale della religiosità cristiana che è religiosità della prassi. Assume importanza non solo il cosa fare, ma il come farlo.

Il papa continua citando la Lumen gentium: «i fedeli laici “vivono nel secolo, cioè implicati in tutti e singoli gli impegni e gli affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta”». L’invito pressante non è ad allontanarsi dal mondo, di cui l’esistenza di ciascuno è addirittura «intessuta», ma a viverlo pienamente secondo la prassi cristiana. «Il “mondo” diventa così — il corsivo è del papa — l’ambito e il mezzo della vocazione cristiana dei fedeli laici». Indicare il mondo come ambito d’azione dei fedeli laici e definirlo mezzo di tale azione è, ancora una volta, un richiamo al come, cioè ai modi dell’agire. Non basta una buona intenzione perché il suo valore dipende in gran parte dalla sua realizzazione. Alla modalità è riconosciuta una dignità sostanziale pari se non superiore a quella dell’oggetto stesso a cui essa si applica.

I fedeli laici non devono lasciare il mondo, perché il loro essere cristiani «non li toglie affatto dal mondo». Come afferma la Lumen gentium, lo specifico dei laici è «nel cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio». Questo fa scrivere a Giovanni Paolo II che le «immagini evangeliche del sale, della luce e del lievito, pur riguardando indistintamente tutti i discepoli di Gesù, trovano una specifica applicazione ai fedeli laici».

Sale e lievito, dunque, i fedeli laici, e luce del mondo, depositari di una dignità per nulla inferiore a quella di sacerdoti e religiosi, come invece per secoli ha insegnato il senso comune dei cristiani, se non la dottrina della Chiesa. Idea rivoluzionaria, dunque. E se ai fedeli laici è riconosciuto un carattere specifico, anche la loro spiritualità ha contenuti e forme peculiari. Quella dei laici è una spiritualità dell’azione che induce a vivere in senso cristiano la parte di mondo di cui è intessuta l’esistenza di ciascuno. La spiritualità laicale è una ricchezza, se non la ricchezza, della Chiesa e il riconoscimento ufficiale della santità di tanti laici da parte di Giovanni Paolo II ha proprio questo significato.

Verrebbe da chiedersi quanto ha assimilato la Chiesa delle riflessioni del papa sui fedeli laici. Direi poco, se ancora oggi quando si parla di vocazione si intende quasi esclusivamente la chiamata alla vita consacrata. Vuol dire che il papa ottantaquattrenne, su questi temi, ancora oggi è un vecchio giovane dalle idee innovative che cammina spedito, un passo davanti agli altri, spesso costretto a fermarsi ad aspettare che tanti giovani vecchi lo raggiungano. Auguri Giovanni Paolo.

Pubblicato nel 2004 su «ComunicAzione», periodico della diocesi di San Marco Argentano-Scalea.

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