Il 24 giugno scorso, presso il Dipartimento di Discipline Storiche dell’Alma Mater Studiorum, l’Università di Bologna, si è tenuto un seminario dal titolo I nuovi programmi di storia: una minaccia per la formazione storica e critica dei cittadini. Sono intervenuti storici dell’ateneo bolognese, di Pisa, Siena, Bari e di altre università italiane e numerosi insegnanti di ogni livello scolastico. Presente, tra gli altri, Paolo Prodi, Presidente della Giunta Centrale degli Studi Storici.

Il fine del seminario è stato l’analisi delle questioni poste dall’entrata in vigore delle Indicazioni nazionali per i piani di studio personalizzati del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Scientifica (MIUR). Ciò che emerge evidente dal testo in esame è un netto ridimensionamento del ruolo della storia nel percorso formativo degli studenti italiani. Si legge nel documento prodotto dal seminario bolognese: «le Indicazioni ministeriali qui in discussione riducono lo studio della storia antica a una faccenda riservata ai bambini; non assicurano a tutti gli scolari una uguale opportunità di formarsi con l’apprendimento della storia, poiché molti adolescenti che sceglieranno la formazione professionale non potranno più studiare la storia; hanno eliminato il legame tra storia ed educazione civica; con la selezione e la tematizzazione degli argomenti non ispirano la produzione di manuali migliori; riducono il tempo dello studio della storia del ‘900; riducono il tempo della storia nell’insegnamento. Le Indicazioni sono una minaccia per l’avvenire della storia nel nostro paese».

Gli storici riunitisi a Bologna hanno espresso una vera e propria requisitoria nei confronti del MIUR, per le scelte operate in merito all’insegnamento e quindi allo studio della storia in Italia. Ciò che desta maggiore preoccupazione è la selezione, operata dal Ministero, delle conoscenze storiche da trasmettere agli studenti. Ingerenza ideologica? L’inevitabile osservanza di questa indicazione determinerà il formarsi di una visione unica e monolitica della storia, che finirà — quella insegnata a scuola — per non avere nessun rapporto con le conoscenze della storiografia scientifica, le quali, tutt’altro che definitivamente fissate, sono in continua evoluzione perché si pongono costantemente in discussione. Non è solo e tanto una questione di contenuti, ma soprattutto di metodo. Esso, nella forma indicata dal Ministero, impedisce agli studenti di avere una visione di insieme dei fatti storici, del continuo divenire della storia e dei mutamenti che esso determina e quindi fornisce ad essi una conoscenza distorta che ha solo le parvenze della storia, ma che in realtà è un’asfittica raccolta di accadimenti.

Il seminario bolognese propone, in antitesi a quanto indicato dal MIUR, un insegnamento della storia «capace di assicurare un percorso formativo comune a tutti gli studenti e le studentesse e che fornisca grandi quadri cronologico-spaziali e di sapere critico»; che metta in condizione «di formare cultura storica atta a far comprendere il mondo attuale che è generato da lunghi processi di trasformazione ed è ormai plurale e interrelato»; che dia valore «alla conoscenza delle storie a scala locale»; che induca «a includere nei processi di insegnamento e di apprendimento i beni culturali».

Al di là del seminario tenutosi presso l’Alma Mater Studiorum, ma sempre alla luce dei temi che esso ha proposto e ha trattato, fa un certo effetto rileggere oggi quanto ha scritto Marc Bloch sessant’anni fa, nel manoscritto pubblicato postumo col titolo Apologie pour l’histoire ou métier d’historien: «È uno scandalo che, nella nostra epoca, più che mai esposta alle tossine della menzogna e della falsa diceria, il metodo critico non figuri sia pure nel più piccolo cantuccio dei programmi d’insegnamento: perché esso ha cessato di essere l’umile ausiliario di alcuni lavori di laboratorio. Esso vede ormai aprirsi dinanzi orizzonti assai più vasti; e la storia ha il diritto di considerare tra le sue glorie più sicure quella di avere così, elaborando la propria tecnica, dischiuso agli uomini una nuova strada verso il vero e, quindi, verso il giusto».1 Considerare la storia come uno scarno elenco di fatti, che un ministero o chi per esso si arroga addirittura il diritto di selezionare, equivale a svilirne e mortificarne il senso più autentico che è quello di formare la libera coscienza critica delle donne e degli uomini che ad essa si accostano. La storia è ricerca e la ricerca, prima ancora che pratica scientifica, è un bisogno esistenziale degli uomini, spesso inespresso o inconsapevole, ma pur sempre presente. La storia non può essere confusa con la semplice curiosità per quello che è stato. Essa è attenzione per le vicende degli uomini e quindi, in definitiva, per gli uomini stessi. La storia coltiva il senso critico e con esso il senso dell’altro. Per questo non può essere disgiunta dall’educazione civica, perché contribuisce in modo determinante a formare una comunità di cittadini maturi e consapevoli, quindi liberi.

In conclusione, dopo Bloch, è utile rileggere sul tema anche Gaetano Salvemini, senza ulteriori commenti, non solo per ragioni pratiche di spazio, ma per l’evidente chiarezza delle sue parole. Salvemini ha scritto: chi «nello studio della storia abbia imparato la propria discendenza intellettuale e morale, e confrontando il passato col presente abbia preso l’abitudine di cercare nel passato gli embrioni del presente e in questo uno sviluppo perenne del passato […] quale che sia il suo grado sociale, quali che siano le sue idee politiche e religiose, qualunque posto di combattimento gli avranno assegnato le tradizioni di famiglia, gli interessi, il temperamento individuale; […] non sarà né un semplicista, né un intollerante, né un cieco; non crederà che il mondo non debba più mutare o possa mutare ad un tratto; saprà osservare, criticare, valutare i fatti con pensiero se non assolutamente sereno, certo meno esclusivo e meno nebbioso di chi sia privo di ogni punto di vista storico».2

 

1 M. Bloch, Apologie pour l’histoire ou métier d’historien, Paris 1949; in it. Apologia della storia o mestiere di storico, trad. di Carlo Pischedda, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino 1969, p. 122
2 G. Salvemini, Pasquale Villari, in “Nuova rivista storica”, a. II (1918), fasc. 2, pp. 120-122

Pubblicato nell’ottobre 2004 su «asklea», periodico di cultura e attualità dell’editore Salviati.

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