1. Un commissario per Pompei
2. I lavori eseguiti e i visitatori-clienti
3. La cultura egemone: arte e storia in mano ai manager

 

Negli ultimi mesi del 2010 la cultura è stata in Italia soggetto ricorrente della cronaca nazionale. Questo dovrebbe essere del tutto naturale, considerato il patrimonio artistico, figurativo e architettonico, la tradizione letteraria e musicale, l’artigianato e la gastronomia che caratterizzano la grandissima parte del territorio italiano. Invece non è così. Che la cultura in Italia sia soggetto di cronaca, e quindi di attenzione e di discussione pubblica, è sorprendente già solo in quanto fatto, a prescindere dalle ragioni per cui lo diventa.

La cultura sinonimo di arte, storia e formazione è diventata in questi mesi soggetto di cronaca a causa dei drastici tagli di finanziamenti operati dal ministro Giulio Tremonti a istituzioni culturali nazionali, allo spettacolo, alle università. Tremonti, algido contabile di uno Stato che si vorrebbe azienda, ma che invece ha finito per essere una bancarella da fiera, è convinto che la cultura ‘non faccia mangiare’, ovvero che non produca ricchezza. Infatti, cercando di sostenersi con arguzia, ha invitato una giornalista che gli chiedeva dei tagli a farsi «un panino con la Divina Commedia». Avrà forse pensato, così, almeno di rendere omaggio alla tradizione classica del carmina non dant panem.

I tagli del ministro Tremonti, che di fatto hanno determinato anche la riforma del sistema universitario, sono stati lo sprone di manifestazioni di protesta, organizzate dagli studenti e da vari altri operatori culturali. Inusuale e per questo incisiva è stata la prolusione del maestro Daniel Barenboim alla prima del Teatro alla Scala (La Valchiria di Richard Wagner), il 6 dicembre. Barenboim, come richiamo solenne alle istituzioni, primo atto della serata scaligera, ha letto l’articolo 9 della Costituzione italiana: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».

L’impressione netta degli ultimi mesi del 2010 è che, in realtà, la Repubblica italiana non promuova affatto lo sviluppo della cultura, della ricerca, della formazione. E allo stesso modo non tuteli il patrimonio storico e artistico nazionale. In altre parole, la Repubblica, attraverso le istituzioni che la rappresentano a tutti i livelli, ignora l’articolo 9 della sua legge costituzionale. Per questo Barenboim lo ha letto.

Non è solo un’impressione. La seconda parte dell’articolo in questione indica la tutela del patrimonio storico e artistico come un impegno fondamentale della Repubblica. Ebbene, al di là delle opinioni, delle strategie, delle possibili diverse accezioni di ‘cultura’ e di ‘sviluppo culturale’, la mattina del 6 novembre, nell’area archeologica di Pompei, lungo via dell’Abbondanza, è crollata la Schola Armaturarum, la cosiddetta casa dei gladiatori. È un fatto. Altri crolli sono seguiti nelle settimane successive. Dunque, la Repubblica italiana non tutela il patrimonio storico e artistico, lo lascia crollare. Dovrebbe, invece, considerarlo la propria ricchezza più grande.

Di fronte alle proteste di studenti e operatori culturali, di fronte alle macerie dell’antica Pompei, la cultura sinonimo di arte, storia e formazione è diventata in Italia soggetto della cronaca e quindi dell’attenzione e della discussione pubblica.

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1. I fatti di Pompei sono l’occasione per analizzare una realtà più ampia di un singolo monumento andato distrutto. Dunque, dai fatti bisogna partire. Li riassumo in breve.

L’antica città di Pompei è stata distrutta da un’eruzione del Vesuvio nell’autunno del 79 dopo Cristo ed è rimasta sepolta dalla lava per più di mille anni. Solo nel 1748, Carlo III di Borbone avviò con una certa continuità i lavori di scavo che, soprattutto nell’Ottocento e nel Novecento, hanno riportato alla luce i resti così come oggi li vediamo. Nel 1997 l’UNESCO ha dichiarato l’antica Pompei patrimonio dell’umanità, per la straordinaria importanza che ha nello studio della società romana del I secolo dopo Cristo.

L’area archeologica di Pompei è molto vasta e presenta, com’è naturale, problemi di recupero, conservazione, tutela e restauro; questo mentre la visitano ogni anno milioni di turisti da tutto il mondo. Dal 1° aprile 2008 è gestita dalla Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei, istituita con un Decreto del Presidente della Repubblica (26/11/2007 n. 233). Si tratta di un organismo periferico del Ministero per i Beni e le Attività Culturali dotato di particolare autonomia, che riunisce sotto un’unica gestione i siti archeologici di Pompei, Ercolano, Stabia e Oplontis; il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e il Museo di Boscoreale; i siti archeologici dell’area flegrea e della penisola sorrentina.

Nonostante la riorganizzazione e il nuovo soggetto con speciale autonomia operativa e amministrativa, dopo soli tre mesi dalla sua istituzione, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, con ordinanza n. 3692 dell’11 luglio 2008, ha disposto che gli scavi di Pompei fossero gestiti per un anno da un commissario. Ha iniziato l’opera il prefetto Renato Profili, gli è subentrato dal febbraio 2009 Marcello Fiori, dirigente della Protezione Civile. Ora, va bene che l’area di Pompei è stata terremotata prima di diventare archeologica e che i tempi dei soccorsi in Italia non sono sempre rapidi, ma mandarci la Protezione Civile dopo duemila anni è, se non altro, un anacronismo. Resta, tuttavia, un fatto. Intanto, nel mese di luglio 2009 il governo ha annunciato la proroga di un anno del commissariamento: si è passati da uno a due. Vien da pensare che si siano accorti della gran quantità di lavoro da fare, oppure (più realisticamente?) che abbiano fiutato l’affare. In Italia, infatti, quando il patrimonio storico e artistico va in mano ai privati — direttamente o tramite un commissario che gestisce una reale o presunta emergenza —, spesso diventa mezzo di facili guadagni, senza però averne in cambio l’auspicata miglior tutela.

Il commissario per i lavori straordinari nell’area archeologica di Pompei ha avuto una disponibilità economica di 79 milioni di euro.1 Dunque, i soldi per gli scavi ci sono stati. In cosa li ha spesi? In Italia non è facile quantificare le disponibilità e le spese pubbliche, ciononostante l’Espresso ha pubblicato a metà novembre una parte del bilancio. La struttura commissariale è costata 2,3 milioni di euro; la mostra Pompei e il Vesuvio 600 mila; lo spettacolo Pompei in scena 113 mila; la sostituzione delle transenne che delimitano le rovine di Pompei 99 mila, quelle di Ercolano 37 mila; l’impianto per la diffusione del suono nello spazio 91 mila; una convenzione con l’Università di Tor Vergata «per lo sviluppo di tecnologie sostenibili» 724 mila; «l’arresto dell’incremento» dei cani randagi 102 mila; una visita che poi non c’è stata del Presidente del Consiglio 70 mila. Insomma, il totale delle spese pubblicate da l’Espresso è di oltre 4,5 milioni di euro.2 E dovrebbero essere, queste, le uscite collaterali agli interventi di recupero dell’area archeologica.

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2. Venendo più specificamente ai lavori eseguiti sulle rovine di Pompei, due casi indicano chiaramente l’idea generale che ha guidato l’azione del commissario: il restauro del Teatro Grande e la visita multisensoriale alla Domus di Giulio Polibio.

Il teatro dell’antica Pompei, originariamente in tufo rivestito di marmo, conservatosi solo in piccola parte, è stato rifatto più che restaurato. Oggi è un teatro in tufo contemporaneo, al quale di antico e rimasta solo la collocazione e pochi frammenti. È come se si costruisse, sull’area del Colosseo, utilizzando ciò che rimane di quel anfiteatro, una nuova struttura che gli somigli parecchio. Considerata l’aria che tira, prima o poi… Il nuovo teatro o il teatro restaurato, a seconda dei punti di vista, è costato circa 5 milioni e mezzo di euro ed è stato inaugurato il 10 giugno 2010 con un concerto dell’orchestra giovanile Luigi Cherubini diretta da Riccardo Muti.3

La Domus di Giulio Polibio, lungo via dell’Abbondanza, è la prima di Pompei in cui è possibile una visita multisensoriale, ovvero un percorso che coinvolge altri sensi oltre alla vista, che peraltro è impegnata in modo diverso. In pratica, attraverso nuove e sofisticate tecnologie, è lo stesso padrone di casa, Giulio Polibio, ad accogliere i visitatori ed a guidarli all’interno della propria abitazione. Sembra sia un puro spirito, invece è un ologramma, che sarebbe la riproduzione tridimensionale dell’immagine di Polibio, ricostruita partendo dai corpi ritrovati nella domus. L’effetto è un’evanescenza che crea una certa suggestione. Oltre all’ologramma del padrone di casa, c’è anche quello di una giovane donna incinta, nell’ultima stanza della casa, dove sono stati ritrovati il suo corpo e quello del bambino in grembo. Ce n’erano anche altri, forse di familiari. Si erano raggruppati in quel ambiente nell’estremo tentativo di sfuggire all’eruzione del Vesuvio.

Le figure evanescenti di Giulio Polibio e della giovane donna sono supportate da un sistema di diffusione sonora che dà voce alle ricostruzione olografiche e riproduce i rumori tipici di una casa, dal vasellame in cucina, all’acqua nell’impluvium, agli uccelli nel giardino.4 Si tratta, complessivamente, di un lavoro che rievoca l’ambiente domestico così come lo raccontano gli oggetti ritrovati sotto i detriti vulcanici. Esso è valido se ha basi scientifiche. Può essere un vero e proprio apparato critico, sia pure in forme nuove e tecnologiche, di notevole efficacia, che gli studiosi possono affiancare alle fonti archeologiche per stimolarne, nei visitatori profani (la grandissima parte), una conoscenza migliore.

Le visite multisensoriali alla Domus di Giulio Polibio sono iniziate il 1° giugno 2010 ed hanno suscitato un grande interesse nel corso della stagione estiva. Che vuol dire centinaia di migliaia di visitatori. Tuttavia, la bontà di un intervento, in ambito storico-artistico, ovvero in un’area archeologica come quella dell’antica Pompei, non si può valutare solo in termini di successo di pubblico. Un progetto culturale non può essere stimato per il numero di visitatori o spettatori che attira. O clienti. Infatti, sarebbe più corretto utilizzare la parola ‘clienti’, perché l’idea è quella, anche quando si parla di visitatori o di spettatori. Il contesto di riferimento, in tutti i casi in cui ci sia denaro in movimento, è ormai quello di una vendita. Domanda, offerta, prezzo. Se non c’è domanda bisogna eliminare l’offerta, se la domanda è alta il prezzo sale. L’individuo esiste solo se è cliente, ovvero se porta denaro. È la mentalità prevalente. Di più, è il sistema culturale di riferimento. Cultura non è solo arte, storia e filosofia. Il punto centrale di tante questioni del nostro tempo è proprio il confronto tra sistemi culturali diversi. E ‘cultura’ è sinonimo di ‘valore’. Cultura è ciò a cui è riconosciuto valore. Oggi, essere soggetti attivi significa essere venditori. L’alternativa, per chi non riesce a vendere, è comprare, essere cliente. Oltre, il nulla. Se un prodotto non ha clienti (se a Pompei i visitatori sono in calo) bisogna sottoporlo ad un’azione di marketing, che in ambito storico-artistico si sta affermando come nuova accezione di ‘recupero’ e di ‘restauro’. Conta poco l’oggetto in sé, esso vale solo se è richiesto, solo se diventa mezzo di guadagno.

Passata l’estate pompeiana degli ologrammi, in seguito alle prime piogge autunnali, leggiamo su la Repubblica che ha ceduto una trave del tetto della Domus di Giulio Polibio, «sono stati chiesti lavori di somma urgenza per 50 mila euro».5 Tutto questo un mese prima che crollasse la Schola Armaturarum. Non c’è molto da aggiungere. La cultura del marketing si occupa dell’involucro/ologramma senza badare al contenuto/domus. Se il contenuto crolla, l’involucro si riutilizza per un’altra domus. A Pompei ce ne sono tante! Prima che crollino tutte si fa ancora in tempo a spremere milioni di visitatori. Clienti.

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3. I fatti di Pompei dicono in modo esemplare non solo lo stato dei beni culturali in Italia, ma con esso le idee che hanno guidato negli ultimi anni l’auspicata tutela di quel patrimonio. E mostrano chiaramente quale sia oggi il sistema culturale egemone. La coincidenza che ha fatto sovrapporre il crollo della Schola Armaturarum alle proteste contro i tagli di finanziamenti operati dal ministro Tremonti, indurrebbe a pensare come causa del degrado dell’area archeologica di Pompei, e di tantissimi altri beni storici e artistici materiali italiani, la mancanza di soldi. È certamente vero che l’Italia investe in formazione, ricerca scientifica e beni culturali molto meno di altri Paesi europei, eppure non è solo questa la causa dei mali in quei settori. A Pompei, come abbiamo visto, i soldi c’erano. Ci può essere, però, qualcosa di peggio che non avere soldi: spendere quelli che si hanno in modo dissennato. E non mi riferisco, in questo caso, alla corruzione, il pozzo senza fondo in cui scompare tanta parte della ricchezza nazionale, ma piuttosto alla mentalità che guida la gestione della cultura in Italia. E che a Pompei è emersa in modo chiarissimo.

Cito due frammenti televisivi, immediatamente successivi al crollo della schola pompeiana. Uno è di Pierluigi Bersani, segretario nazionale del Partito Democratico, l’altro di Sandro Bondi, Ministro dei Beni Culturali. Domenica 7 novembre Bersani ha dichiarato nel programma In ½ ora: «In Italia si commissaria tutto, si commissaria anche Pompei. Però non c’è stato messo un archeologo, un tecnico, ma uno della protezione civile. Gli hanno dato 60 milioni di euro. Questo li spende senza gara, senza niente. Ne spende l’80% per la valorizzazione e il 20% per la manutenzione, gestione e protezione. Questa è la metafora del dramma italiano, perché si vogliono fare i miracoli e non si fanno le cose normali». Il ministro Bondi ha detto a Ballarò il martedì successivo, 9 novembre: «Abbiamo un grande problema in Italia: l’Italia è l’unico Paese al mondo in cui i musei e le aree archeologiche sono uffici dei sovrintendenti, cioè non hanno un’autonomia propria, amministrativa, organizzativa, un direttore. I sovrintendenti — verso i quali ho una grande stima, perché svolgono un lavoro di tutela del patrimonio storico-artistico italiano — non hanno le competenze e le qualità per gestire i musei e le aree archeologiche, perché ci vogliono competenze amministrative, organizzative, manageriali».

Le due dichiarazioni sono interessanti perché una come problema, l’altra come auspicio, la prima dall’opposizione, la seconda dal governo, indicano chiaramente che in Italia tanti gestori della cultura sono assolutamente incapaci di esserlo. Bersani denuncia che ad occuparsi dell’area archeologica di Pompei non è stato mandato un archeologo. Il ministro Bondi pone come condizione per gestire arte, archeologia e storia «competenze amministrative, organizzative, manageriali». Non è un paradosso, ahimé. La questione è che nel caso specifico il ministro è solo il tramite di un’idea che negli anni è diventata mentalità diffusa. Di più, cultura di riferimento. Tanto da infettare anche il sistema formativo pubblico e privato con corsi che hanno lo scopo di formare la figura del manager dei beni culturali. E va meglio quando il virus della managerialità attacca un individuo con formazione umanistica di base. Altrimenti ci si ritrova con ragionieri che gestiscono musei e ingegneri case editrici d’arte. Mi chiedo, a questo punto, perché gli storici non possano darsi alla libera professione medica?

Pensare che per gestire arte e storia servano «competenze amministrative, organizzative, manageriali» vuol dire svuotare i beni culturali del senso più profondo, ovvero essere segni di civiltà, di società passate; vuol dire considerarli meri strumenti, oggetti da esporre su una bancarella, da affidare al primo contabile baciato dal progresso e trasformato in manager. Inevitabilmente, però, accade ben presto che il bene culturale, diventato strumento (quando non addirittura ferro vecchio), può essere sostituito da un altro arnese, nuovo, scintillante, perfino tecnologico; uno specchietto per le allodole, anche Made in PRC, da riciclare alla prima occasione. Tutto questo può essere anche cultura, certo (il termine ha la bontà e il limite di poter comprendere ogni cosa), ma di cultura del profitto si tratta. Essa non ha proprio nulla a che fare con l’Umanesimo, cultura — rieccola — della centralità dell’uomo e non delle merci; sensibilità acuta e raffinata che ha dato senso, un senso profondo all’essere uomini e che ha generato la storia e l’arte per cui all’Italia guarda il mondo intero e di cui l’Italia, ancora oggi, in gran parte vive. Nonostante Giulio Tremonti.

Cultura del profitto da una parte, cultura umanistica dall’altra, lo stato del patrimonio storico e artistico nazionale mostra che in Italia il problema non è il degrado dei beni, quello è un sintomo. La questione centrale è piuttosto l’egemonia di una cultura su un’altra, di una visione del mondo che ha drasticamente limitato l’espressione di tutto ciò che non è immediatamente monetizzabile. Una mentalità miope, del presente a tutti i costi, che ignorando il passato ha finito per rubare ogni speranza a chi avrebbe voluto costruirsi il proprio futuro.

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1 R. Giuseppone, Pompeitour, in «Chiaia Magazine», anno V, n. 6/7 (giugno-luglio 2010)
2 E. Fittipaldi, Pompei, ecco gli affari della cricca, in «l’Espresso.it», 18 novembre 2010
3 G. Donatone, Il restauro a Pompei del Teatro Grande, in «la Repubblica.it», 23 giugno 2010
4 G. Silvestri, Pompei sempre più ricca e Polibio diventa un ologramma, in «la Repubblica.it», 1 giugno 2010
5 S. Cervasio – A. Custodero, Degrado e sprechi. Pompei senza guida da 6 mesi, in «la Repubblica.it», 3 ottobre 2010

Pubblicato nel dicembre 2010 su Artjob.it.

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