«A Blythe… ancora. Più che mai». Dan Brown ha trovato il suo Graal molto tempo prima di Robert Langdon. Così come Blythe lo ha trovato prima di Sophie. Le premesse del romanzo e la sua conclusione si incontrano, com’è naturale. Segno di una coerenza di fondo che è tra i caratteri più evidenti, ma meno notati del testo in questione.

Rosslyn Chapel (scotland-flavour.co.uk)Il codice da Vinci offre diversi livelli di lettura. C’è il racconto, lineare, delle vicende di Robert e Sophie, scritto in uno stile piano, fin troppo scorrevole. Tanto da far sentire la mancanza del tentativo di rendere in forme linguistiche l’aspetto e le atmosfere di certi ambienti e di certe situazioni, che avrebbero potuto richiederlo. Un esempio per tutti. La Rosslyne Chapel, il luogo in Scozia dove Sophie giunge infine a conoscere la verità sulla sua famiglia. Nella realtà è una selva intricata di archi acuti, di finestroni a mosaico, di elementi del gotico fiorito che nel testo non sono neanche accennati. Non dico elencati o descritti, ma espressi con un intreccio di parole che potesse suscitare sensazioni analoghe a quelle indotte dall’architettura. Il percorso del lettore sarebbe stato in qualche modo più arduo, ma la narrazione di certo più ricca. Dunque, il livello testuale del romanzo di Dan Brown, cioè la forma e lo stile, credo si possa definire facile.

C’è poi il fatto, attorno a cui ruotano i personaggi, gli enigmi e le vicende, ovvero la ricerca del Graal. È il centro di tutto e quindi è comprensibile che sia stato e sia il livello più frequentato dalla discussione che Il codice da Vinci ha suscitato in questi anni. La ricerca, inoltre, pone altri due aspetti ugualmente centrali, la custodia e, soprattutto, la definizione del Graal.

Cos’è il Graal? Un incrollabile mito medievale, un oggetto da cercare e custodire, ma anche la metafora più sublime della ricerca stessa. Per la tradizione, il Graal sarebbe una reliquia cristiana, ovvero il calice dell’Ultima Cena, utilizzato da Giuseppe d’Arimatea sotto la croce, per raccogliere il sangue di Gesù, trafitto da una lancia nel costato. Il primo a scriverne è stato Chrétien de Troyes, un raffinato poeta francese, alla fine del XII secolo, nel suo Conte du Graal. «Un Graal teneva una damigella nelle mani… gentile e nobilmente adornata. E quand’essa fu entrata, dal Graal che teneva s’irradiò per tutta la sala un chiarore sì grande che le candele impallidirono come le stelle o la luna quando si leva il sole». Nel Conte il Graal è una coppa preziosa, fonte di luce, ma non è ancora descritto come il calice dell’Ultima Cena. Neanche Wolfram von Eschenbach, autore del Parzival agli inizi del XIII secolo, ne parla come del calice di Gesù. Anzi, per lui il Graal è una pietra miracolosa, ma anche «il compimento dei desideri del cuore». Solo a metà del XV secolo, Thomas Malory, in La morte d’Arthur, descrive il Graal come il vaso che contiene il sangue del Cristo.

Il Graal è dunque coppa, vaso, pietra, calice, ma anche simbolo della Vergine Maria, che tenne il Verbo di Dio in grembo, e Arca dell’Alleanza, la custodia delle tavole date da Dio a Mosè sul monte Sinai. Le tavole di pietra rappresentano l’antica legge, il sangue di Cristo è segno e sigillo della nuova alleanza.1 In tutte le sue definizioni il Graal è purezza, virtù, perfezione. Per secoli, infatti, ha rappresentato il fine più alto delle azioni di ogni cavaliere, perché «solo chi ne è degno»2 può trovarlo.

Dan Brown si inserisce nella tradizione e definisce il Graal in un modo nuovo, attirando l’attenzione su una possibilità valutata finora forse solo da pochi iniziati. Il codice da Vinci è tutto in una frase: «Il Santo Graal è Maria Maddalena, la madre della dinastia ragale di Gesù Cristo».3 Trattandosi di un’affermazione non proprio ovvia, è comprensibile che abbia suscitato curiosità e discussioni anche vibranti. Si è tornato a parlare della natura umana di Gesù come forse non lo si faceva da secoli. Eppure, per il cristianesimo eterodosso dei vangeli apocrifi, la vita privata del Cristo è un argomento del tutto normale, aperto ad ogni possibilità. Non implica necessariamente la negazione della sua divinità, ma al contrario la conferma e la esalta, perché egli è Dio che «si è fatto uomo». Le questioni filosofiche legate ai termini ‘natura’ e ‘sostanza’ non erano patrimonio del giudaismo, nel cui contesto culturale è nato il cristianesimo. Appartenevano al mondo greco-romano e solo quando la nuova religione si confrontò con esso dovette affrontarle. Il cristianesimo delle origini non era per i filosofi, ma per i «poveri in spirito» e i «puri di cuore». Come il Graal. Accostare Maria Maddalena a Gesù, fino a considerarla sua compagna, non è blasfemo, perché non mette in discussione la divinità del Cristo, ma considera in modo diverso la figura della Maddalena, recuperando l’antica sacralità della donna.

Leonardo, Ultima cena (Wikipedia)Il percorso narrativo attraverso cui Dan Brown identifica il Graal con Maria Maddalena, coinvolge Leonardo da Vinci come autorevole sostenitore di questa idea, perché ritenuto Gran Maestro del Priorato di Sion agli inizi del Cinquecento. Leonardo sarebbe stato guida suprema dei custodi del Graal e insieme dei documenti che ne permettevano la corretta identificazione. Egli avrebbe inserito segni che indicano l’enigma del Graal in alcune sue opere. In particolare, avrebbe raffigurato Maria Maddalena alla destra di Gesù, nell’Ultima Cena affrescata nel refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano. Il Graal sarebbe Maria Maddalena e Leonardo ne avrebbe fornito un segno visivo di grande evidenza e suggestione.

Secondo Brown, Leonardo riteneva «che un’anima umana non potesse essere illuminata a meno che non possedesse insieme elementi maschili e femminili».4 Maschio e femmina, con simboli la lama (una piramide senza base con il vertice in alto) e il calice (una piramide senza base con il vertice in basso). Ritorna in questa idea la creazione dell’uomo, così come è narrata nel libro della genesi: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina lo creò» (1, 27). Si, «lo creò» e non «li creò», come è nella versione ufficiale italiana, secondo un traduzione un po’ goffa che lascia il singolare ‘lo’ quando dice «a immagine di Dio» e introduce il plurale ‘li’ quando ritiene di dover diversificare i sessi. Con tutte le implicazioni di una scelta del genere. Invece, «lo creò», perfettamente coerente con lo sviluppo e la logica interna dell’intera frase, esprime fin nella natura stessa delle origini divine del genere umano, il reciproco completarsi di maschio e femmina, l’essere l’uno intima parte dell’altro. E non si tratta di femminismo militante o romanticismo sentimentale. Puntualizzazione superflua, ma doverosa. Substantia rerum est. È così. L’unione tra maschio e femmina è ricomposizione di ciò che è diviso. Ma ricomporre, incontrarsi, riconoscersi presuppongono l’essere stati uniti da sempre. Maschio e femmina, insieme, ridanno vita all’uomo della creazione, «maschio e femmina lo creò», e quindi affermano il carattere sacro della coppia, luogo ideale in cui hanno privilegiata e forse esclusiva dimora sentimenti e sensazioni.

Il codice da Vinci offre questi livelli di lettura. Il testo, lo stile, il fatto, i personaggi, la storia. Un altro ancora, tuttavia, forse velato, li ricapitola tutti. Un senso aureo del racconto che c’è in filigrana e che quindi bisogna cercare. Come la proporzione divina, il numero phi, nella sequenza di Fibonacci. Letto il romanzo, valutato nei suoi vari aspetti, torna la domanda iniziale. Ora, cos’è il Graal? Cos’è quella meravigliosa metafora medievale, segno e sigillo delle virtù del cavaliere, da cercare per raggiungere la perfezione, l’unico vero dono da offrire alla propria dama? Il Graal è la donna ideale, è la ricerca della propria compagna. Il Graal è una luce delicata, ma intensa, che cambia aspetto a tutte le cose. È «il compimento dei desideri del cuore». Tutto è chiaro, ogni tessera del mosaico è al suo posto, nessuno spazio è vuoto. Il Graal è pienezza.

Il codice da Vinci offre diversi livelli di lettura, ma ha solo due veri protagonisti, Robert Langdon e Sophie Neveu. Uno storico scapolo e una giovane parigina. Cercando il Graal confermano il fondamento della tradizione originaria: «Non siete voi a trovare il Graal, è il Graal a trovare voi».5 Cercando di svelare l’enigma, i due si trovano reciprocamente. Substantia rerum est. È così.

 

1 G. Hancock, Il mistero del Sacro Graal, Piemme, 1995, pp. 62-68
2 D. Brown, Il codice da Vinci, Mondadori, 2003, p. 493
3 Idem, p. 296
4 Idem, p. 144
5 Idem, p. 322

Pubblicato nell’agosto 2006 su «asklea», periodico di cultura e attualità dell’editore Salviati.

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