Illustrazione di Quint BuchholzLeggendolo, sembra che Il venditore di storie di Jostein Gaarder abbia dei punti deboli: 1) il trauma causato nel piccolo Petter dall’episodio del padre che coglie la madre con l’amante; 2) la figlia del protagonista, Tesoro, che rispunta nella trama dietro lo pseudonimo di Wilhelmine Wittman, senza che il padre lo capisca subito; 3) l’incesto finale.

Il percorso della trama si intuisce fin dall’inizio dell’intreccio, tutto sembra banale. È così o è stato voluto esattamente così da Gaarder?

Il filo rosso del romanzo è la fantasia come liberazione dalla realtà. La realtà, dunque, è qualcosa da cui evadere. Il cervello di Petter non si ferma un attimo di creare storie per evitare di pensare a sé stesso e a ciò che ha intorno. Infine, il bisogno di scrivere, la scrittura, diventa rifugio, inteso però come fuga e non come terapia. Petter non vuole guarire, Petter non pensa neanche di essere ammalato.

Questo, in definitiva, è l’elemento assolutamente e mirabilmente tragico del romanzo. Quale miglior modo di renderlo, narrativamente, se non con un incesto inconsapevole, svelato dall’uso della stessa fantasia, fino a quel punto strumento per sbeffeggiare la realtà?

In altre parole, la realtà si rivale, presenta il conto finale, in tutta la sua scontata e tragica banalità. La realtà, la consapevolezza della realtà, accogliere la realtà diventano in ultimo l’unica via di salvezza. Non più la fantasia, non più il racconto, non più la scrittura come fughe.

Mirabile quanto evanescente la chiusa: «Questo è il primo oppure l’ultimo giorno della mia vita, non so se oso sperare in un miracolo. Salvo questo mio testo e spengo il computer. Tutto è pronto. Pronto per il grande salto». Il salto nella verità, l’unico che meriti davvero di essere rischiato. Sempre.

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