1. L’archeologia
2. La pittura
3. L’economia

 

La parte Nord-Occidentale della Calabria, indicata anche come Alto Tirreno Cosentino, subito al confine con la Lucania e a breve distanza dalla Campania salernitana, presenta aspetti storici, artistici e culturali di un certo interesse. Non si tratta degli echi della pubblicistica locale, sempre pronta a esaltare i propri luoghi, anche quando i luoghi non lo meritano, ma del prodotto di ragioni ben precise.Verbicaro, Manufatti del IV-III sec. a.C.

L’Alto Tirreno Cosentino è da sempre un territorio rimasto ai margini di realtà economiche, sociali e culturali più importanti e spesso in contrasto tra loro. Era italico quando la Calabria e la Campania erano magnogreche; conteso tra i bizantini della Calabria meridionale e i longobardi di Benevento e Salerno nell’alto medioevo; italo-greco e quindi orientale, quando la Chiesa di Roma iniziava l’occidentalizzazione dell’Italia meridionale, in seguito alla conquista normanna di quei territori. Facendo leva anche su avamposti come la diocesi di San Marco Argentano, di cui l’Alto Tirreno ha finito per far parte dall’ultimo quarto del Novecento.

Essere ai margini di realtà maggiori o anche stretto tra esse, ha fatto dell’Alto Tirreno Cosentino un territorio defilato e quindi, di fatto, autonomo rispetto ai centri politici, economici e culturali di volta in volta in auge, disponibile ad accogliere o conservare ciò che il centro riteneva superato. Questo ha reso i paesi che ne fanno parte, luoghi in cui è possibile trovare, ancora oggi, tracce di un passato anche lontano, spesso dissonante rispetto al passato ufficiale, codificato epoca per epoca.

Le ragioni politiche e culturali che nel tempo hanno defilato l’Alto Tirreno rispetto ai centri in auge, si spiegano anche in considerazione delle caratteristiche naturalistiche del territorio. L’entroterra della Calabria Nord-Occidentale è la propaggine meridionale del massiccio appenninico del Pollino. Esso è formato da piccole valli, in genere scavate dall’erosione di corsi d’acqua che oggi sono poco più che torrenti, da gole strette tra dirupi e piccoli pianori, da terreni collinari scoscesi per quanto assolati. Un territorio del genere si presta naturalmente a essere rifugio. Lo è stato, infatti, fin dalla preistoria, continuando a esserlo in epoca antica e nel medioevo, scoraggiando, per le sue asperità, i centri che di volta in volta avrebbero potuto impegnarsi per inglobarlo a essi non solo giuridicamente.

Gli aspetti storici, artistici e culturali di un certo interesse che presenta il territorio calabrese dell’Alto Tirreno, sono dunque come gli elementi di una stratigrafia antropologica e culturale, lentamente sedimentatisi nel tempo. Seguirli, traccia dei percorsi che fanno viaggiare nel territorio in questione, ma anche nel suo passato.

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1. L’archeologia

La Calabria Nord-Occidentale è stata abitata dall’uomo fin dalla preistoria. Le testimonianze più importanti di tali insediamenti sono a Papasidero e a Tortora.

Papasidero, Graffito del Bos primigenius (papasidero.info)Nel territorio di Papasidero si trova la grotta detta del Romito, un sito preistorico di interesse europeo. È sulle pendici del monte Ciagola, a circa 300 metri sul livello del mare, nei pressi del centro abitato. In essa sono stati ritrovati resti dell’uomo cro-magnon e soprattutto un macigno calcareo con un graffito del Paleolitico superiore (12.000–10.000 a. C.), che riproduce la sagoma del Bos primigenius, un bovide estinto. L’animale graffito è lungo 1,20 metri, mentre il macigno su cui è stato inciso è largo 2,30 metri.1 Ricorda nella forma le immagini delle grotte di Lascaux in Francia e di Altamira in Spagna, dello stesso periodo. Sono le primissime raffigurazioni artistiche prodotte dall’uomo e quindi sono di estremo interesse. Dopo aver scheggiato selci per millenni e non avendo ancora cominciato ad allevare animali e a coltivare la terra, gli uomini della grotta di Papasidero, come quelli di Lascaux e di Altamira, iniziavano a esprimere il loro pensiero attraverso figure di animali, possenti, slanciate, eleganti. Nei territori aspri e nascosti, propriamente nelle grotte in cui vivevano, quegli uomini primitivi sono stati i primi ad aver lasciato segni eloquenti della loro esistenza, in modo consapevole e artisticamente coerente. Qualsiasi itinerario alla scoperta della Calabria Nord-Occidentale dovrebbe partire dalla grotta del Romito di Papasidero, o quantomeno averla come tappa.

Il sito di Tortora, in località Rosaneto, è un giacimento all’aperto, di molto più antico dell’insediamento in grotta di Papasidero. Risale al Paleolitico inferiore, a un’epoca compresa tra i 300 e i 150 mila anni fa, ed è per questo uno dei più antichi d’Italia. In esso sono stati ritrovati resti materiali di un insediamento di cacciatori, fermatisi su uno dei primi pianori subito a ridosso della costa tirrenica.2

Nel territorio di Tortora ci sono altri siti di interesse archeologico. Uno è il pianoro del colle Palecastro, aperto sul mare, a 115 metri d’altitudine, che ha restituito i resti di un complesso monumentale di prima età imperiale (intorno al I secolo d. C.), formato da un piccolo foro porticato e da edifici religiosi. L’altro è quello di San Brancato, in cui è stata ritrovata una necropoli di epoca arcaica (550-450 a. C.), formata da alcune decine di sepolture. Le tombe sono fosse scavate nel terreno, con le pareti in alcuni casi rivestite da muretti di pietre a secco. I corredi funerari ritrovati indicano che gli individui sepolti a San Brancato fossero degli enotri, popolazione italica preromana e in contrasto con le colonie magnogreche, stabilitasi nei territori meridionali della penisola italiana.3

Gli oggetti più significativi tra i tanti tornati alla luce sul pianoro di San Brancato sono stati raccolti ed esposti nel Museo Archeologico di Palazzo Casapesenna a Tortora. L’allestimento in questione, notevole per qualità complessiva, presenta anche la ricostruzione culturalmente evocativa di una tomba enotria.

Verbicaro, Manufatti del IV-III sec. a.C.I siti archeologici di Tortora conducono dalla preistoria all’antichità preromana, epoca in cui i territori della Calabria Nord-Occidentale ebbero insediamenti prima enotri, poi lucani. Infatti, intorno al V secolo a. C. il popolo degli inumati di San Brancato scomparve, sotto la pressione dei lucani. I nuovi arrivati diedero vita a città importanti come Laos,4 intorno a cui sorsero tanti piccoli insediamenti rurali, in genere fattorie, sui pianori dell’immediato entroterra costiero o delle più interne valli fluviali. È questo il caso di Verbicaro. A monte del centro abitato, in località San Nicola, sono tornati alla luce resti del IV-III secolo a. C. , probabilmente di una dimora rurale. È stata ritrovata una varietà di oggetti, tra cui coppette, bicchierini e vasetti di argilla, che fa ritenere gli abitanti del sito dediti all’allevamento e a un’agricoltura di sussistenza, ma anche impegnati in pratiche di culto e nella cosmesi, segni questi di un livello sociale medio-alto.5

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2. La pittura

I secoli del tardo antico e dell’alto medioevo sono stati indagati poco per quanto riguarda la Calabria Nord-Occidentale. Del resto, è anche questo uno degli aspetti di un certo interesse che quel territorio mostra, ovvero, la possibilità che offre di essere scoperto e quindi studiato.

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, avvenuta nel 476, l’estremo meridione della penisola italiana, sia pure in modo discontinuo, divenne bizantino e lo è rimasto in gran parte, per tradizioni religiose e culturali, per secoli. Le asperità del territorio lusingarono la vocazione ascetica dei mistici e contribuirono a dare nuovo impulso al fenomeno religioso e culturale indicato come monachesimo italo-greco. Le grotte in cui vissero gli uomini primitivi, cacciatori e protoartisti autori di graffiti, nel medioevo ospitarono la solitudine degli asceti. Il territorio compreso tra gli attuali centri di Aieta, Papasidero, Orsomarso e Verbicaro, accolse una grande quantità di monaci. Era parte del più esteso Mercurion, una vera e propria regione monastica che si estendeva più a nord fino alle falde del Pollino.

Un segno certo della frequentazione del territorio in questione, intorno all’XI secolo, è il monastero italo-greco di San Nicola di Donnoso, che fioriva nell’attuale territorio di Orsomarso. Del suo archivio André Guillou ha pubblicato gli unici quattro documenti superstiti, prodotti tra il 1031 e il 1061.6 Da quella frequentazione ha potuto avere origine il primo nucleo urbano di Verbicaro, attorno alla chiesa della Madonna della Neve. Infatti, più che l’antichità italica o magnogreca, è il medioevo l’epoca in cui bisogna cercare le origini degli attuali centri abitati della Calabria Nord-Occidentale.

Orsomarso, Affreschi di San Leonardo, San FantinoLa chiesa della Madonna della Neve, oltre a essere il centro attorno a cui probabilmente è sorto Verbicaro, si inserisce in un tenue filone di pittura che coinvolge anche Orsomarso e Papasidero.7 In ciascuno dei tre paesi si trovano delicati cicli di affreschi, realizzati tra Quattrocento e Cinquecento, opere di maestri locali ancora non del tutto liberi dalla secolare tradizione bizantina, ma testimoni di uno stile con tratti evidenti di originalità e novità. Nella chiesa di Santa Sofia a Papasidero e in quella di San Leonardo a Orsomarso, grandi figure di santi, sia pure avvolte in panneggi che sono espressione del rinnovato stile pittorico occidentale, ricordano le immagini delle teorie musive di santi bizantini, composti nei loro atteggiamenti solenni e devoti. Ed è proprio l’incontro e la sintesi tra vecchio e nuovo a rendere questi affreschi testimonianze importanti, per quanto evanescenti, di una cultura che porta con sé ancora oggi, forse mai del tutto armonizzati, frammenti di tanti passati. Li rende immagine coerente di un territorio che nella composizione delle diversità ha avuto e forse continua ad avere la sua ragione esistenziale più profonda. Nella chiesa della Madonna della Neve a Verbicaro, una delle due madonne con bambino in essa raffigurate, sublima la sintesi tra vecchio e nuovo ed esprime in modo mirabile l’originalità dai tratti antichi del Maestro che l’ha dipinta. La Madre è giovanissima e ingenua. Ha i capelli lunghi, blandamente raccolti dietro la schiena. Si è sciolta ormai la matura e distante severità delle solenni maestà medievali. Il Figlio è un adulto, rappresentato con il corpo di un bambino. Forse anche il Maestro di Verbicaro, come il giovane Michelangelo nella Pietà, si è ispirato a Dante: «Vergine Madre, figlia del tuo Figlio».Aieta, Affreschi di Santa Maria della Visitazione (particolare)

Il filone di pittura a fresco della Calabria Nord-Occidentale non si esaurisce nel tentativo di comporre vecchie e nuove tendenze artistiche, nei cicli di Papasidero, Orsomarso e Verbicaro, ma si spinge oltre, fin nella modernità rinascimentale. Il punto d’arrivo del percorso ideale e di un itinerario concreto è la chiesa di Santa Maria della Visitazione ad Aieta. L’ipotesi che il Maestro di Verbicaro si sia ispirato al giovane Michelangelo, qui diventa un’evidenza. I corpi, gli sguardi, i colori, pur essendo impoveriti dall’essere frutto dell’ispirazione a un modello sublime, richiamano alla mente le forme e gli atteggiamenti dipinti da Michelangelo e quel Rinascimento maestoso, ma elegante a un tempo, che da lui ha tratto solide fondamenta.

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3. L’economia

Il carattere marginale della Calabria Nord-Occidentale rispetto ai centri politici ed economici di volta in volta in auge, ha determinato anche la necessità che essa fosse il più possibile autosufficiente nella produzione di oggetti indispensabili per la vita quotidiana. Questo ha indotto lo sviluppo di attività che si sono affiancate alle due primarie di sussistenza, l’agricoltura e l’allevamento di animali. Si tratta certo di un aspetto comune ad altre aree, geograficamente ed economicamente distanti dalla Calabria, che però assume una specificità locale se considerato in termini cronologici, ovvero in rapporto alla durata che esso ha avuto nel tempo. Nella Calabria Nord-Occidentale, l’autosufficienza produttiva è stata una necessità almeno fino al primo quarto del Novecento.

Aieta, Affreschi di Santa Maria della Visitazione (particolare)L’ambito in cui la produzione locale si è maggiormente sviluppata è la protoindustria tessile domestica. Il termine ‘protoindustria’ è utilizzato dalla storiografia economica per indicare realtà produttive, spesso domestiche, presenti in tante regioni dell’Europa moderna e che sono ritenute le forme arcaiche del sistema produttivo in genere, che dal Settecento in poi è diventato propriamente industriale.8 Nel caso della Calabria Nord-Occidentale, utilizzare ‘protoindustria’ significa anche indicare il permanere di un’organizzazione produttiva embrionale ben oltre i limiti cronologici entro cui è presente altrove e quindi, ancora una volta, evidenziare il carattere conservativo e stratigrafico del territorio in questione.

Alla fine dell’Ottocento, a Maierà, Santa Domenica Talao, Grisolia e Verbicaro erano attivi 230 telai domestici, che impegnavano in media per circa 120 giorni all’anno.9 Producevano tessuti di lana, lino, seta, cotone e canapa. Anche i filati erano di produzione locale e l’unico a essere importato era il cotone. Lo scambio delle materie prime e dei prodotti lavorati avveniva nelle grandi fiere che periodicamente si tenevano in ogni paese, in genere in occasione di feste religiose. A metà dell’Ottocento Verbicaro era il terzo mercato della seta, per quantità di scambi, della provincia di Cosenza.10

La produzione della seta, dal filato al tessuto, impegnava per lunghi periodi dell’anno perché implicava l’allevamento del baco. In Calabria la sericoltura è stata praticata fin dal medioevo bizantino. Lo indicano le tante piante di geslo documentate in passato nel suo territorio,11 in genere coltivate non tanto per il frutto prodotto, ma per le foglie, di cui si nutre il baco. Nell’Alto Tirreno Cosentino alcune tessitrici continuano l’attività protoindustriale domestica. Il lento formarsi della trama del tessuto, frutto in definitiva di due fili che si incrociano, in telai che hanno a volte più di un secolo di vita, è come se avesse fermato il tempo. Nei laboratori delle tessitrici di oggi gli arnesi, i gesti, i rumori sono del passato, eppure presenti, gli stessi di sempre.

Verbicaro, Anziana tessitriceL’attività tessile domestica della Calabria Nord-Occidentale è raccontata anche negli allestimenti dei musei della civiltà contadina di Grisolia e di Verbicaro. In essi si trovano le testimonianze materiali dei mestieri che nell’Ottocento caratterizzavano la vita economica e sociale del territorio in questione. Tutti erano la risposta a bisogni quotidiani, dal lattoniere, all’impagliatore di sedie, al sarto, al calzolaio. Il voluttuario mancava quasi del tutto in quel passato e in quelle piccole società.

L’idea ispiratrice dei musei della civiltà contadina prevede che essi siano diffusi nel territorio e che quindi abbiano uno stretto legame con esso, così da non essere sterili raccolte di cimeli, per le quali i visitatori nutrono davvero poco interesse. Il museo deve tutelare e conservare per poter mostrare, il legame con il territorio si esprime dunque nel recupero di vecchie botteghe, ma soprattutto nella tutela e nella valorizzazione dei pochi artigiani in attività. A Verbicaro è ancora possibile trovare vecchi mestieri, partendo dalle sale del museo verso i laboratori domestici delle tessitrici, il casolare dell’intrecciatore di vimini, i rifugi montani in cui i pastori producono i loro formaggi. In questi ambienti e nell’incontro con le persone che in essi lavorano si trova l’autentica specificità del territorio e la sintesi più compiuta e feconda della sua storia.

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1 A. Paladino – G. Troiano, Calabria Citeriore. Archeologia in provincia di Cosenza, Galasso Editore, 1989, pp. 90-92. Gli esiti delle ricerche e degli scavi condotti dall’Università di Firenze a Grotta del Romito dal 2000 in F. Martini – D. Lo Vetro (a cura di), Grotta del Romito a Papasidero. Uomo, ambiente e culture nel Paleolitico della Calabria. Ricerche 1961-2011, editoriale progetto 2000, Cosenza 2011.
2 E. Greco – G.F. La Torre, Blanda Laos Cerillae. Guida archeologica dell’Alto Tirreno Cosentino, Pandemos e Fondazione Paestum, 1999, p. 29
3 Ivi, pp. 31-39
4 P.G. Guzzo, Le città scomparse della Magna Grecia, Newton Compton, 1982, pp. 100, 126, 134-135, 163, 237-238
5 Gli scavi nel sito di San Nicola sono stati effettuati dalla Lares snc di San Giovanni in Persiceto (BO).
6 A. Guillou, Saint-Nicolas de Donnoso, Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile. Recherches d’histoire e de géographie, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1967. Sui documenti di San Nicola di Donnoso pubblicati da Guillou vedi G. Russo, Viaggio nel Mercurion attraverso carte greche dell’XI secolo, Ferrari Editore, Rossano 2013.
7 M. P. Di Dario Guida, La Calabria nel XVI secolo, in Itinerari per la Calabria, a cura di M. P. Di Dario Guida, Editoriale l’Espresso, Roma 1983, p. 240
8 P. Kriedte – H. Medick – J. Schlumbohm, Industrialisierung vor der Industrialisierung. Gewerbliche Warenproduktion auf dem Land in der Formationsperiode des Kapitalismus, Göttingen, 1977; in it. L’industrializzazione prima dell’industrializzazione, Il Mulino, 1984, pp. 93-161
9 G. Sole, Viaggio nella Calabria Citeriore dell’Ottocento, Amministrazione Provinciale di Cosenza, 1985, p. 349
10 Ivi, p. 104
11 A. Guillou – F. Burgarella, L’Italia bizantina. Dall’esarcato di Ravenna al tema di Sicilia, Utet, 1988, pp. 179-187

Pubblicato nel secondo numero del 2008 di «Calabria Letteraria», rivista di cultura e arte.
Le indicazioni bibliografiche nelle note sono aggiornate agli studi più recenti.

 


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