Differenziare differire (Marchionni-Bellumore)Introduzione. Fondamento. Prolegomeni.

Tutto ha un inizio, ma non sempre la consapevolezza accompagna i primi passi. La consapevolezza che, quando c’è ed è dichiarata, indica il rapporto dell’idea con il tempo. Un procedere che è divenire, un inizio niente affatto inerzia, ma preludio. È la prima espressione di un’idea che vuole il suo compimento e sa di doverlo cercare in un tempo indefinito. È arte. Sentimento, riflessione, espressione, pathos.

Monia Marchionni e Luca Bellumore hanno allestito Prolegomeni nello Spazio Mecenate della Stop srl Multimedia, a Roma, in Via Mecenate, tra Santa Maria Maggiore e San Giovanni. La mostra è stata inaugurata il 26 febbraio e chiude il 19 marzo 2010. È curata da Sara Rella e comprende alcune serie di fotografie e installazioni-sculture.

L’idea che ispira l’arte di Monia Marchionni è un impegno estetico e sociale insieme, un pensiero che spinge la riflessione oltre l’espressione tecnica: «predisporre l’osservatore a riprendersi il proprio tempo, un tempo che non segue il ritmo della contemporaneità». La forma artistica non si limita ad essere tecnicamente impeccabile, ma trasforma questa sua caratteristica fondamentale nel veicolo a cui affidare la trasmissione di un concetto e l’ambizione di una mutazione. È arte contemporanea, cosciente di doversi confrontare e cimentare con altro che non sia una tela, un bronzo, un marmo, sia pure lavorati magistralmente.

Non seguire il ritmo della contemporaneità. Significa affermare che l’andamento naturale di ciascuno non è quello del presente. La società intesa non solo come insieme di individui, ma come prodotto di valori, regole comuni, tradizioni, legami affettivi appare, tra le righe, con le sembianze di un organismo autonomo, controllore e non controllato dai singoli che pure ne sono la sostanza costitutiva.

Riprendersi il proprio tempo. La tecnica usata da Monia Marchionni è l’imprimitura di gesso su tavola. I segni hanno come contesto il bianco, ovvero la sintesi di tutti i colori, la riflessione più naturale, l’ambiente più adatto alla pura astrazione. Il linguaggio artistico, tuttavia, non è statico ed ecco che dall’incontro di lei col fotografo Luca Bellumore trae forma l’evoluzione espressiva che è presupposto teorico di Prolegomeni, nuovo aspetto della primigenia idea ispiratrice.

Differenziare differire è la prima serie di foto prodotta da Marchionni e Bellumore, in gran parte presente nello Spazio Mecenate. Un elemento indica subito l’essere di fronte a una evoluzione e non a una rottura. È il bianco. Senza uno spazio definito e definibile, oltre i limiti del tempo, i temi ed i soggetti di Differenziare differire sono astrazioni. La figura femminile, interpretata dalla stessa Monia Marchionni, incarna una pacatezza determinata ed inquietante, impegnata ad annodare stracci per formare una fune, strumento e segno dell’evasione. È l’impegno costante dell’arte. La prima foto della serie è un’immagine perfetta perché coerente ed essenziale. Classica. Astrazione purissima.

Nessun elemento è lasciato al caso. Gli stracci che la figura femminile annoda sono brandelli di camicie bianche, in origine perfettamente stirate e ripiegate, ossia l’uniforme inconfondibile dell’individuo in carriera. La mutazione delle camicie bianche da segno di omologazione a strumento di fuga è il tema di una installazione-scultura in mostra nello Spazio Mecenate. Una pila di camicie candide, su un parallelepipedo, diventa pila di tessuto ancora bianco, ma stavolta informe, annodato infine in una fune che cala dall’alto della pila-colonna, stimolando l’evasione «verso la libera espressione e il volere essere».

Evadere, dunque, ma da cosa? Dall’uniformità sterile e terrificante dell’individuo in carriera, interpretato da Luca Bellumore. La sua figura rappresenta l’omologazione, ossia la tendenza dominante nella società occidentale contemporanea, identificatasi in un modello economico divenuto filosofia di vita, trasformato dalla storia da mezzo in fine. La figura maschile della seconda foto di Differenziare differire non ha identità, è uguale a mille altre, non è persona. In taluni individui può mutare l’involucro — seguendo i condizionamenti illusori del marketing —, ma non muta il contenuto, plasmato dalle tendenze dominanti e reso identico per tutti. Nessuna opposizione esiste che non sia finta rappresentazione di modi e di aspetto. Nessuna vita che sia espressione di autonomia e consapevolezza.

La fuga è possibile grazie alla fune di stracci, annodati dalla figura femminile in Differenziare differire. Gli stessi stracci in fune e appallottolati tornano in Prolegomeni, la foto che dà il titolo alla mostra romana. In essa il bianco è stato usurpato dai fusti aspri degli alberi di un parco. Il paesaggio quotidiano irrompe nel linguaggio figurativo di Marchionni e Bellumore e lo trasforma in una prosaica documentazione dei fatti. Nel paesaggio naturale c’è la fune per l’evasione, sarà utilizzata? Se in Differenziare differire il tempo è assente perché l’astrazione lo travalica, in Prolegomeni il tempo è fermo perché sospeso tra ciò che è e ciò che può essere. Come un non finito che ha nel suscitare sentimenti di attesa il suo compimento. Introduzione, appunto, fondamento, prolegomeni. La pacatezza inquietante della prima serie di fotografie qui diventa angoscia per l’esito della scelta. Il linguaggio mostra un’ulteriore evoluzione che lo rende adatto a esprimere la sollecitazione racchiusa nell’idea iniziale: riprendersi il proprio tempo.

L’evasione dipende dalla scelta, non è affatto ovvia. Implica la coscienza di una condizione, la capacità di vedere la fune della salvezza, l’onestà intellettuale di riconoscerla come tale. Una terza serie di tre foto tutte in mostra a Roma esprime questa difficoltà. Cum-versione consolida il nuovo linguaggio, che alla purezza del bianco ha sostituito la complessità terrea del reale. Il soggetto è raffigurato in una camera da letto ovattata. È statico, sembra cercare senza trovare, non vede la fune, non ce l’ha, il suo impegno diventa una ludica distrazione. Il contesto lo limita, non ha sbocchi, è circondato da anacronismi. Cum-versione è di impatto più immediato, forse perché esprime la condizione presente della maggioranza degli individui.

In Solo, notturno, che chiude idealmente la mostra nello Spazio Mecenate, una piazza come mille altre assume un’identità propria grazie ad alcuni palloncini bianchi. Sono come dei fuochi fatui, testimoni del mutare della vita piuttosto che del suo estinguersi, pronti non a sostituire, ma a moltiplicare la luce fioca di un contesto che sembrerebbe del tutto buio. Torna il bianco in Solo, notturno, il bianco delle origini e dell’astrazione, il bianco segno della capacità di sintesi, della capacità di dissentire e staccarsi da ciò la cui essenza è l’uniformità con altro, con altri. Staccarsi ed essere differente. Essere persona.

Pubblicato nel marzo 2010 su Artjob.it.

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