Torna, a volte, parlando di poesia, la domanda che Montale pose all’Accademia di Svezia, nel suo discorso per la consegna del premio Nobel. Era il 1975. «È ancora possibile la poesia?». Tornando, le fa eco la questione più generale di «quale sarà il destino delle arti». Montale concluse che non può esserci una risposta, perché quelle domande richiamano questioni più profondamente esistenziali dell’uomo stesso, che si porranno finché l’uomo esisterà.

Non è inutile, tuttavia, ricordare la domanda di Montale, perché essa, nel chiedere una risposta, induce a cercare il senso autentico della poesia. Ogni epoca, ogni luogo, ogni individuo nitidamente in questo si riflette.

Nel nostro tempo la poesia è l’occasione per recuperare la parola dallo svilimento in cui è ridotta. L’espressione verbale o scritta è oggi abbondante come mai prima, ma la quantità sembra esserne l’unico elemento distintivo. La comunicazione è un vomito di parole, dal tanfo nauseante di utilitarismo. La parola diventa merce e, ancora peggio, moda. Il conformismo la rende strumento più che espressione. Costretta ad inseguire quantità e profitto, essa è svuotata di senso. È suono vacuo, segno indistinto, finzione. Se la parola — significante — ha reciso il suo intimo legame col significato, muore. E l’uomo mette a rischio una parte cospicua della sua umanità. Non a caso, nella Bibbia, alle origini del mondo, quando «la terra aveva una sola lingua e le stesse parole», il castigo divino per la superbia degli uomini fu la confusione delle lingue, quindi delle parole, intorno alla torre di Babele (Gen 11, 1-9).

Da metà dell’Ottocento e per tutto il Novecento la poesia è stata innovazione rispetto ai modelli precedenti nella misura in cui essa ha restituito alla parola il proprio valore significante. Ne era stata privata dal frequente uso banale, esclusivamente formale. La poesia non è tale perché utilizza parole estreme, colte o volgari; non è toccante perché propone certe immagini, divenute nel tempo oleografiche (il vento impetuoso, il mare schiumoso, un tramonto infuocato, un cielo stellato, il sangue per la Patria versato); oppure perché è piena zeppa di aggettivi, che si affannano a descrivere e invece creano ridondanza. La poesia vale quando restituisce pienamente a ciascuna parola il significato autentico. Questa finalità ha determinato l’affermarsi del verso libero, sciolto dai vincoli della metrica. Ha generato poesie essenziali, astrazioni purissime, nelle quali, spesso, il verso è formato da una sola parola. La parola espressione, la parola significante, la parola protagonista.

Al di là delle vicende letterarie di parte dell’Ottocento e del Novecento, al di là della storia, l’eloquenza simbolica della confusione delle lingue intorno alla torre di Babele dice che lo svilimento della parola indica uomini in difficoltà, non al meglio della loro condizione umana. La poesia, dunque, come occasione per ridare alle parole il proprio valore significante non ha tempo, anche se in alcuni periodi, più che in altri, è specificamente definita in tal modo. Come ha scritto Montale nel discorso per la consegna del Nobel, la possibilità o meno che la poesia continui ad essere è analoga alla possibilità che l’uomo risolva «le tragiche contraddizioni in cui si dibatte». Vuol dire che la poesia ci sarà sempre, come le contraddizioni dell’uomo. E sarà, aggiungo, nelle sue espressioni più alte, trionfo della parola. Il foglio bianco del poeta è il palcoscenico di un teatro senza tempo, in cui gli attori sono le parole.

Il premio nazionale di poesia OcchiettiNeri, giunto alla quarta edizione, è uno spazio in cui la parola poetica è possibile e può opporsi ai miasmi della comunicazione. Chi è di scena!

Prefazione al «Florilegio 2010», raccolta di poesie edita dall’Associazione OcchiettiNeri di Cosenza.

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