Continua, celebrato e solenne, il costante isocronismo del pendolo. Il pendolo come la rosa — «Salviti il ciel…». La rosa come il pendolo.

Nel gran campo della letteratura sono spuntati a un tratto un roseto nominalista di monaci medievali e l’enigmatico albero delle sefirot. Non esisteva un ordine che legasse gli accadimenti sui quali ha indagato Guglielmo e non esiste il piano dei templari, che è una pura invenzione di Casaubon e compagni. Le cose e gli eventi sono e basta e non rimandano ad alcunché. Sunt flatus vocis universalia. È buio.

La mente dell’uomo nota somiglianze che possono accomunare cose particolari e distinte e ne astrae idee universali, ordini e piani. Ma è l’intelletto a creare. Senza l’intelletto ordini e piani non sono e le cose particolari e distinte restano tali, mentre il foglio rimane candido. La verità che proclama Guglielmo è «imparare a liberarci dalla passione insana per la verità». Mentre la verità a cui arriva Casaubon è che il mistero della Saggezza «sta nel non essere, se non per un momento, che è l’ultimo». Capire in un attimo che non c’è niente da capire. «È tutta paglia» dirà Tommaso. Meglio se il foglio fosse rimasto candido?

2009 PROF UMBERTO ECO SENZA BARBA © LEONARDO CENDAMO GRAZIA NERIL’assenza di un ordine spiega l’assenza del piano e l’assenza del piano spiega l’assenza di un ordine. Ciascuna cosa si sovrappone a un’altra, senza legami, senza presupposti, senza regia. Ordini e piani sono costruzioni umane per spiegare «i dinosauri e le pesche». Guglielmo pensa che sia così perché «un ordine nell’universo offenderebbe la libera volontà di Dio e la sua onnipotenza». Casaubon neanche si chiede il perché, accetta che la mappa non sia e basta. Il giovane Adso, lucidamente, con l’arditezza che può avere uno studente, pone la questione in campo teologico: «come può esistere un essere necessario totalmente intessuto di possibile?». Un Dio onnipotente che accetta tutto e il contrario di tutto, che nulla può disporre, perché già disporre significa dare un’indicazione? Un Dio che per essere libero gioca a testa o croce con l’universo? Ma chi gioca a testa o croce non è libero, non sceglie, è guidato dal caso. Dio è il caso, allora, per Guglielmo e forse anche per Casaubon. Adso, invece, con la pigrizia o la paura che nello studente possono seguire l’arditezza, non va oltre, si rifiuta di pensare. Per lui Dio è «un deserto amplissimo, perfettamente piano e incommensurabile», in una parola, il nulla. Nella migliore delle ipotesi il foglio potrebbe essere banalmente macchiato.

Ma se Dio è il caso, o il nulla, l’uomo che idea può farsi di sé? Eppure, l’universo ha generato attraverso l’uomo l’autocomprensione di sé. E questo solo per scoprirsi caotico insieme di cose particolari e distinte? Allora l’uomo è una condanna. Punto. Come gli gnostici, duemila anni fa.

Dunque, l’uomo è senza origine, senza storia, senza una fine, perché la sua vita si interseca con altre cose e si sovrappone ad altre, in modo del tutto casuale. Nel governo senza governo del caso l’uomo non può scegliere, non è libero, può solo crearsi falsi ordini e falsi piani che il caso, casualmente, spazza via. L’uomo macchia il foglio, fa finta di essere libero, fa finta di vivere. Sipario.

Ma la speculazione di Guglielmo e le riflessioni di Casaubon corrispondono alla realtà o sono esse stesse creature dell’intelletto, figlie dell’analogia e della somiglianza? Homo vero rationabilis, et secundum hoc similis Deo, liber in arbitrio factus et suae potestatis, ipse sibi causa est ut aliquando quidem frumentum, aliquando autem palea fiat. La libera volontà di Dio non può essere offesa da un ordine nell’universo se l’ordine nell’universo è una scelta di Dio. La libertà è potenza, la scelta è l’atto. Un chicco di grano non è la spiga, se uno non sceglie non è libero. Scegliere non è il contrario di essere libero, ne è la concreta manifestazione. Scegliere di dare un ordine all’universo è libertà e onnipotenza. Coeli narrant gloriam Dei.

Come Dio è libero così è libero l’uomo, libero di scegliere, libero di essere frumento o paglia. Di vergare o macchiare il foglio. O lasciarlo candido. E la libertà dell’uomo non offende Dio, lo glorifica. Gli accadimenti sui quali ha indagato Guglielmo sono stati innescati dalla libera volontà di Jorge. Anche se non legati dall’ordine apocalittico immaginato da Guglielmo, essi non sono casuali, ma sono effetti diretti e indiretti di una causa: la scelta di Jorge di avvelenare il libro proibito di Aristotele. Così, che il piano dei templari fosse un falso doveva saperlo Casaubon, anche senza Lia, perché lui ha contribuito a crearlo. Ma la falsità del piano non implica la falsità della storia. La storia non è casualità, non è analogia. È la realizzazione concreta, meravigliosa e tragica, della libertà dell’uomo. È una bellissima e seducente spiga dorata, il cui chicco seminale è l’uomo libero e consapevole. Libero anche di immaginare ordini che non portano a nessun ordine, piani fondati sull’analogia e la somiglianza, storie intricate e irrazionali che offuscano anziché chiarire. Qui il rasoio di Occam, un altro Guglielmo, troverebbe materia da tagliare. Ma il rasoio non presuppone il caos primigenio, lo esclude. E non solo per poter continuare a tagliare.

L’albero delle sefirot invita alla consapevolezza e alla misura, perché Geburah è potenza, ma anche terrore. Tiferet, la bellezza, può essere speculazione illuminata, ma è anche orgoglio e non si arriva alla maestà gloriosa di Hod senza passare per la pazienza costante e la sopportazione di Nezah. Ma la sostanza delle sefirot inferiori è sparsa nel mondo, non è delimitata, ha rotto i vasi. Non è facile individuarla e starle dietro. Le vicende di Guglielmo e di Casaubon lo manifestano. Ciò che ha origine in Keter, la prima sefirah, che sgorga in Hokmah ed è già preformato in Binah, dovrebbe manifestarsi nelle altre sefirot, fino a Malkut. Ma la rottura dei vasi lo impedisce, rende mete ardue la consapevolezza e la misura. Ecco il perché degli ordini senza ordine, dei piani campati in aria e dei fogli macchiati o accartocciati.

Il pollice ha continuato a dolere, eppure doveva essere allenato. Scrivere non è un’azione frutto del caso: nomina sunt consequentia rerum.

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