Sfigato è un termine gergale, da strada, ormai entrato come altri nel lessico dei politici italiani. Se procedessi sillogisticamente potrei già concludere che i politici italiani sono da strada, ma non sillogizzo. Politici intesi come coloro i quali, a vario titolo, rappresentano o governano lo Stato. Sfigato, invece, significa ‘colpito da avversa fortuna’. Si, avversa, perché fortuna è ciò che può essere e non ciò che è in positivo. Il contrario di fortuna non è sfortuna, ma necessità, ovvero ciò che è e basta, assenza di possibilità.

Secondo il viceministro del Lavoro Michel Martone, lo studente universitario che a ventotto anni non è ancora laureato è uno sfigato. Letteralmente: è stato colpito da avversa fortuna, quindi, a rigor di logica, non gli si può imputare nessuna colpa. Così come, a chi è fortunato, ovvero spinto da sorte favorevole, sempre logicamente, non si deve riconoscere alcun merito.

Dunque, su un piano strettamente letterale, e quindi logico, Martone, pur volendo dire che lo studente ventottenne non ancora laureato è colpevole, ha detto il contrario. Infatti, lo ha assolto, attribuendo la responsabilità della sua condizione all’avversa fortuna. Forse Martone non ha una grande proprietà di linguaggio, la qual cosa, se fosse, è un problema. Lui, prima di essere spinto nel novero degli italiani «dotti, medici e sapienti»1 è un avvocato: se nel suo lavoro usa le parole come ha fatto l’altro giorno parlando degli studenti fuori corso, meglio rivolgersi ad altri per una eventuale assistenza legale.

Le parole di Martone ne richiamano altre, del 2007, dette dall’economista Tommaso Padoa-Schioppa, allora ministro. Non mi riferisco al suo «bamboccioni», ma all’affermazione: «Le tasse sono una cosa bellissima». L’epiteto usato da Martone e l’elogio del versamento al fisco di Padoa-Schioppa indicano una parte di italiani che si rivolge ai loro connazionali con altezzoso distacco. Sono il tono e il pulpito a porre la questione non tanto il tema. Che la quantità di studenti fuori corso sia un problema in Italia è vero, come è sacrosanto pagare le tasse, ma che lo dicano Martone dall’alto di un privilegio e Padoa-Schioppa all’ombra di un reddito cospicuo, è utile soltanto a mostrare quella parte di italiani noncurante della realtà che però pretende di rappresentare e governare. Non è poco.

Analizzando il linguaggio utilizzato da Michel Martone viene fuori che l’Italia ha una classe dirigente, in senso lato, esplicitamente boriosa, la cui perpetuazione è legata al tenace mantenimento di privilegi di varia natura. Ci sono le eccezioni, naturalmente, ma è difficile negare che sia questa la regola. Si tratta di una concezione feudale dei talenti personali e del potere, distante secoli dall’idea di cosa pubblica governata da cittadini su mandato di loro pari. Se il meglio dell’Italia è il giovane viceministro Michel Martone e con lui la parte di società da cui proviene, vuol dire che l’Italia non ha una élite autorevole alla cui guida possa affidarsi. L’Italia è in mano a un ceto di baroni-mercanti-predoni.

Eugenio Scalfari, nel suo intervento domenicale su «la Repubblica», ha ripetuto e ripete che il governo Monti è assolutamente politico e che quindi non può essere liquidato con la definizione riduttiva di governo tecnico. Certo, la genesi di un governo è prassi politica e quindi il governo è sempre e comunque espressione politica. Politica, tuttavia, è termine generico perché da solo possa dire qualcosa di compiuto. Il governo Monti è un governo certamente politico, ma è anche il governo che ha sancito la disfatta della politica dei partiti e quindi dell’odierna classe politica italiana. Puntualizzare è d’obbligo. E non basta avergli votato e votargli la fiducia per riscattarsi dalle proprie responsabilità. Destra, centro e sinistra, nessuno escluso. Non è qualunquismo e non è antipolitica. L’Italia rifiuta i politici odierni, non la politica. Rifiuta i dinosauri di carriera e di prassi e i novelli Michel Martone, prodotto di quella stessa specie.

Ora, mi vien da pensare che sfigati, in realtà, siamo tutti gli italiani, soprattutto i più giovani, per aver avuto in sorte una classe dirigente del genere, intesa sempre in senso lato. Sfigati non sono i ventottenni ancora studenti perché lo dice un Martone, ma lo siamo tutti gli italiani perché quel Martone, viceministro del Lavoro, esprime tanto acume. Chi pensava che la mediocrità dilagante del berlusconismo fosse finita si sbagliava: della mediocrità non ci si libera in pochi giorni. Come della sfiga. Se la condizione per cambiare classe dirigente è la favola della necessità che cambi prima l’Italia, vuol dire che gli italiani non vivranno mai felici e contenti. La condizione perché un Paese cambi davvero è una nuova classe e una nuova prassi dirigente. I baroni-mercanti-predoni non molleranno mai il feudo, tocca agli italiani cacciarli e riprendersi il loro destino. Perché i baroni-mercanti-predoni non sono una necessità, ebbene si, ma solo avversa fortuna. Sfiga, appunto. Chiaramente espressa dal viceministro dott. prof. Michel Martone.

Poco più di due anni fa, nel mese di novembre 2009, Pier Luigi Celli, direttore generale della Luiss di Roma, l’università di Confindustria, in una lettera al figlio, pubblicata su «la Repubblica», ha declinato la sfiga italiana in modo diverso dalle parole di Martone. Concludo riproponendo integralmente quel testo, una delle testimonianze più lucide sull’Italia contemporanea.

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Lettera di Pier Luigi Celli al figlio
30 novembre 2009

Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.

Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l’idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l’affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. È anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l’Alitalia non si metta in testa di fare l’azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell’orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d’altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l’unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.

Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po’, non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato — per ragioni intuibili — con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all’infinito, annoiandoti e deprimendomi.

Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell’estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.

Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti marginato senza capire perché.

Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.

Preparati comunque a soffrire.

Con affetto,
tuo padre.

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1 E. Bennato, Dotti, medici e sapienti, 1977

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