La discussione pubblica in Italia, e quindi l’informazione, procedono per chiodi fissi. Abbiamo passato l’autunno con lo spread, l’ultima settimana con la classica morsa di gelo. Per chiodo fisso intendo un argomento, spesso addirittura un dettaglio, su cui si concentra gran parte dell’attenzione, come se fosse l’unico tema possibile o, peggio, come se quel tema, oltre quel aspetto, non desse spunti per altre analisi e discussioni.

Qualcosa di analogo sta accadendo con l’articolo 18 e il posto fisso, nell’assai più ampia questione del lavoro. Domanda: i problemi del lavoro in Italia sono l’articolo 18 e il posto fisso?

A line of jobseekers outside Monster.com job fair in Los AngelesIl presidente Monti e il ministro del Lavoro Elsa Fornero hanno posto come punto fondamentale, nel confronto con le parti sociali, mettere in discussione l’articolo 18. Esso prevede che, qualora un lavoratore sia stato licenziato senza una giusta ragione, il giudice che accerti il fatto possa anche intimare al datore di lavoro (nelle aziende con più di quindici occupati) di reintegrare il lavoratore nel suo impiego.1 Punto. Non è in discussione, quindi, la possibilità di licenziare, ma l’obbligo di ridare il lavoro a chi fosse stato licenziato ingiustamente.

Ragionando per ipotesi, senza l’articolo 18, un licenziamento ingiusto rimarrebbe tale e il lavoratore che lo subisse potrebbe anche valersi di questo fatto, ma non per riavere il posto. In altre parole, senza l’articolo 18 le aziende sarebbero libere di mandare a casa lavoratori, assumendosi anche l’onere di un licenziamento ingiusto, ma liberando così posti di lavoro, ai quali potrebbero accedere nuovi occupati, meglio se giovani. Sarebbe la fase due degli incentivi del governo alle aziende per le nuove assunzioni. In pratica, un avvicendamento tra nuovi e vecchi lavoratori. Non si crea nessun nuovo posto di lavoro per i disoccupati, ma si prova a liberarne di vecchi per darli a chi aspetta ancora la prima occupazione. Sarà anche una riforma, ma nel senso che cambia la disposizione delle carte in tavola non certo perché innova. Ancora tanta muffa e niente aria fresca.

Sempre per ipotesi, stando così le cose, il governo mischia le carte, lo Stato paga gli aiuti alle aziende, lavoratori e disoccupati si scambiano di posto in una drammatica quadriglia sociale e le imprese? Possibile mai che in Italia le imprese la facciano sempre franca? Discutiamo dell’articolo 18, cancelliamolo oggi stesso, ma discutiamo anche dei dividendi delle società, discutiamo degli utili che si pretende restino invariati anche in tempo di crisi, delocalizzando, spremendo ulteriormente lo Stato e, finalmente, licenziando liberamente. Domanda: le aziende italiane quando saranno costrette a innovare, a riconvertire, a fare ricerca? In una parola: a investire gli utili invece di metterli nelle casseforti di famiglia. Rigorosamente all’estero. Possibile che lo Stato debba essere sempre dalla loro parte? Lo Stato sono loro? Fino a quando i lavoratori dovranno pagare lo statuto? «Bisogna che gli imprenditori affrontino una ristrutturazione delle aziende e un rinnovamento dei prodotti» ha scritto Riccardo Gallo su «l’Espresso», uno dei pochi.2

Ho lavorato in un’azienda di Bologna che ha chiuso il 2007 con un florido fatturato milionario. Dopo sei mesi, a metà 2008, ha iniziato a tagliare progetti e posti di lavoro, dicendo di farlo a causa della crisi. In realtà per spostare i soldi altrove. Tagliare l’innovazione e vivere di rendita. Risparmiare. Follia. Una delle tante.

Il posto fisso. Dopo alcuni giorni dalla incauta affermazione del prof. Monti: «che monotonia un posto fisso per tutta la vita! », come se in Italia ci fosse un eccesso di posti fissi invece che milioni di disoccupati, anche i ministri Fornero e Cancellieri si sono fermate sull’argomento.

Oggi Elsa Fornero, all’inaugurazione dell’anno accademico dell’università di Torino, ha espresso chiaramente il programma del governo: «Bisogna spalmare le tutele su tutti, non promettere il posto fisso che non si può dare. Questo vuol dire fare promesse facili, dare illusioni». Chi ha promesso il posto fisso? A parte Berlusconi alcuni anni fa. Ancora il ministro: «Non vogliamo che non esista la possibilità di licenziare, ma che chi è stato licenziato sia aiutato dalle istituzioni e dall’azienda a trovare in tempi ragionevoli una nuova occupazione. Stiamo lavorando per eliminare le flessibilità cattive e limitare quelle forme di abuso che ci sono state. Ma c’è un’altra parte di flessibilità, quella buona, che implica che un’azienda possa avere bisogno di un alleggerimento del personale per motivi di riorganizzazione».3 Aziende italiane, serve altro?

Il ministro degli Interni Annamaria Cancellieri ha dichiarato: «Gli italiani sono fermi, come struttura mentale, al posto fisso, nella stessa città e magari accanto a mamma e papà, ma occorre fare un salto culturale».4 Ovvero, il problema del mercato del lavoro in Italia è la scarsa disponibilità dei giovani ad allontanarsi da casa e famiglia. Domanda: il ministro Cancellieri è informata delle masse di giovani, meridionali soprattutto, sparse per l’Italia e il mondo, che conoscono sulla loro pelle l’emigrazione, da almeno tre generazioni? È un’offesa all’intelligenza porre la questione in tal modo. Il 30 gennaio scorso Tito Boeri ha scritto su «la Repubblica»: «Il fatto è che i giovani tornano a casa perché per loro la famiglia rappresenta l’unico ammortizzatore sociale. È una scelta costosa perché comporta la rinuncia a fare progetti di vita».5 E oggi, dal segretario generale dell’OCSE Angel Gurria, abbiamo sentito che il tasso di povertà in Italia è all’11,4%. In Francia è al 7,2%, in Germania all’8,9%.6 Se il ministro Cancellieri voleva invitare i giovani disoccupati italiani ad andare all’estero poteva farlo con più rispetto e lucidità, seguendo l’esempio della lettera di Pier Luigi Celli al figlio del 2009. Dov’è in Italia tutto questo lavoro che i giovani avvinghiati alle comodità rifiutano? Dov’è il lavoro, anche flessibile, per i giovani e i quarantenni disoccupati? Ora Monti, Fornero e Cancellieri hanno il dovere morale di indicarlo nei dettagli ai disoccupati italiani.

 

1 «Articolo 18 – Reintegrazione nel posto di lavoro (Legge 20 maggio 1970, n. 300)
Ferma restando l’esperibilità delle procedure previste dall’art. 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice, con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell’art. 2 della legge predetta o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro.
Il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno subito per il licenziamento di cui sia stata accertata la inefficacia o l’invalidità a norma del comma precedente.
In ogni caso, la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione, determinata secondo i criteri di cui all’art. 2121 del codice civile.
Il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al comma precedente è tenuto inoltre a corrispondere al lavoratore le retribuzioni dovutegli in virtù del rapporto di lavoro dalla data della sentenza stessa fino a quella della reintegrazione.
Se il lavoratore entro trenta giorni dal ricevimento dell’invito del datore di lavoro non abbia ripreso servizio, il rapporto si intende risolto.
La sentenza pronunciata nel giudizio di cui al primo comma è provvisoriamente esecutiva.
Nell’ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all’art. 22, su istanza congiunta del lavoratore e del sindacato cui questi aderisce o conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, può disporre con ordinanza, quando ritenga irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.
L’ordinanza di cui al comma precedente può essere impugnata con reclamo immediato al giudice medesimo che l’ha pronunciata.
Si applicano le disposizioni dell’art. 178, terzo, quarto, quinto e sesto comma del codice di procedura civile.
L’ordinanza può essere revocata con la sentenza che decide la causa.
Nell’ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all’art. 22, il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al primo comma ovvero all’ordinanza di cui al quarto comma, non impugnata o confermata dal giudice che l’ha pronunciata, è tenuto anche, per ogni giorno di ritardo, al pagamento a favore del Fondo adeguamento pensioni di una somma pari all’importo della retribuzione dovuta al lavoratore».
Il testo integrale dello Statuto dei lavoratori su dplmodena.it.

2 R.Gallo, E se fannullone fosse il padrone?, in «l’Espresso», 27 gennaio 2012
3 Fornero: no a facili promesse sul posto fisso, in «ANSA.it», 6 febbraio 2012
4 Ibidem
5 T. Boeri, La povertà che nasce dal mercato del lavoro, in «la Repubblica.it», 30 gennaio 2012
6 Ocse, niente crescita in Italia e più spese per le pensioni, in «la Repubblica.it», 6 febbraio 2012

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