La discussione pubblica di questi tempi ruota intorno a due questioni in netta contrapposizione tra loro. Da una parte il governo Monti che, con stile decisamente non appropriato a tecnici bocconiani chiamati per recuperare un po’ di decoro istituzionale, lancia provocazioni di basso profilo su quel poco che c’è rimasto in materia di certezza del posto di lavoro. Dall’altra il Paese reale che, quando può, manifesta tutto il suo disagio per una disoccupazione ai massimi storici, per una gioventù senza speranze e senza prospettive, per un Paese di fatto già in aperta recessione.

Ci sarebbe materia per alimentare la più classica delle contrapposizioni sociali tra lavoratori e industriali, di quelle lotte e rivendicazioni che dall’inizio del ‘900 a qualche decennio fa tanto hanno determinato nella storia del Paese, dall’ascesa del fascismo allo statuto dei lavoratori. Eppure la contrapposizione non si manifesta se non in maniera flebile. I sindacati si confermano allineati alla controparte. I partiti politici in buona parte rappresentano la controparte e ne sono a loro volta rappresentati nella persona del miglior campione della scuola di Confindustria. I sentimenti di rivalsa e di affermazione sono avvinti dalla rassegnazione.

Perché, dunque, la contrapposizione non si manifesta? Perché non ci sono più partiti o sindacati pronti ad alzare la protesta? Perché la gente è pronta a invadere la capitale e a fare le barricate contro la riforma dell’università e non fa lo stesso per la fonte principale della propria sussistenza? Perché i partiti progressisti continuano a dare fiducia al governo dei bocconiani pur sapendolo apertamente schierato dalla parte della grande industria? È solo intorpidimento generale o è altro?

Negli ultimi decenni si è andata affermando una certa comprensione, a volte anche fondata, verso le ragioni dei datori di lavoro proprio da parte di quella classe dei lavoratori che tradizionalmente rivestiva il ruolo di sua naturale controparte. Le difficoltà economiche, le varie crisi e chiusure delle aziende, qualche atto tragico da parte di imprenditori impossibilitati ad andare avanti, la disoccupazione crescente, hanno determinato una sorta di sindrome di Stoccolma da parte dei lavoratori, una comprensione più o meno profonda verso le ragioni del padrone. Non per niente ‘dare’ lavoro è diventato un punto di onore più che una possibilità utile prima di tutto all’imprenditore che, in realtà, il lavoro lo ‘prende’ e lo utilizza per il suo interesse. Del resto è facile imbattersi in lavoratori che, anche se licenziati, sono restii a far valere le loro ragioni nei confronti del datore, quasi fosse un fatto di disonore, a meno che il datore non sia una pubblica amministrazione. In generale le tensioni tra le due principale categorie sociali si sono allentate, un po’ per eccesso di comprensione da parte dei lavoratori, un po’ perché realmente le ricchezze disponibili non sono più tanto chiare, un po’, forse, perché il comune sentire dei lavoratori e dei disoccupati percepisce la presenza di fattori ulteriori nella causazione della disoccupazione.

Il rapporto di lavoro non è circoscritto a due parti, datore di lavoro e lavoratore. In mezzo c’è sempre il terzo, la cui presenza è sempre più ingombrante e insostenibile, i cui costi superano quasi quelli del guadagno e difficilmente risultano giustificati da una qualsiasi forma di impegno. Non parliamo, ovviamente, di caporalato o manomorta, ma dello Stato, che impone alle aziende una pressione fiscale enorme (tra imposte dirette e indirette si supera il 40% del profitto) e pone a carico delle stesse enormi oneri contributivi, praticamente il mantenimento dell’intero sistema previdenziale, le cui risorse finiscono poi per nutrire vitalizi e pensioni d’oro spesso non giustificate da alcuna pregressa forma di lavoro. Quel poco di lavoro reale che è rimasto in Italia deve sostenere il costo di un apparato statale abnorme e in buona misura inutile.

È possibile, dunque, che la percezione di questo Stato ingombrante abbia affievolito la tradizionale rivendicazione del lavoro nei confronti del mondo della produzione?

Di questi tempi una contrapposizione sembra dominante nel nostro Paese, quella dei cittadini contro lo Stato e i suoi costi assurdi, spesso apostrofata come antipolitica, ma che talvolta parla di riforme vere (quali non sono i ritocchi sulle tasse), di costi dello Stato e del suo apparato di enti inutili e di pubblico impiego abnorme e inefficiente, di previdenza solo per i non abbienti, di investimenti sui servizi pubblici essenziali, di pressione fiscale che uccide il lavoro, i consumi e la stessa produzione.

E così, mentre il nostro attuale Presidente del Consiglio si ostina a contrapporre le ragioni dei datori di lavoro e quelle dei lavoratori, non sono queste categorie a entrare in contrapposizione, ma lo Stato coi suoi cittadini, i politici con gli antipolitici.

La sfida di questo inizio di secolo sembra essere questa, riportare lo Stato alla sua funzione essenziale di latore di servizi essenziali piuttosto che rifugio di parassiti e ingombro per l’economia. Se potessimo parlare di dispute sui proventi della produzione parleremmo di vita. Purtroppo parliamo di corsa ad accaparrarsi le ultime riserve della produzione che fu, e le dispute sul posto fisso sembrano un tentativo di illudersi che la fine del sistema sia ancora lontana.

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