Dire che Jasper Gwyn fosse in preda alla noia sarebbe volgare.
Forse ci sarà stata anche la noia, ma prima, molto tempo prima che camminasse per Regent’s Park. Come sintomo iniziale dello squilibrio di una vita. Si, squilibrio, non patologia psichica, ma assenza temporanea di equilibrio. Ci sono esseri umani che non arrivano mai a una tale condizione nella loro vita. È triste.

Equilibrio evoca l’omino che cammina su un filo teso molto in alto. La noia, invece, induce alla fuga. E basta. Anzi, lontano. Come se la noia indice di squilibrio fosse del luogo e non dell’essere. Cambiare tutto, tutto ciò che si ha intorno. Sostituire tutti.

Il parco di Londra in cui si apre il romanzo Mr Gwyn.Forse Mr Gwyn non è passato affatto dalla noia, troppo razionale e meticoloso per abbandonarcisi. Avrà sentito che il filo iniziava a dondolare e la concentrazione anche. Era tempo di riflettere. Un tempo, evidentemente, affatto lungo. Aggrapparsi al filo? Buttarsi? Cambiare filo? Ostinarsi a proseguire, passerà? No. Jasper Gwyn è rimasto sul suo filo, ha deciso una piroetta carpiata, l’ha fatta e ha continuato a camminare. Sulle mani però! Ha cambiato punto di vista. Tutto è rimasto immutato, tranne lui. Eppure, ora, tutto è diverso.

Mr Gwyn è uno scrittore che diventa copista. È il contrario di Petter, per chi ha letto Gaarder. Non è vittima della sindrome del foglio bianco, non lo soddisfa più riempirlo con storie anonime. Basta. Ha deciso che non scriverà più.

Si può smettere di fumare, si può seguire la dieta più rigida, si può rinunciare a quasi tutto, ma non a scrivere. Scrivere è respirare. Per chi scrive, certo. Dunque, Jasper Gwyn sta pensando al suicidio? Chissà. Io non lo escluderei. Invece, arriva la soluzione, da una vecchia signora incontrata per caso nella sala d’attesa di un medico: scrivere ritratti. Geniale! Una vecchia signora che Mr Gwyn frequenta e con cui continua a parlare anche da morta. Un altro sé.

Scrivere ritratti? Come si scrive un ritratto? Non importa. Questa volta non è il come, ma il perché la domanda giusta. Scrivere un ritratto è riportare una persona a casa. Accompagnarla verso sé stessa. Scrivere cambia fine e lo scrittore diventa copista, misterioso intermediario tra una persona e un foglio bianco. Come un pittore con la tela. Senza raffigurare però, ma trasfigurando. Con le parole.

Le parole sono le migliori amiche dell’uomo. Questo non è Mr Gwyn, sono io. Lui decide di non scrivere più, di abbandonarle dunque. Invece, dopo la piroetta carpiata, ne cambia le finalità, ma continua a stare in loro compagnia. Le parole sono la via per tornare a casa. Parole che ritraggono, non più creano. La soluzione non è più la fantasia. Il contrario di Petter, l’ho già detto.

Ora il filo non dondola più.

Mr Gwyn è un moto lento di esseri umani e libri, una cascata ordinata e raffinata di parole. Fresca. Che porta dritto sotto le Caterina de’ Medici e da lì a sé stessi, tra luci e ombre. Tra la voglia insoddisfatta di Rebecca e la seduzione violenta della ragazzina. La donna al centro. Sempre. Lo studio del copista è caravaggesco. Non mi sorprenderebbe se Baricco avesse in mente Merisi o qualche suo più recente epigono. Perché Mr Gwyn l’ha scritto Alessandro Baricco, naturalmente.

Credo sia tutto nel sottofondo sonoro di David Barber. Sempre identico, sempre diverso. Avvolgente o repulsivo. Trasfigurazione dei personaggi, delle parole stesse. Presente, ma di cui ci si può non accorgere. A seconda del momento. Anzi, del soggetto.

Coerente l’ultimo Baricco. Dal Saggio sulla mutazione a Mr Gwyn, attraverso Emmaus. Racconti di squilibrio — sempre nel senso letterale —, di interruzioni e riprese. Documentari dallo spirito di un presente ingarbugliato, con indicazioni del bandolo neanche tanto velate, benché letterarie.

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