Nei giorni scorsi il prof. Monti è stato in visita ufficiale negli Stati Uniti. Ha incontrato il presidente Obama e i grandi sacerdoti del tempio profano che è Wall Street. C’è sempre un muro di mezzo, cambiano, semmai, le ragioni del pianto.

Wall Street (newspaper.li)Monti è stato accolto come un grande riformatore illuminato, anche se, a oggi, non mi sembra abbia fatto riforme epocali. Tranne che considerare come tali l’aumento dell’età in cui andare in pensione, rimettere l’ICI sulla prima casa, aumentare il numero di farmacie, notai, benzinai e così via. Uno dei punti della questione è proprio questo: dopo anni di mediocrità, la normalità diventa eccellenza. In un mondo di ciechi il miope è un supereroe. Ed è così non solo in Italia.

La visita negli Stati Uniti di Mario Monti penso sia in una domanda di Obama: «Com’è possibile generare crescita sotto la pressione di politiche di bilancio così restrittive?».1 Riferita all’Europa e quindi anche all’Italia. Come dire: applausi allo stile, alla Bocconi, agli anni americani, ma… Forse questo è il punto centrale della questione. La cui soluzione, pure da Wall Street, sembra essere, almeno per l’Italia, la cancellazione dell’articolo 18.

Lo scriba Monti osserva la crisi e interviene rimanendo dal punto di vista del capitalismo. Ecco perché il suo viaggio ufficiale negli Stati Uniti ha avuto un esito positivo. Non credo ci andrebbe, ma se andasse a Wall Street un Serge Latouche temo non avrebbe la stessa accoglienza. Latouche sposta il punto di vista. Non parla solo di decrescita — per cui è generalmente e semplicisticamente citato —, ma osserva che il capitalismo non è l’economia, ma una possibile economia, quella degli ultimi secoli.2 Il capitalismo non è il mondo, come predicano i sacerdoti del tempio che è Wall Street.

Atene, Acropoli (Wikipedia)A questo punto, passando da Manhattan all’Acropoli, qual’è la vera salvezza della Grecia, a un passo dall’ufficializzazione del fallimento? Affrontare enormi sacrifici per restare nell’euro? Che vuol dire conservare caparbiamente l’esistente. Oppure uscire dall’euro, affrontare sacrifici anche più grandi, ma voltare pagina e costruire qualcosa di nuovo? La storia dell’uomo è fatta di sfide per andare avanti non per rimare fermi.

La Grecia deve salvarsi restando nell’euro per sé stessa o per le banche europee e mondiali che sarebbero messe in serie difficoltà dal suo fallimento? Deve essere offerta come sacrificio sull’altare del tempio profano? I greci non vogliono subire ulteriori restrizioni di bilancio, sono liberi di deciderlo? Cos’è la democrazia nel tempo del capitalismo trascendente?

La Grecia, di fatto, non esiste più come Stato sovrano, ormai da quasi un anno. E non esiste più come libera economia — le multinazionali stanno facendo man bassa di tutto. È la crisi che lo ha determinato o il modo di gestirla, il punto di vista? La Grecia ha la colpa di aver avuto un’economia di sprechi? Che sia punita con l’uscita dall’euro. Chi ha investito in titoli greci poteva non farlo, il principio di responsabilità se vale per la Grecia lassista deve valere anche per chi ha investito su di essa. Perché tutelare alcuni e colpire altri? Vale la legge del più forte? Una volta, quand’era così, la parola usata non era crisi, era guerra. Se solo chiamassimo le cose con il loro nome.

Ancora una volta l’Europa può rinascere dalla penisola ellenica, la patria del suo spirito. Oppure essere spezzata dal rigorismo miope che si impone ad Atene. Se non fossimo in un mondo di ciechi, la Grecia sarebbe un’opportunità. Per tutti.

 

1 F. Rampini, Obama scopre SuperMario. “Roma una diga per l’euro”, in «la Repubblica.it», 10 febbraio 2012
2 S. Latouche, L’invention de l’économie, 2005; in it. L’invenzione dell’economia, trad. di F. Grillenzoni, Bollati Boringhieri, 2010

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