Il 17 febbraio 2012, venerdì, ricorre il ventesimo anniversario dell’arresto di Mario Chiesa, politico milanese colto a riscuotere una tangente mentre era presidente del Pio Albergo Trivulzio. Era il 17 febbraio 1992. Una data e un fatto che portarono alla notorietà nazionale l’inchiesta della procura di Milano Mani pulite e il sistema di corruzione diffusa detto Tangentopoli.

Seguirono anni di arresti, processi e suicidi eccellenti che chiusero un periodo della storia italiana, frettolosamente indicato come Prima Repubblica. Di fatto, i maggiori esponenti della classe politica nazionale furono condannati per finanziamento illecito dei rispettivi partiti, quando non addirittura per ruberie personali. Leader di quel sistema fu riconosciuto Bettino Craxi.

Due anni dopo, un nuovo partito entrò nella vicenda politica italiana, Forza Italia, e con esso il suo proprietario, Silvio Berlusconi. Nulla accade per caso. Intanto, i vecchi partiti cambiavano nome oppure, dividendosi, ne facevano nascere altri. Le seconde e terze file della classe politica raccolsero la guida del Paese. Nuovi partiti quindi, nuovi politici, era cambiata l’Italia? Assolutamente no. Fu attuata la più grande operazione reazionaria di trasformismo politico mai vista entro i confini nazionali, il cui primo corso trovò argine solido in Scalfaro Presidente della Repubblica. Il confronto, tuttavia, non era solo nelle istituzioni, ma soprattutto nella società, dove dilagava, praticamente senza incontrare ostacoli, l’Italia delle televisioni commerciali, dell’esibizionismo nei reality e nei talent show. L’Italia laida e provinciale delle illusioni a buon mercato e delle piccole e grandi cricche. L’Italia contemporanea del mercato delle illusioni e di tutto il resto.

Nel primo anniversario di Tangentopoli, Enzo Biagi intervistò in televisione l’imprenditore la cui denuncia aveva fatto arrestare Mario Chiesa. Biagi chiese cosa fosse cambiato dopo un anno di Mani pulite. L’imprenditore rispose: «La percentuale. Ora chiedono tangenti più alte perché è aumentato il rischio».

Il cambiamento continuava inarrestabile anche dieci anni dopo. Nel 2001, a pochi giorni dalle elezioni politiche, andai in Piazza del Gesù, nella segreteria nazionale della Margherita, a chiedere una copia del programma elettorale del centrosinistra. Parlai con tre o quattro funzionari. Mi dissero: «Il programma? Non ne abbiamo». Sorpreso, chiesi com’era possibile. Loro: «Se proprio lo vuoi leggere, scaricalo da Internet». Indispettito, dissi che lo volevo cartaceo il programma, lì e in quel momento. Mi diedero due cartelline colorate: «Leggi il kit del candidato». Io: «Queste sciocchezze le fa Berlusconi!». Loro: «Ci siamo dovuti adeguare, per vincere la guerra». Io: «Se ti adegui non sei alternativo, hai già perso».

Ironia della storia, chissà, a pochi giorni dal ventesimo anniversario di Tangentopoli, Mario Monti Presidente del Consiglio ha comunicato che il governo non è disponibile ad assumere impegni finanziari per la candidatura di Roma alle olimpiadi del 2020. La ragione del rifiuto è una spesa che «potrebbe gravare, per di più in misura imprevedibile, sull’Italia nei prossimi anni».1

Organizzare le olimpiadi prevede investimenti in opere pubbliche. In Italia le opere pubbliche costano tanto di più che altrove, perché su di esse proliferano le cricche, come nella Milano da bere di Mani pulite e in altri contesti analoghi degli ultimi vent’anni. Il prof. Monti, non avendo certezze sulle future sorti economiche italiane — ma, a questo punto, neanche di poter eliminare o controllare le cricche —, ha detto di no a Roma 2020. Non era in programma, ovviamente, ma come celebrazione involontaria dei vent’anni di Tangentopoli non c’è male.

Le cricche di ieri e quelle di oggi hanno dato all’Italia l’orlo del baratro come fissa dimora. Nelle parole di Monti sulle olimpiadi il timore prevale sulla fiducia, di fronte a tale amara constatazione. Comprensibilmente.

L’Italia costretta a rinunciare alle olimpiadi è il frutto di Tangentopoli e del berlusconismo che ne è seguito. L’Italia del mercato delle illusioni e di tutto il resto, con la pretesa di non avere passato e quindi condannata a non avere futuro. Irresponsabile. Mi piace osservare, quando posso, che la storia non è un giudice, ma il tempo ha il vezzo di dare a ciascuno il suo.

Gherardo Colombo, uno dei pubblici ministeri dell’inchiesta Mani pulite, ha lasciato nel 2007 la magistratura, deluso e convinto che il suo impegno per una società migliore non doveva essere profuso soltanto da quella posizione.2 La lotta alla corruzione e al lassismo, oltreché giudiziaria e politica, deve essere culturale. Comportamenti alternativi, altrimenti nulla cambierà mai. Oggi Colombo è sempre in giro a incontrare giovani, a spiegare il valore della legalità e delle regole, a dire che una nuova Italia dipende da tutti. Dipende dall’impegno civile, dalla resistenza di ciascuno di noi — «a ogni costo» direbbe Scalfaro. Non è retorica o moralismo, è così.

 

1 Olimpiadi 2020, governo Monti dice no alla candidatura di Roma (video), in «il Fatto Quotidiano.it», 14 febbraio 2012
2 L. Ferrarella, Colombo lascia: vedo riabilitati i corrotti, in «Corriere della Sera.it», 17 marzo 2007

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