Il teatro esiste. Ancora.

Già questa, nella cultura di oggi, è una notizia di rilievo. Se poi quell’esistenza è multiforme, tanto da comprendere anche un teatro sociale, il rilievo è assoluto. Perché? Perché il teatro è disciplina, è contenuti, è impegno, è rischio. Ingredienti rari. La realtà al centro. Prima come oggetto da osservare e comprendere, poi come soggetto trasfigurato da interpretare, con gesti e parole. Arte pura.

Il teatro sociale è il teatro di tutti: adulti e ragazzi; scuole, oratori, associazioni e carceri. Tutti impegnati a fingere sul palcoscenico per essere sé stessi altrove. Gli antichi avevano una sola parola per dirlo, per dire del teatro: catarsi. Oggi, però, la stessa non esiste che per sparuti addetti ai lavori. In pratica, non esiste più.

Purificazione. È il significato di catarsi.

FESTIVAL BERLINO: TAVIANI,I NOSTRI DETENUTI PASOLINIANIDire purificazione presuppone lordura, di ogni genere, che però è stata rimossa dalla contemporaneità. Come la morte. Forse dovrei dire: quindi, anche la morte. Come i carcerati. Ecco la scomparsa della parola catarsi. Lo spettacolo non è più teatro, ma ostentazione, intrattenimento, logorrea, denaro. Declinazione fedele del disimpegno e dell’illusione, occasione di annullamento della realtà. Quindi della consapevolezza. Megafono di tutt’altro. Conformismo. In una parola, cultura. Di oggi, di massa.

Paolo e Vittorio Taviani hanno vinto l’orso d’oro al 62° Festival del cinema di Berlino, con il film Cesare deve morire. L’hanno girato nel carcere romano di Rebibbia, nel settore degli ergastolani. Il pretesto è il Giulio Cesare di Shakespeare, messo in scena dai carcerati. A dirigerli, nel film, Fabio Cavalli, che realmente nella vita ha fatto teatro a Rebibbia,1 ispirando così l’idea del film ai fratelli registi. «Questo premio ci dà gioia soprattutto per chi ha lavorato con noi». Ha detto Paolo Taviani. «Sono i detenuti di Rebibbia guidati dal regista Fabio Cavalli, che li ha portati al teatro. Questi detenuti-attori hanno dato se stessi per realizzare il film. E poi ci fa piacere vincere un premio in un festival come quello di Berlino, che non ha un indirizzo generico, ma che al contrario ha un carattere molto specifico: cerca forze nuove e cerca forze che si appassionano a tematiche sociali».2

Vittorio ha 83 anni, Paolo 81. È una bella lezione che il festival berlinese di quest’anno abbia trovato «forze nuove» in due ottuagenari. Voglio dire: la qualità e il nuovo non sono legati a un tempo determinato e il nuovo può venire da lontano e avere un animo antico. Il nuovo la cui sostanza è la qualità o la qualità con le sembianze del nuovo possono durare una vita.

Che il teatro esista è una gran bella notizia. Che esista per tutti, anche per i criminali di Rebibbia lo è tanto di più. Che i fratelli Taviani abbiano girato un film su questo e il film abbia ricevuto uno dei premi più prestigiosi è una festa dello spirito. La quale non dilaga nelle piazze, ma è ugualmente autentica e grata. Consapevole.

 

1 Fare teatro in carcere. Intervista al regista Fabio Cavalli, in «Teatroteatro.it», 28 febbraio 2008
2 Festival Berlino: orso d’oro ai fratelli Taviani, in «ANSA.it», 19 febbraio 2012

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