La pubblicazione dei redditi di ministri e sottosegretari del governo guidato dal prof. Monti, al di là delle chiacchiere pettegole che può generare, induce una riflessione su chi regge le sorti dell’Italia. Intesi non come individui, ma come ceto, come élite. Il tema è la natura dell’élite dirigente italiana. Esso merita attenzione nella più ampia osservazione della società, ma soprattutto come elemento centrale della democrazia rappresentativa.

L’Italia è una democrazia — almeno sulla carta. La democrazia moderna è rappresentativa, cioè il popolo esercita la sovranità e il governo eleggendo, quindi delegando, propri rappresentanti in Parlamento. Da esso dipendono, direttamente o indirettamente, le altre istituzioni maggiori: in Italia la presidenza della Repubblica e il governo.

Il rapporto tra i cittadini e le istituzioni è mediato dai partiti politici. In teoria ogni cittadino può accedere alle cariche dello Stato, in realtà le istituzioni sono saldamente nelle mani di un ceto politico nel quale, per la gran parte dei soggetti, la permanenza è vitalizia. A conferma di ciò, una delle cariche più prestigiose della Repubblica è quella di senatore a vita.

Una conseguenza di tutto questo è che si entra a far parte del ceto politico per captazione, tranne rare eccezioni. In altre parole, il ceto si è trasformato in casta. La legge elettorale vigente è una chiarissima esemplificazione di tale realtà. Per completare il quadro devo ricordare velocemente che la politica italiana, da almeno vent’anni — fissando come terminus post quem l’inchiesta Mani pulite —, è caratterizzata da una corruzione divenuta nel tempo vero e proprio elemento costitutivo. È facile immaginare, quindi, quali siano i criteri regolatori prevalenti della captazione nel ceto politico.

L’élite dirigente di un Paese non è solo quella dei rappresentanti del popolo nelle istituzioni. Ai politici si affiancano e spesso si sovrappongono gli imprenditori. La sovrapposizione accade in Italia ormai da vent’anni — che il lasso di tempo sia identico a quello indicato per il dilagare della corruzione non è casuale. Al ceto politico, quindi, si aggiunge il ceto economico dei capitalisti. L’economia è sempre stata centrale nelle vicende degli stati, ma dalla caduta del muro di Berlino (1989) essa ha assunto progressivamente un ruolo prevalente, oggi del tutto egemone. Questo ha determinato, tra le altre cose e fin dagli anni Ottanta del Novecento, l’affermarsi delle figure professionali del manager e del commercialista, l’evoluzione del vecchio contabile. Vuol dire che a fondamento delle società occidentali, soprattutto di quelle politicamente più deboli, tipo quella italiana, la partita doppia e l’economia hanno sostituito le costituzioni e il diritto. La cultura del profitto e quindi del denaro ha prevalso sull’umanesimo.

Attenzione, l’economia, il profitto e il denaro non sono affatto il male. Lo diventano quando si impongono come unici criteri regolatori di una società che si vuole civile. Quando sono il fondamento del potere e quindi il punto di raccordo delle élites dirigenti. Quando generano profonde disuguaglianze sociali e squilibri: il manager che percepisce un compenso centinaia di volte maggiore di quello di un operaio o alcuni lavori privilegiati per i quali si percepiscono compensi esorbitanti.

In Italia, negli ultimi anni, di fronte alla crisi europea del debito, il ceto politico — la casta — ha fallito. Si è dunque resa necessaria una sostituzione, un avvicendamento al governo del Paese, non solo di individui, ma addirittura di ceti. Ai politici sono subentrati professori, banchieri, economisti e manager, espressione del ceto economico. Ora, posto che la casta dei politici è, per definizione, chiusa e distante dalla società di cui, quindi, usurpa la rappresentanza, avendo essa fallito la sua missione, ci si aspetterebbe da chi subentra — e ce lo aspettavamo — caratteri sostanziali opposti a quelli dei rimpiazzati. Tanto più ché i nuovi sono stati scelti solennemente dal presidente della Repubblica. Invece, l’attesa è stata delusa.

La distanza, con tratti di arroganza, dal resto degli italiani del ceto economico al governo si è manifestata inizialmente nelle dichiarazioni del prof. Monti e di alcuni ministri e sottosegretari, in questi giorni nella pubblicazione dei loro redditi, il punto da cui ho avviato la mia analisi. Le parole di Martone, Cancellieri, Fornero e dello stesso Monti sull’inettitudine dei giovani italiani e sulla monotonia del posto fisso sono state rapidamente valutate da gran parte della stampa come battute infelici. Si tratta, invece, di espressioni che mostrano il punto di vista di chi oggi è al governo, il semplicismo e la vanità che ne guida le analisi e quindi le decisioni. E se proprio quelle parole si vogliono considerare lapsus, allora sarà che in lapsu veritas.

I redditi del prof. Monti e dei ministri e sottosegretari pongono la questione del governo del paese affidato a una élite che per le professioni svolte e per lo status sociale che ne deriva esercita comunque un’influenza sulle vicende del Paese. Voglio dire che Monti, Passera, Fornero, Severino e gli altri erano già classe dirigente pur non essendo al governo. Qui, a mio giudizio, è il vero conflitto di interessi del governo Monti, ovvero la sovrapposizione del ruolo istituzionale sul ceto economico dei professori, banchieri, manager. Si tratta di una condizione più vicina all’assolutismo illuminato del Settecento che non alla democrazia rappresentativa contemporanea. Mario Monti non è per nulla un Alcide De Gasperi, ma piuttosto il Bernardo Tanucci di un monarca assoluto, che dovrebbe essere l’Unione europea, ma che in realtà è la Germania.

E il popolo sovrano? Non è più tale e rimane sullo sfondo — anzi, affondo, se mi è permessa la battuta. Tradito dal ceto politico che dovrebbe rappresentarlo, si trova oggi a fare i conti, letteralmente, con un governo la cui unica legittimazione è l’emergenza. I fatti più drammatici della storia italiana contemporanea hanno avuto l’emergenza come ragion di stato: dalla guerra al brigantaggio dopo l’unità alla lotta al terrorismo, alla gestione del sequestro di Aldo Moro in anni di svolta della storia repubblicana. Ora, se il popolo è ai margini e la sua voce è fuori dalle istituzioni; se il suo ruolo è ridotto a essere mercato delle aziende e forziere del fisco, quindi del tutto passivo rispetto alle vicende del Paese; se, tuttavia, il popolo non è un’entità astratta, ma la concreta e abbondante maggioranza degli italiani, chi tutela i suoi interessi reali e che fine ha fatto la democrazia?

Provo ad affrontare alcune obiezioni che fin qui mi si potrebbero rivolgere. Gli italiani sono fannulloni e ladri, come Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, ha definito con disprezzo i lavoratori che i sindacati proteggerebbero. Quindi? Cosa fare? Sospensione dei diritti civili e apertura di campi di lavoro forzato? Possiamo facilmente immaginare la soluzione di tanti imprenditori: i sindacati e gli operai accettino stipendi mensili di poche centinaia di euro — meno sono meglio è —, così invece di spostare la produzione, ad esempio della calze, in Serbia, la teniamo in Italia. Vuol dire che si può discutere la condizione degli operai, ma non il profitto degli imprenditori.

Tra l’altro, le parole gravi di Marcegaglia mostrano che anche la parte di ceto economico non investito direttamente del governo del Paese — gli imprenditori che continuano a fare solo quello — sono del tutto in linea con le idee dei professori, banchieri e manager che governano. Ovvero, sono distanti dal resto della società, la maggioranza.

Altra obiezione possibile: se chi ha un reddito alto non è per questo adatto a governare l’Italia, chi deve farlo, i pezzenti? Il punto, ancora una volta, è la rappresentanza e la sovranità popolare. Il governo del Paese non è una concessione liberale o un bonus dell’élite dirigente; è un mandato del popolo. Non viene dall’alto, ma dal basso. Se cade tale principio l’Italia si trasforma da democrazia rappresentativa in oligarchia, cioè in una minoranza che sovrasta la maggioranza, praticamente esclusa da ogni forma di partecipazione alle decisioni e quindi nella condizione di dover obbedire, ufficialmente per il bene del Paese. Intanto, i pochi redditi alti crescono, i tantissimi redditi medio-bassi diminuiscono, i poveri aumentano. È lecito chiedersi se sia questo l’effettivo bene del Paese?

Ancora: è inevitabile che al governo del Paese siano i benestanti, perché liberi dall’onere di guadagnare per vivere e anche perché un reddito alto è indice di merito. Se fosse vero, tutti i meritevoli dovrebbero essere ricchi, ma non è così. Inoltre, questa obiezione poteva essere accolta quando fare politica non dava diritto a indennità, come disponeva l’articolo 50 dello Statuto Albertino.3 Il compenso ai rappresentanti del popolo è stato introdotto proprio per evitare che una ristretta cerchia di ricchi avesse in mano la gestione della cosa pubblica. Che poi ci siano state gravi degenerazioni — la corruzione nella politica — è storia, ma punire i delinquenti non vuol dire affatto cancellare i principi, semmai rafforzarli. Stessa glossa vale per le parole di Marcegaglia.

La natura dell’élite dirigente italiana è dunque economica, sia nel caso lecito dei professori, banchieri, manager, sia in quello illecito della casta corrotta dei politici. Come dicevo, la partita doppia e l’economia hanno sostituito la costituzione e il diritto.

Ora, esistono altre élites in Italia o altri soggetti nella élite dirigente? Il fondamento economico dei gruppi che hanno in mano le sorti del Paese porta inevitabilmente a questa domanda che è poi il centro della questione. Detta in altri termini sarebbe: non c’è niente di meglio nell’Italia di oggi? Oppure: qual è il ruolo degli intellettuali, delle associazioni, della cultura nell’Italia di oggi?

Ci sono singoli, voci isolati che tengono viva la tenue fiammella del pensiero critico. Non esiste, però, in Italia una élite culturale omogenea che sia soggetto, che sia la coscienza critica del Paese. La cultura ufficiale italiana è assente dal dibattito civile o è tendenzialmente dalla parte della ragion di stato. Predilige la veste istituzionale. La cosiddetta intellighenzia di sinistra si è mostrata forte e compatta contro Berlusconi, molto meno nella dialettica col berlusconismo. Oggi, di fronte al governo Monti, sembra aver accettato le ragioni dell’emergenza e sopito lo spirito critico, sospendendo il giudizio o esprimendolo nei termini positivi e rassicuranti di Eugenio Scalfari. Alle dimissioni di Berlusconi è stata fatta seguire la fine del berlusconismo, come se un fenomeno sociale e culturale durato vent’anni possa sparire in tre mesi. L’Italia non è cambiata se non sulle poltrone del governo e nelle chiacchiere dei politici. Certo può essere l’inizio di un processo, ma solo una piccola parte del tutto. Il cambiamento vero che l’Italia sta vivendo è una progressiva perdita di speranza nel futuro, determinata dall’impoverimento economico della sanità pubblica, dell’istruzione, di tante troppe famiglie. Dalle istituzioni e dai partiti un’unica spiegazione: è l’emergenza! L’ineluttabile al governo. Chi contesta è, di volta in volta, sfigato, inetto, noioso, vecchio, fannullone, ladro. La neve delle scorse settimane si è sciolta, ma l’Italia rimane in un inverno che dura da troppo tempo. Sapranno gli italiani far fiorire la loro primavera?

Il cardinale Gianfranco Ravasi ha scritto nella sua rubrica Diverso parere su «l’Espresso» che lavorare stanca e che per questo si preferiscono impieghi dove la fatica fisica è assente o molto leggera. Ricorda che Gesù di Nazaret è stato un téktôn, cioè un falegname-carpentiere, impegnato, quindi, in «una modesta e faticosa professione popolare». E continua: «I titoli, spesso retorici (si sa bene cosa siano certi corsi pomposamente chiamati master…), celano il sogno di carriere e, comunque, di impegni in attività ‘liberali’, mentre l’opera del téktôn — leggi idraulico, calzolaio, badante, cameriere e così via — opera altrettanto nobile ma dà fatica e sudore, viene automaticamente esclusa dal proprio orizzonte come indegna».2

Anche il cardinale partecipa alla discussione in corso sul lavoro, da fine biblista quale lui è, e aiuta il governo Monti a porre in evidenza la sostanziale inettitudine dei lavoratori italiani, soprattutto giovani.

Ravasi dice bene, Gesù di Nazaret è stato un téktôn, ha conosciuto la fatica e la durezza dell’impegno fisico. E se ne è ricordato — della durezza — quando ha cacciato i mercanti dal tempio.3 Lui, il Maestro, di diverso parere dalle istituzioni del tempo.

 

1 «50. Le funzioni di Senatore e di Deputato non danno luogo ad alcuna retribuzione od indennità».
Lo Statuto Albertino è stato la legge fondamentale in Italia dall’unità alla promulgazione della costituzione repubblicana (1861-1948). Il testo integrale è in «elettorale.com»
.
2 G. Ravasi, Lavorare stanca, in «l’Espresso», 16 febbraio 2012
3 Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio. Ed insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata / casa di preghiera per tutte le genti? / Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!». (Mc 11, 15-17)

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2 commenti

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