Uno spettro si aggira fra i territori inesplorati della concertazione tra aziende e sindacati: è il nuovo contratto nato dalla mente del filosofo dell’economia italiana Sergio Marchionne.

Seppur molto giovane, questo contratto ha già alle spalle una gloriosa storia di successi e di conquiste.

Nacque originariamente per Pomigliano nel giugno 2010.
Lo scopo ufficiale era quello di far fronte alla crisi delle vendite che investiva (e, a quanto pare, investe ) il settore auto del gruppo FIAT.
L’emozione dell’innovazione apportata alle relazioni industriali del paese non fece presa già da allora solo su FIOM e COBAS, ma, in un Paese dove vige la democrazia, le minoranze non hanno mai così forte influenza.
Infatti, a seguito dell’accordo siglato tra l’azienda e tutti gli altri sindacati, si decise di sottoporre il neonato contratto al giudizio dei lavoratori.
Sempre nello spirito della tradizione democratica occidentale, il 22 giugno 2010 ai dipendenti dello stabilimento di Pomigliano fu sottoposto un referendum riguardante le nuove condizioni.
In quei giorni, per permettere una saggia riflessione a tutti i votanti, veniva anche inaugurato un nuovo stabilimento in Serbia: la minaccia di un espatrio della produzione poteva così avere una sua precisa forma e collocazione.
I SI prevalsero con il 64% delle preferenze.

Nonostante anche la ‘libera’ scelta dei lavoratori avesse sancito la precisa volontà di partorire l’accordo, esisteva, però, ancora un piccolo intoppo: FIAT era parte di Confindustria e Confindustria adotta il contratto nazionale metalmeccanico.

Ma la diabolica mente dell’a.d. FIAT, dettosi spinto da un moto di amore per il Paese e da una forte volontà di rinnovamento, trovò la soluzione: fondare una nuova società, Fabbrica Italia Pomigliano, che non avrebbe aderito a Confindustria e avrebbe rilevato lo stabilimento adottando il nuovo contratto in tutta libertà.

Fabbrica Italia Pomigliano vide la luce ufficialmente nell’aprile 2010. Una società al 100% di proprietà di Fiat partecipazioni: Fiat che cambia nome e compra se stessa!

Il primo gennaio 2011 avviene il ‘passaggio di proprietà’ dell’impianto e finalmente tutti poterono applaudire l’entrata in scena del contratto!

Sindacati e mondo della politica, eccetto le solite esigue minoranze, rimasero estasiati da tali prodezze e nessuno ebbe motivo di opporsi alla proposta FIAT di estendere il nuovo contratto anche a Mirafiori.
Questa volta si parlò di una Joint Venture FIAT Chrysler che avrebbe addirittura investito 1,3 miliardi di euro per produrre, a Torino, SUV a marchio Chrysler!
Fu quindi proposto il referendum e, pur con il solo 54% dei consensi, passò il SI anche a Mirafiori.

Una volta ottenuto il totale nulla osta, Marchionne fece una rapida serie di evoluzioni: smentì la notizia riguardante Join Venture con Fiat Chrysler e disse che ad acquisire lo stabilimento sarebbe stata una Newco chiamata, senza sprecare troppe energie in fantasia, Fabbrica Italia Mirafiori.

Mentre accadeva questo, la preoccupazione maggiore di CISL e UIL è stata quella di mantenere buono il resto dei lavoratori del settore, rassicurandoli che il contratto di Pomigliano non sarebbe stato esteso alle altre aziende del gruppo.
«Il contrattone-panaceico — si diceva — è stato partorito per far fronte alla crisi delle vendite del settore auto. Al contrario, per le macchine agricole, i veicoli commerciali e industriali le vendite vanno alla grande: non sussistono le condizioni per l’introduzione del contratto all’avanguardia».

Ma ormai non era più necessario ricorrere a particolari esercizi di abilità: a gennaio 2012 FIAT comunica la sua uscita da Confindustria e il contratto di Pomigliano diventa il contratto standard per tutte le aziende del gruppo FIAT.

Non c’è stata ancora nessuna acquisizione e non c’è stato alcun investimento, ma le ore limite di straordinario esigibili dall’azienda sono passate da 40 a 120, le pause per chi lavora in linea sono state abbassate da 40 a 30 minuti e lo stabilimento si riserva la facoltà di organizzare il lavoro su 18 turni settimanali di 8 ore ciascuno: senza nessun particolare preavviso per lavoratori e, tanto meno, sindacati, la direzione può decidere che la fabbrica resti attiva 24 ore su 24 costringendo i dipendenti a turni alterni con orari sfasati di volta in volta, continuando a esigere un alto livello di attenzione necessari per i ripetitivi processi di linea.

Una particolare innovazione apportata consiste nella presenza di nuove causali giustificative riguardanti ferie e P.A.R. (Permessi Annui Retribuiti), fruiti a seguito di chiusure aziendali disposte dall’azienda. A discrezione della dirigenza, i lavoratori possono essere obbligati a restare a casa e a spendere così i propri giorni di ferie.

Come ogni buon processo dittatoriale vuole, la facciata ufficiale rappresentata dal contratto (che già da solo rappresenta un radicale colpo inferto alla contrattazione nazionale e un balzo all’indietro repentino a condizioni di lavoro stile anni ’50), va accompagnata ad una politica interna ufficiosa che ne faccia apprezzare le qualità.

Nelle aziende del gruppo FIAT, avendo avuto come banco di prova i referendum, si è visto che il terrore è ancora il migliore strumento nelle mani di chi detiene il potere.

Continue voci indicano come interpretare e come agire di conseguenza.

Tra queste voci che serpeggiano tra le pareti delle fabbriche una in particolare afferma che con l’avvento del nuovo contratto è fatto divieto di scioperare!!!

In effetti, pur essendo lo sciopero un diritto sancito dall’articolo 40 della Costituzione, nel contratto, si legge: «le organizzazioni sindacali — e qui si intende quelle che hanno firmato l’accordo — si impegnano a non far ricorso all’azione diretta» ovvero, i sindacati si impegnano a non ricorrere all’unica arma in loro possesso, lo sciopero!

Questo non vuol dire che l’individuo/lavoratore è obbligato a non scioperare, ma che, in questo frangente, l’azienda si ritiene sollevata dagli obblighi relativi a contributi e permessi sindacali.
Tuttavia, si sa, le voci non sono mai così ben informate, e, se lo sono, tendono a trascurare alcuni dettagli!

Se la voce di corridoio non dovesse bastare, subentra una gestapo aziendale che, investendo i responsabili delle varie aree della veste di pubblico inquisitore e responsabile della ortodossia aziendale, invia questi ultimi a passare in rassegna i rispettivi sottoposti per censire ad uno ad uno gli scioperanti in modo da poter comunicare i dati alla segreteria.
In via ufficiale tutto ciò avviene per fini puramente statistici… Fini statistici che naturalmente non possono spaventare tutti i precari che la FIAT sfrutta da anni e che potrebbero vedere la cosa come un controllo diretto della loro fedeltà all’azienda e della loro ubbidienza.

Come effetto di questo ben preciso piano di azione terroristica, gli operai e gli impiegati degli stabilimenti FIAT sono ormai entrati in uno spirito di fanciullesca sottomissione. Per trattenere in Italia la produzione basta fare il bravo lavoratore e dare retta ai materni consigli dell’azienda. Altrimenti è normale che Marchionne sposti all’estero la produzione: in Polonia non sono così capricciosi come gli operai italiani, che pretendono non solo l’occupazione, ma addirittura migliori condizioni di lavoro, libertà di aderire ad un sindacato e — orrore! — scioperare.

Ci si aspetterebbe che un comunista di vecchio stampo come il presidente Napolitano si scagliasse ferocemente contro questa prevaricazione!
Ma, anche in questo frangente, il presidente, ha fatto vedere come si sia pienamente rassegnato alle pratiche di ermetismo istituzionale, tramite gli ormai soliti criptici colpi di cerchiobbottismo: «È necessario un atteggiamento aperto alle modifiche, tenendo fermi i fondamentali principi di rispetto dei diritti, insisto sulla necessita di una visione aperta alle esigenza di rinnovamento che ormai sono mature».1

Le uniche parole ferme e convinte che continuiamo a sentire provengono invece, proprio da quella continua minoranza rappresentata dal segretario FIOM Maurizio Landini: «La Fiat attacca i diritti. Ha una logica autoritaria che non cancella solo la Fiom, ma è contro l’idea che chi lavora si organizzi. Se passa questa logica non ci sarà libertà e questo chiediamo alla politica: la libertà e la democrazia vanno garantite anche nelle fabbriche Fiat».2

vin.cirimele@gmail.com

 

1 Fiom in piazza con i No Tav, in «La Stampa.it», 9 marzo 2012
2 Fiom riempie Piazza S. Giovanni «Marchionne stop autoritarismo», in «l’Unità.it», 9 marzo 2012

 

Per approfondire

Referendum di Pomigliano del 22 giugno 2010

Referendum di Pomigliano, vincono i sì ma non c’è il plebiscito: i contrari al 36%, in «Corriere della Sera.it», 22 giugno 2010

Nasce Fabbrica Italia Pomigliano

Fiat, nasce Fabbrica Italia Pomigliano, in «La Stampa.it», 27 luglio 2010

Accordo Mirafiori del 23 dicembre 2010

Testo dell’accordo del 23 dicembre 2010, in «Fiom.Cgil.it»

Il contratto

Testo del contratto collettivo specifico di lavoro di primo livello del 29 dicembre 2010, in «Il Sole 24 Ore.it»

Le conseguenze per la salute

A. Fedi, Accordo Mirafiori, conseguenze per salute e sicurezza sul lavoro, in «SEL Pistoia.net», 9 gennaio 2011

Referendum Mirafiori del 14 gennaio 2011

Referendum Mirafiori, vince il “sì”. Decisivo il voto dei colletti bianchi, in «La Stampa.it», 15 gennaio 2011

Nasce Fabbrica Italia Mirafiori

Fiat: nasce Fabbrica Italia Mirafiori SpA, in «Il Sole 24 Ore.it», 12 aprile 2011

Fiat esce da Confindustria

Marchionne: Fiat fuori da Confindustria da gennaio. La replica: non condividiamo le ragioni dell’uscita, in «Il Sole 24 Ore.it», 3 ottobre 2011

Firma accordo 13 dicembre 2011

C. Casadei, Fiat, firmato l’accordo per il nuovo contratto del Gruppo. Confermati gli investimenti per Fabbrica Italia, in «Il Sole 24 Ore.it», 13 dicembre 2011

Ritardi alla partenza del progetto Fabbrica Italia Mirafiori: investimenti nel 2014

S. Caselli, Fiat, con Mirafiori al palo, anche l’indotto rischia di sparire: a rischio 40mila operai, in «il Fatto Quotidiano.it», 23 febbraio 2012

Scritto con Salvatore Crabuzza.

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