PONTIDA: IL PRATO DELLA LEGA CON LA SCRITTA CAMBIATAIeri sera a Bergamo, all’autodafé dell’orgoglio leghista, Roberto Maroni ha intimato che i soldi del finanziamento ai partiti, finora rubati dalle pecore nere padane, vadano ai militanti leghisti e alle sezioni. In una parola: alla base. L’ho sentito in diretta, alla televisione. Capisco perché l’ex ministro degli Interni (utile promemoria) abbia detto questo, ma non lo condivido. Mentre la Lega Nord dei padroni a casa propria si è meschinamente svelata essere dei ladroni a casa propria, è chiaro che Maroni, prossimo capo, voglia tenere buona la base evocando denari. Tutto sommato, da quel punto di vista, non fa una piega.

Capisco, ma non condivido. Il punto di vista generale è un altro. I soldi del finanziamento ai partiti devono tornare allo Stato, cioè a tutti i cittadini, agli italiani. E non mi riferisco solo alle somme rubate dalla famiglia Bossi e compari, ma al di più versato rispetto a quanto speso. La legge prevede un rimborso? E di rimborso deve trattarsi, non un centesimo in più.

Non solo per quanto riguarda la Lega Nord, ma per tutti i partiti che hanno ricevuto soldi pubblici. Sono rimborsi sulla carta? E rimborsi devono essere di fatto. Dal Pd al Pdl, a Fini, Casini, Rutelli, Di Pietro e così via. Devono restituire quanto percepito in più. Deve sorgere un movimento civile che lo chieda con forza, senza fronzoli e mezzi termini. Nel 1993 gli italiani hanno abolito con un referendum il finanziamento pubblico dei partiti, non può rispuntare come rimborso elettorale che poi, addirittura, rimborso non è. Non avrebbe dovuto rispuntare, perché in realtà è diventato legge dello Stato subito dopo il referendum, mostrando così le vere intenzioni dei partiti italiani. Male abbiamo fatto, come cittadini, a tollerarlo.

Il punto è questo in Italia, ora più chiaro che mai: i cittadini sudditi. Ovvero, correttamente, i sudditi che mai sono diventati cittadini. Ora non importa approfondire perché una tal iattura sia stata e continui a essere possibile. Si tratta di finirla e basta, senza giri di parole. Attenzione ai giri di parole degli epigoni di Azzeccagarbugli: il finanziamento pubblico cancellato dal referendum diventa rimborso e torna a essere finanziamento. Spiegazione: per evitare che la politica sia riservata ai soli ricchi, quindi per tutelare la democrazia. Per questo c’è il rimborso e va bene, ma non deve esserci nulla di più.

I partiti italiani devono restituire il maltolto ai cittadini. Restituire. Riconsegnare. Dare indietro. E non dicano, essi o chi per essi, che c’è una legge applicando la quale hanno avuto quei soldi. Intanto, la legge prevede il rimborso — lo ripeto per l’ennesima volta. Poi, una legge non è un dogma. Se ne fa un’altra, due righe, che prevede la restituzione del superfluo ricevuto in un certo numero di anni, da fissare. Non ci vuole molto.

I partiti e i politici non devono rinunciare ai soldi pubblici come atto di libera volontà, non devono fare elemosine agli italiani, ma gli italiani devono riprendersi con una legge dello Stato i denari ingiustamente sottratti dalla politica. E non accontentarsi della proposta vergognosa di Alfano, Bersani e Casini di maggiore controllo e trasparenza: un insulto al buon senso, all’intelligenza e alla condizione economica di tante famiglie italiane.

Su questo gli elettori delle prossime amministrative e delle future elezioni politiche devono decidere chi votare, non sui giri di parole di politicanti retori, uomini mediocri. L’idea guida deve essere che non si può riformare il sistema, bisogna cambiarlo. Il sistema Italia non è degenerato, è iniquo da gran tempo. Oggi la crisi lo mostra come tale chiaramente, anche agli occhi degli ingenui e dei distratti.

Stesso discorso deve valere per le retribuzioni e le pensioni elargite a dipendenti pubblici in misura sconsiderata per anni. Come ho già scritto, devono dare indietro il di più, restituire.1 Non basta tagliare oggi stipendi e pensioni d’oro, bisogna recuperare il superfluo elargito negli anni. È inutile scandalizzarsi di fronte allo stipendio di un dirigente pubblico più alto di quello del presidente degli Stati Uniti d’America, se poi non si agisce sia per il passato che per il futuro. Si fanno due conti, ci vuole poco tempo; si scrive la legge; la si vota e via. Non è satira, non è retorica, non è populismo. È ciò che si deve fare in Italia, da subito. È ciò che i cittadini devono chiedere con forza.

Il termine tecnico per indicare tutto ciò è ridistribuzione del reddito. Generalmente lo si fa tassando significativamente la ricchezza. Luigi Abete, presidente di BNL e di Assonime (Associazione fra le Società italiane per Azioni), già presidente di Confindustria, lo invoca da lungo tempo.2 E non mi pare un populista o un comunista. François Hollande, candidato socialista alle presidenziali francesi, ha in programma di tassare del 75% i redditi cospicui.3 Questo per dire quale può essere la via e quindi che l’azione del governo Monti non è l’unica possibile. Ovvero, tasse e tasse sul ceto medio italiano, che si impoverisce di giorno in giorno. E a cui, per la condizione che vive, poco importa di salvare la baracca dello Stato, visto che, comunque, ci rimette la propria. Chiaro? I sacrifici si possono anche accettare, se però sono equamente distribuiti. In Italia, oggi, non è così.

Alle origini dello Stato unitario, nel 1866 e nel 1867, il neonato regno d’Italia confiscò per ragioni finanziarie i beni della Chiesa — l’eversione dell’asse ecclesiastico. In tutte le città italiane ci sono stati o ci sono ancora ex conventi, ex convitti, ex edifici ecclesiastici destinati a caserme, ospedali e uffici pubblici. Bene. L’Italia di oggi, per far fronte alla crisi economica e guardare con fondata speranza al futuro, deve recuperare — confiscare, non ho difficoltà a scriverlo — il denaro elargito in più ai partiti politici e ai dipendenti pubblici, le ‘chiese’ avide e intoccabili del nostro tempo.

 

1 La luce degli uomini in fiamme, 30 marzo 2012
2 Abete: più Iva per abbassare tasse sui redditi, in «la Repubblica.it», 19 gennaio 2011
3 M. Montefiori, Hollande il rosso spaventa i milionari «Tasse al 75%», in «Corriere della Sera.it», 29 febbraio 2012

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