1. I dati generali
2. Comuni e popolazione residente
3. Il caso della Calabria Nord-Occidentale

 

Il 27 aprile 2012, l’Istat ha diffuso i primi risultati del 15° Censimento generale della popolazione e delle abitazioni, di cui è stata condotta la rilevazione fissandola al 9 ottobre 2011.


1. I dati generali

Gli italiani sono 59.464.644, 4,3% in più del 21 ottobre 2001, data dell’ultimo censimento. La popolazione nazionale è cresciuta di 2.468.900 unità. Un incremento di tale entità non era rilevato dal 1981. Infatti, nel 1991 e nel 2001 la popolazione era risultata piuttosto stabile, ovvero in lieve crescita dello 0,4% in entrambe le occasioni.

Tuttavia, per completare il quadro generale del numero di abitanti, bisogna dire la quantità di stranieri abitualmente dimoranti in Italia. Si tratta delle persone che non hanno la cittadinanza italiana. Al 9 ottobre 2011 sono 3.769.518, quasi triplicati rispetto al 2001, 182,4% in più, complessivamente 2.434.629. Vuol dire che senza di essi gli italiani sarebbero stati 55.660.855 nel 2001 e 55.695.126 nel 2011, ovvero sarebbero cresciuti dello 0,06%, 34.271 complessivamente. Si accentuerebbe così la sostanziale stabilità demografica dell’Italia, rilevata la prima volta nel 1991, e si affermerebbe a questo punto come dato costante in un lungo periodo, per la prima volta dal 1861, anno dell’unità nazionale e del primo censimento.

La popolazione italiana è cresciuta nel 2001-2011 di 2.468.900 unità e conta oggi 2.434.629 stranieri in più dall’ultimo censimento: i due numeri in pratica coincidono. Vuol dire che l’incremento rilevato dall’Istat è stato determinato dalle persone abitualmente dimoranti in Italia, pur non avendone riconosciuta la cittadinanza. Gli italiani recenti in attesa di essere riconosciuti tali. Senza il loro incremento la popolazione italiana sarebbe rimasta la stessa di dieci anni fa, che era sostanzialmente la stessa del 1991 e anche del 1981. In altre parole, l’Italia è a crescita zero, cioè demograficamente piatta, ormai da trent’anni.

L’ultimo incremento demografico significativo è stato rilevato in Italia nel 1981 rispetto al 1971: 4,4% in più. Poi nulla di rilevante fino al 2011. Tra la fine degli anni ’70 del Novecento e i primi anni ’80 in Italia è iniziata una nuova fase demografica, di stagnazione, che oggi notiamo durare da tre decenni. Non voglio indicare genericamente legami diretti con i fatti di quegli anni, tuttavia colpisce che l’inizio della nuova fase demografica, di arresto della crescita, coincida con l’esito dei «tempi nuovi» di cui parlava Aldo Moro nel 1968 e di cui ho scritto nella pagina iniziale di questo sito, che è il presupposto analitico del sito stesso. La risposta delle istituzioni e della politica a quei «tempi nuovi» fu una sostanziale restaurazione, un sensibile cambio di rotta, che nella morte di Moro ha il suo punto di inversione. Ripeto, ora non intendo mettere in relazione storia politica e storia demografica, ma notare la coincidenza e cogliere lo spunto per ulteriori ricerche e analisi.

Dai primi risultati del censimento 2011 la distribuzione degli italiani sul territorio nazionale risulta disomogenea.

Distribuzione geografica
Territorio Popolazione Rapporto
Nord 39,9% 45,8% +5,9%
Centro 19,3% 19,5% +0,2%
meno Roma 18,8% 15,1% -3,7%
Sud 24,3% 23,4% -0,8%
meno Napoli e provincia 23,9% 18,4% -5,5%
Isole 16,5% 11,2% -5,3%

È subito evidente che nell’Italia Settentrionale risiede quasi la metà della popolazione nazionale, con un rapporto fra territorio e abitanti di +5,9%. Nel 19,5% di abitanti dell’Italia Centrale è compresa Roma, il comune con più residenti, 2.612.068, 4,4%. Senza contare la capitale, gli abitanti del Centro sono il 15,1% della popolazione, un terzo che al Nord. Al Sud, invece, sono quasi la metà dell’Italia Settentrionale. Anche in questo caso, però, è utile considerare che nel 23,4% sono compresi gli abitanti di Napoli e provincia, 3.035.918, il 21,8% dei residenti al Sud. Quindi, senza contare quelli, nel Meridione risiede il 18,4% degli italiani, con un rapporto tra territorio e abitanti di -5,5%, ovvero meno di un quinto della popolazione totale in quasi un quarto del territorio nazionale.

La distribuzione della popolazione è ulteriormente e specificamente indicata dalla densità per chilometro quadrato.

Densità per km2
Nord (media) 228,3
Centro 199,9
Sud 190,6
Isole 133,4

La densità media nel Centro-Nord è di 214,1 abitanti. Nel Sud diminuisce dell’11%, 23,5 individui. Nell’Italia Meridionale, però, è compresa la provincia di Napoli, che ha una densità di 2.592,3 abitanti, la più alta sul territorio nazionale, ovvero i 3.035.918 residenti in 1.171,13 km2 di superficie. Senza contare la provincia di Napoli, la densità nel Sud è di 151,6, il 29,2% in meno che al Centro-Nord, cioè quasi un terzo in meno, complessivamente 62,5 individui. Se il confronto è solo con il Nord, la differenza è 33,6% in meno, 76,7 individui. Percorrendo l’Italia da Nord a Sud la popolazione si dirada progressivamente e sensibilmente, indicando il dato demografico come uno degli squilibri di maggior rilievo tra le due parti del Paese.

Osservando da un punto di vista storico la distribuzione degli italiani sul territorio nazionale, la disomogeneità che emerge dal censimento 2011 tra Nord e Sud risulta un dato demografico formatosi nei decenni successivi all’unità nazionale e consolidatosi solo nel corso della più recente storia repubblicana.

Distribuzione geografica storica (in migliaia)
1861 1921 1951 2011
Italia Nord-Occidentale 6.834 10.047 11.745 15.791
Italia Nord-Orientale 2.100 8.261 9.447 11.471
Italia Meridionale 6.614 9.341 11.923 13.957

In assoluto, la differenza di popolazione da un territorio all’altro, per quantità complessiva o per distribuzione, non è indice di benessere o malessere, di ricchezza o povertà, di facilità o difficoltà. È però un carattere peculiare tra i più specifici, che assume importanza se osservato in un intervallo di tempo significativo e quindi risulta fondamentale per la conoscenza del territorio stesso, presupposto imprescindibile dell’azione e della gestione.

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2. Comuni e popolazione residente

Nei primi risultati del censimento 2011 emerge per interesse la distribuzione della popolazione nei comuni divisi per classe di ampiezza demografica, ovvero per intervalli di quantità di abitanti.

Nel 70,4% dei comuni italiani, quelli fino a 5.000 abitanti, risiede il 17,4% della popolazione nazionale. I comuni in Italia sono 8.092, vuol dire che 5.697 amministrano meno di un quinto di italiani. Si tratta di una frammentazione eccessiva, che determina, tra l’altro, uno spreco di risorse. La maggioranza degli italiani risiede nei comuni medio-piccoli (tra 5 mila e 20 mila abitanti). Lo conferma la crescita della popolazione, rilevata nell’81% dei comuni intermedi (tra 5 mila e 50 mila abitanti), nel 69,1% di quelli tra 50.001 e 100.000, nel 52,7% di quelli con meno di 5.000 abitanti. «Di conseguenza, i comuni di dimensione medio- piccola (tra 5 mila e 20 mila abitanti) hanno aumentato la popolazione dell’8,1% (un valore quasi doppio rispetto a quello nazionale), quelli di medie dimensioni hanno registrato un incremento del 5,2%, mentre nei comuni grandi la popolazione è rimasta pressoché stazionaria (0,2%)».
Grafico su comuni e popolazione residente (Istat)In altre parole, il censimento 2011 ha rilevato che una quantità minima di popolazione risiede in quasi tre quarti dei comuni italiani, i piccoli, quelli fino a 5 mila abitanti. Il dato indica chiaramente l’estrema frammentazione e dispersione sul territorio di popolazione e quindi di organismi amministrativi, con le conseguenze di un più o meno profondo isolamento sociale, di una economia assente o asfittica, di uno spreco notevole di risorse amministrative. Il 70,4% dei comuni per il 17,4% di popolazione richiama alla mente la montagna e il topolino. Infatti, il censimento ha rilevato la tendenza degli italiani a spostarsi dai piccoli comuni, quelli fino a 5 mila abitanti, verso quelli fino a 20 mila.

I primi risultati del censimento sono stati pubblicati dall’Istat mentre il governo nazionale è impegnato in una significativa revisione della spesa pubblica (la spending review). Alla luce dei dati esposti, sarebbe il caso di avviare una drastica riduzione del numero dei comuni, in troppi casi enti inutili o, peggio, di gestione del clientelismo piuttosto che del territorio, nell’indifferenza della maggioranza di cittadini, dei mezzi locali di comunicazione, delle associazioni spesso complici. Le tradizioni e l’identità di una comunità non dipendono dalla propria struttura amministrativa, quindi la sopravvivenza di comuni determinata solo da tale ragione non avrebbe senso. Inoltre, al di là del risparmio di risorse, l’accorpamento di due tre quattro comuni in un unico nuovo organismo amministrativo potrebbe essere l’occasione per una innovativa e migliore gestione del territorio, liberata da più che mai anacronistici campanilismi.

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3. Il caso della Calabria Nord-Occidentale

La frammentazione e la conseguente dispersione della popolazione sul territorio sono confermate dall’osservazione di realtà territoriali specifiche. Si tratta di un dato peculiare soprattutto delle regioni meridionali. Come indicato in precedenza, senza contare Napoli e provincia, nel Sud risiede meno di un quinto della popolazione totale, in quasi un quarto del territorio nazionale. Eppure al Sud i comuni sono tanti: 131 in Basilicata, dove la densità è inferiore a 60 abitanti per km2; 409 in Calabria, con una densità di circa 130. Un totale di 540 nelle due regioni, con una media di abitanti per comune inferiore a 5 mila.

Un ulteriore dettaglio può essere osservato, come caso e campione, nella Calabria Nord-Occidentale. Il territorio in esame è nella provincia di Cosenza, che ha 155 comuni e una densità abitativa di poco superiore a 100. Si tratta della costa tirrenica settentrionale e dell’immediato entroterra: un territorio di 548,29 km2; 16 comuni in totale; una densità media di 152,5 abitanti, in linea con il dato del Sud senza Napoli e provincia, ma una densità assoluta di 110,4.

Dai primi dati del censimento, la popolazione complessiva del territorio calabrese in esame risulta essere di 60.527 unità, 92 in meno del 2001, lo 0,15%. Il 61% risiede nei 5 comuni con più di 5.000 abitanti, intorno ai quali gravitano gli altri 11 per esigenze e servizi più o meno essenziali. Di questi, 6 hanno meno di 2.000 abitanti. Nel territorio il numero medio di componenti per famiglia è 2,42. Nel 2001-2011, i 5 comuni maggiori sono cresciuti mediamente del 2,4%, gli altri sono calati del 3,2%.

Censimento 2011 nella Calabria Nord-Occidentale (primi risultati)
Residenti 2011-2001 Famiglie Componenti
Aieta 840 -52 336 2,50
Belvedere Marittimo 9.162 +281 3.629 2,52
Bonifati 2.925 -477 1.334 2,19
Buonvicino 2.356 -184 952 2,47
Diamante 5.072 -19 2.100 2,42
Grisolia 2.313 -82 1.026 2,25
Maierà 1.240 -93 544 2,28
Orsomarso 1.338 -160 552 2,42
Praia a Mare 6.538 +256 2.767 2,36
San Nicola Arcella 1.766 +373 797 2,22
Sangineto 1.344 -66 631 2,13
Santa Domenica Talao 1.278 -36 533 2,40
Santa Maria del Cedro 4.903 +72 1.870 2,62
Scalea 10.208 +181 4.202 2,43
Tortora 6.026 +203 2.409 2,50
Verbicaro 3.218 -289 1.326 2,43
60.527 -92 25.008 2,42

Popolazione nei comuni della Calabria Nord-Occidentale (secolnovo.it)Considerando la tendenza demografica complessivamente in calo e i movimenti interni al territorio, dai comuni minori verso quelli maggiori; la storia del territorio e dei singoli comuni; la consuetudine di rapporti nel presente; una frammentazione che impedisce ogni innovazione e miglioramento, due terzi dei 16 comuni in esame dovrebbero essere soppressi e accorpati con altri, i più popolati, a formare quattro o cinque nuovi organismi amministrativi territoriali.

Il caso della Calabria Nord-Occidentale è rappresentativo di tanti altri territori in Italia. Ridurre il numero di comuni di due terzi, al di là del risparmio o più corretto uso di risorse che determinerebbe, sarebbe l’affermazione della necessità per l’Italia di darsi, complessivamente, una organizzazione nuova e più efficiente. In altre parole, di mettersi al passo coi tempi, uscendo da un immobilismo che la condiziona ormai da decenni. Come dicevo prima, il dato demografico assume un valore rilevante quando diventa fondamento di conoscenza e consapevolezza e quindi, conseguentemente, presupposto dell’azione. Perché, altrimenti, contarci ogni dieci anni?

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Istat, L’Italia che emerge dai primi risultati del censimento (27 aprile 2012) – Opuscolo

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