Il 30 giugno e l’1 luglio si terrà a Parma l’assemblea programmatica di ALBA, soggetto politico nuovo, il cui manifesto iniziale è del 26 marzo scorso. I temi proposti per l’occasione saranno le parole dell’acronimo: Alleanza Lavoro Beni comuni Ambiente.

Assemblea programmaticaIl documento di lavoro, una bozza di discussione,1 illustra in cinque punti le parole chiave del programma di ALBA: per un’Europa dei popoli; lavoro; beni comuni; ambiente; la questione finanziaria. Fissa in modo chiaro l’oggetto del discorso, il cosa, senza proporre ancora gli strumenti dell’azione del soggetto politico, ovvero il come. Tuttavia, se l’assemblea di Parma è programmatica, di programma si deve parlare e il programma è lo strumento, il come, l’azione concreta che attualizza idee, principi e aspirazioni comuni. L’Italia ha una storia politica repubblicana ricca di valori, di parole, del cosa, ma tristemente lacunosa di strumenti, di progetti, del come. Continuare su questa strada non sarebbe nuovo, ma soprattutto non sarebbe utile.

L’economista Guido Viale, uno dei primi firmatari del manifesto di marzo, ha proposto per l’assemblea di Parma di «affrontare il tema partendo dai territori (i nodi devono partire dai contesti/conflitti locali saldando, attraverso il vissuto reale, ’organizzazione ai contenuti e ad una dimensione nazionale)».2 Ho già scritto che ciò pone le condizioni perché possa crescere davvero una cittadinanza consapevole, in grado di prendere in mano le sorti del proprio luogo e via, via le sorti dell’intera Italia. Il territorio è la sintesi più concreta ed efficace dei beni comuni, dell’ambiente e, in tale prospettiva, del lavoro. Territorio inteso come opportunità, ricchezza, solidarietà e non come divisione, sfruttamento, possesso.3 Dunque, parto dal territorio per inserire alcuni spunti nella più ampia discussione programmatica di ALBA.

Formulare un programma tenendo conto delle peculiarità ambientali e sociali e delle esigenze del territorio vuol dire predisporre un’azione col territorio sul territorio stesso. Agire è rendere atto un’idea, quindi è lo strumento necessario perché una visione delle cose diventi prassi. Il come che dicevo prima. Programmare azioni col territorio sul territorio vuol dire chiamare in causa le istituzioni del territorio stesso, i soggetti pubblici che di esso sono l’organizzazione amministrativa, esecutivi, di controllo, di indirizzo. Il territorio italiano è diviso via, via in regioni, province, prefetture, comunità montane, consorzi e altri enti territoriali, comuni. Le sovrapposizioni storiche e burocratiche non sono poche e irrilevanti, i carrozzoni clientelari anche. Discutere di ambiente, beni comuni e lavoro prescindendo dall’assetto amministrativo del territorio italiano temo sia accademico.

Fermo restando quanto chiaramente espresso dalla bozza di discussione e proprio per tradurre in azione quella visione delle cose, il programma di ALBA dovrebbe comprendere:

– l’immediata e definitiva soppressione di tutte le province italiane, con trasferimento degli impiegati ad altri enti e ad altre mansioni, ma anche con progressiva valutazione, ristrutturazione e riqualificazione delle piante organiche;
– la selezione di comunità montane, consorzi e altri enti territoriali che siano stati di effettiva utilità per il territorio e l’immediata e definitiva soppressione di comunità montane, consorzi e altri enti territoriali che abbiano prodotto come frutto esclusivo o prevalente l’alimentazione di clientele;
– l’individuazione degli enti utili e di quelli inutili si potrebbe fare con democratiche consultazioni popolari nel territorio di interesse, perché il territorio sa molto bene se la comunità montana o il consorzio è un ente virtuoso o parassita;
– anche nel caso della soppressione di comunità montane e consorzi, gli assunti potrebbero essere trasferiti ad altri enti e ad altre mansioni, ma sempre con progressiva valutazione, ristrutturazione e riqualificazione delle piante organiche;
la soppressione e l’accorpamento dei piccoli comuni, indicativamente inferiori a 5.000 abitanti, a formare nuovi organismi amministrativi territoriali, più adatti ad affrontare le questioni ambientali sempre più generali.

Su quest’ultimo punto ho già scritto, analizzando i primi dati del censimento 2011 relativi alla Calabria Nord-Occidentale.4 Ripeto qui che a proporre la soppressione e l’accorpamento dei piccoli comuni si giunge considerando la tendenza demografica complessivamente in calo e quindi l’estrema frammentazione, davvero anacronistica, che impedisce ogni innovazione e miglioramento.

I nuovi organismi amministrativi territoriali dovrebbero nascere orientati verso l’ambiente, i beni comuni, la riqualificazione energetica e quindi verso il lavoro che tale visione crea. Dovrebbero essere gli strumenti di una nuova democrazia, di una cittadinanza — anche grazie a essi — sempre più consapevole. Idee che diventano azioni e condizioni concrete perché certi atti siano davvero possibili e non finiscano per diventare utopie.

Propongo questo, fedele al fondamento che ALBA non deve far nascere un altro partito, ma affermare un nuovo punto di vista dell’azione, «un paradigma alternativo» come ha scritto ieri Marco Revelli.5 Ovvero, non bisogna aggiungere strumenti a strumenti, ma riformare radicalmente quelli esistenti, trasformandoli, sopprimendoli e ricreandoli quando è necessario.

La radicale riorganizzazione delle istituzioni e degli enti territoriali è una condizione necessaria perché in Italia si possa voltare pagina e guardare al futuro con qualche speranza. Questo è vero soprattutto nell’Italia meridionale, sempre più ai margini estremi di tutto. I nuovi organismi amministrativi territoriali devono essere la voce della società e non i movimenti e le associazioni, che devono esserci, devono concorrere, ma non possono e non devono supplire.

Ritengo sia questo il senso della proposta di Guido Viale per l’assemblea di Parma di «affrontare il tema partendo dai territori», una indicazione fondamentale. La buona amministrazione del territorio è condizione per tutto il resto. Il territorio italiano ha bisogno di buona amministrazione, soprattutto al Sud. Il 6 giugno scorso Alberto Alesina e Francesco Giavazzi hanno scritto sul «Corriere»:

«A un Paese post industriale come l’Italia non servono più infrastrutture fisiche. Servono infrastrutture di altro tipo: una giustizia veloce, certezza del diritto, regolamenti snelli, un’amministrazione pubblica che faccia il suo dovere e non imponga costi enormi a cittadini e imprese, un’università che produca buon capitale umano e buona ricerca, e una lotta efficace alla criminalità organizzata. Certo, più strade non impediscono di riformare la giustizia, l’amministrazione pubblica o il mercato del lavoro. Ma in realtà quando i politici progettano infrastrutture lo fanno perché non sanno che cosa altro fare, bloccati dai mille vincoli che impediscono le vere riforme. Più facile costruire strade e ferrovie aumentando le tasse, che fare quelle riforme a costo zero che però toccano lobby potenti. Purtroppo non è ubriacandoci di asfalto e traverse ferroviarie che il Paese ricomincerà a crescere».6

Se l’Italia, tutta, fosse stata un Paese industriale, oggi potrebbe essere post-industriale e varrebbe quanto sostenuto da Alesina e Giavazzi. Tuttavia, l’Italia, tutta, un Paese industriale compiuto e maturo non lo è mai stato e quindi ad esso, oggi, non si può applicare una visione post-industriale. L’Italia ha ancora bisogno di infrastrutture fisiche, ma non perché non sia urgente anche altro e non perché la politica non sappia cosa fare, ma per giustizia, perché su tutto il territorio nazionale ci siano le condizioni per crescere. Tutti.

Ripartire dai territori con nuovi organismi amministrativi implica pure questo. ALBA, come «paradigma alternativo», deve essere una speranza anche in tal senso.

 

1 Le parole chiave del nostro programma, in «soggettopoliticonuovo.it»
2 Coordinamento nazionale, Resoconto della riunione del 12 maggio, Roma, 12 maggio 2012, in «soggettopoliticonuovo.it»
3 ALBA, Alleanza Lavoro Benicomuni Ambiente, 8 giugno 2012
4 Primi risultati del censimento 2011, 12 maggio 2012
5 M. Revelli, 2013, un nuovo inizio, in «il manifesto.it», 27 giugno 2012
6 A. Alesina – F. Giavazzi, La direzione è sbagliata, in «Corriere della Sera.it», 6 giugno 2012

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