Considero Marc Bloch un maestro, quindi lo cito spesso. Una frase la traggo da Les caractères originaux de l’histoire rurale française: «Nel “continuo” costituito dall’evoluzione delle società umane, ogni vibrazione si propaga da una molecola all’altra a una distanza tale che la intelligenza di un momento qualsiasi del processo di sviluppo non si conquista mai con la sola analisi del suo antecedente immediato». Così Bloch esprime il senso stesso della storia e del mestiere di storico: la comprensione di un dato momento è possibile risalendo il tempo, non solo immediato, che lo ha preceduto.

Ciò detto, parlare del presente, osservarlo, analizzarlo, stabilire se in esso ci sia un nuovo in formazione o già in movimento vuol dire saperne cercare nel passato gli antecedenti non solo immediati.

Oggi il nuovo sembra debba essere in ogni cosa, in ogni fatto, in tutto. Quindi, il rischio concreto è che non ce ne sia poi tanto in circolazione. Si parla di seconda repubblica, di berlusconismo, anti-berlusconismo e post-berlusconismo; ancora di prima repubblica e addirittura di una terza. Il presupposto è che questi siano termini differenti tra loro, ben piantati lungo uno sviluppo lineare che procede più o meno spedito. Tuttavia, può essere anche che lo sviluppo sia solo apparente, che il tempo passi, certo, ma che poco o nulla proceda e cambi. Che anti- e pro- siano, sostanzialmente, l’incudine e il martello, ovvero gli arnesi di uno stesso sistema, e che il cambiamento, quando c’è, sia solo l’alternarsi nel dare o ricevere il colpo.

Occorre, dunque, definire i termini, guardare indietro, conquistare — come dice Bloch — l’«intelligenza» del momento. Bisogna provare a farlo.

Tra i protagonisti del presente italiano ci sono la Repubblica e l’Espresso. Si tratta di soggetti e oggetti della cultura italiana contemporanea, per cui osservarli oltre l’orizzonte della cronaca può essere di qualche utilità. Lo facciamo in questa occasione attraverso le parole di Indro Montanelli.

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Indro Montanelli – Mario Cervi
L’Italia degli anni di piombo
(1965-1978)
Rizzoli, 1991

Nel tempo in cui la violenza diventava terrorismo, e in cui il Pci pareva assurgere al ruolo di partito dell’avvenire (sia pure in coabitazione con la Dc) il panorama della stampa italiana registrò due importanti novità: la nascita del Giornale (25 giugno 1974) e quella di Repubblica (14 gennaio 1976). L’una e l’altra furono la risposta alla perdita di prestigio, d’autorità, di credibilità del Corriere della Sera, che aveva abdicato al tradizionale compito d’interpretare i propositi e le valutazioni della borghesia illuminata, della «brava gente» lombarda, senza riuscire ad essere veramente accettato dallo schieramento «progressista», simpatizzante per la contestazione, indulgente verso il terrorismo «rosso», ansioso d’assistere all’ingresso del Pci nell’area del potere.

Il giudizio sul Giornale non spetta ovviamente a noi, che lo abbiamo fatto e seguitiamo a farlo. Ma una cosa ci sembra di poter dire con assoluta certezza: fu la voce che ruppe il coro, ormai intonato tutto a sinistra. E per questo non si badò ai mezzi — dalla calunnia alle pallottole — per tacitarla. Molti di coloro che avevano il coraggio di chiedere il Giornale all’edicolante — che spesso lo teneva nascosto — vennero minacciati e talvolta malmenati come «fascisti»: tale era la paura che quel quotidiano faceva al dilagante conformismo, che vince solo quando nessuno gli si ribella. Della qualità del nostro «prodotto» — dal punto di vista organizzativo, tipografico ecc. — giudichi il cosiddetto «consumatore». Ma la limpidità liberal-democratica delle nostre battaglie — quasi tutte andate a segno — non è più oggetto di contestazione nemmeno da parte dei nostri più accaniti avversari della prima ora.

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La Repubblica nacque per volontà di Eugenio Scalfari, che aveva covato per anni, mentre era direttore dell’Espresso, il sogno d’avere un suo quotidiano: e possedeva, per realizzare quel sogno, le necessarie qualità di talento giornalistico, di capacità manageriale, d’intraprendenza, di fantasia manovriera nei meandri della finanza e nei corridoi del Palazzo. Nato a Civitavecchia nel 1924, era calabrese d’origine («nei suoi articoli i riferimenti culturali sono quelli del liceo di Vibo Valentia, mentre invece nella politica è diventato uno che chiama al telefono il governatore della Banca. d’Italia, e gli parla» ha scritto Giorgio Bocca). Nell’immediato dopoguerra fu prima azionista — in senso politico, allora, non finanziario — poi liberale: anni più tardi, sull’onda della popolarità procuratagli dalla polemica per il «piano Solo», fu deputato socialista. E da ultimo, con Repubblica, divenne accanitamente antisocialista. Aveva gravitato attorno al Mondo di Pannunzio, con cui ruppe per passare ad un diverso stile giornalistico, più aggressivo e insieme più disponibile al variare dei venti.

Ma Scalfari non si preoccupava più che tanto della coerenza: e nemmeno avvertiva sensi di colpa se le sue diagnosi e le sue previsioni si rivelavano clamorosamente infondate. Sapeva di poter uscire trionfante dalle sabbie mobili delle sue contraddizioni, grazie alla vitalità dirompente delle sue iniziative. Citiamo ancora Bocca: «Scalfari ha la capacità di trasformare le scelte opportunistiche ed economiche in convinzioni profonde, sorretto dalla voglia di stare al timone quale che sia il mare». E Alberto Ronchey: «È attratto dal rischio… Non ha mai resistito al piacere di rischiare occupandosi di due argomenti come la Borsa e le trame dei servizi segreti, ai quali invece altri come me sono allergici perché non ci si capisce niente e si può sempre essere strumentalizzati da qualcuno. Insomma è pesca subacquea in acque nere, una specialità che a questo punto ci sembra ammirevole».

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Nel progetto di Repubblica — attuato unendo le forze dell’Espresso a quelle della Mondadori — Scalfari ebbe ben chiaro il «mercato» cui avrebbe dovuto rivolgersi. Il vasto mondo universitario ed extraparlamentare di sinistra, i sessantottini imborghesiti ma non pentiti, i simpatizzanti del Pci che volevano — come lo voleva Scalfari — il compromesso storico, l’«intelligenza» che cominciava ad aver paura del troppo piombo infestante l’Italia, ma non intendeva ammettere d’essersi sbagliata, e poi la massa dei tanti che, pur avendo pochi scrupoli, o nessuno, nei loro comportamenti civici, ritenevano di riabilitarsi impugnando un foglio «progressista».

Repubblica procedette sempre meno sbilanciata verso l’eversione, perché gli avvenimenti sconsigliavano d’esserlo, sempre più tenace nel volere la realizzazione d’un accordo tra il Pci e i cattolici — in particolare la sinistra democristiana — e l’emarginazione del Psi di Craxi. Della nascita e dello sviluppo di Repubblica, Scalfari ha fatto, nel suo libro La sera andavamo in via Veneto, un racconto legittimamente orgoglioso. In un passaggio egli si è occupato anche del Giornale, e ha creduto di poter spiegare perché, diversamente da Repubblica, altre testate «alcune delle quali inizialmente assai più prestigiose della nostra non siano state in grado d’intercettare i mutamenti del mercato. Il modesto successo del Giornale… ne è la prova evidente». Con il termine mercato Scalfari ha centrato il problema. Come uomo di marketing egli è imbattibile. I traguardi della diffusione e dei bilanci in attivo, che sono, intendiamoci, della massima importanza, Repubblica li ha pienamente raggiunti. Il Giornale ha raggiunto quelli suoi: che erano di tutt’altro genere. Si trattava di dare speranza e rappresentanza a quegli italiani spauriti che assistevano con sgomento alla protervia estremista, alla crescita del terrorismo, e insieme alla rassegnazione o alla fuga in campo avverso di chi avrebbe dovuto battersi per impedire questo degrado. Quegli italiani ebbero voce nel Giornale, e l’ebbero nei commenti che il direttore e i redattori del Giornale facevano da Telemontecarlo. Articoli e commenti che ricalcano quelli d’allora sul Giornale e su Telemontecarlo, li leggiamo e ascoltiamo, ora, dovunque. Ora che non espongono più a nessun rischio.

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