Romano Prodi (nonciclopedia.wikia.com)L’anno scorso di questi tempi, il 18 luglio per la precisione, lunedì, a Milano, nel palazzo della Cariplo, nucleo di Banca Intesa e quindi di Intesa San Paolo, si incontrava una parte considerevole dell’élite dirigente italiana. Giovanni Bazoli (padrone di casa, presidente di Intesa San Paolo), Angelo Caloia (presidente dello IOR dal 1989 al 2009, il dopo Marcinkus, e presidente di alcune società di Intesa San Paolo), Carlo De Benedetti (tante cose, tra cui editore di «la Repubblica» e «l’Espresso»), Mario Monti, Corrado Passera (il ministro, ma allora amministratore delegato di Intesa San Paolo) e Romano Prodi. Lo ha raccontato Fabio Martini su «La Stampa» la domenica successiva, il 24 luglio.1

È il caso di ricordare brevemente che il 18 luglio 2011 la borsa di Milano perdeva il 3%, lo spread raggiungeva la quota record — allora — di 337 punti e il rendimento dei buoni del tesoro decennali schizzava al 6%. Insomma, i numeri della crisi finanziaria in Italia annunciavano forte e chiaro un’estate di speculazione e un autunno di resa dei conti (letteralmente) per il governo Berlusconi. Come poi è stato. Il 9 novembre lo spread ha raggiunto quota 575 e il rendimento dei buoni decennali il 7,25%, valori rimasti i più alti in assoluto. Numeri che determinano nel bilancio dello Stato l’aumento degli interessi sul debito nell’ordine di miliardi di euro, ovvero ancora tasse e tagli. Il 12 novembre Berlusconi si è dimesso.

Giorgio NapolitanoL’incontro di Milano è stata una concreta indicazione di Mario Monti per la successione alla guida del governo, espressa da Prodi e sostenuta dagli altri presenti. Alcune considerazioni. Il prof. Monti ha ricevuto l’investitura ufficiosa dall’ex presidente della Commissione europea Prodi, ‘suo’ presidente durante il secondo mandato di commissario europeo. Questo può significare che attraverso Prodi, l’indicazione di Monti sia arrivata da ambienti europei. È lecito pensare, quindi, che il ruolo del presidente della Repubblica Napolitano sia stato inferiore a quello presentato da certo giornalismo e da certa politica. Ancora minore quello dei politici, che, del resto, è generalmente ritenuto tale.

I principali sostenitori di un Giorgio Napolitano attore determinante nelle vicende italiane recenti sono stati e sono «la Repubblica» e «l’Espresso», soprattutto nella persona di Eugenio Scalfari, sodale di Carlo De Benedetti. Quasi come a riequilibrare, in un disegno complessivo, il peso preponderante avuto dall’élite economico-finanziaria sui politici nella successione alla guida del governo. In effetti, l’impressione è che Napolitano sia stato e continui a essere vigile esecutore più che causa efficiente.

L’iniziativa presa un anno fa da uomini delle banche e della finanza, in un momento difficile per il Paese, ha sancito una volta per tutte la perdita di autorevolezza e di efficienza dei politici italiani. Dei politici, tuttavia, non della politica. Essa, infatti, ha solo cambiato soggetti: l’ha fatta e la fa l’élite economica invece che i partiti e il parlamento. È la crisi della democrazia rappresentativa. Un dato di fatto più che un processo in corso. Una crisi politica, non solo italiana, che pongo tra le cause, non tra gli effetti, della più concreta crisi economica.

Ieri, 23 luglio 2012, lunedì, la borsa di Milano ha perso il 2,76% (con un minimo in giornata di -5% e la decisione della Consob di vietare per l’intera settimana le vendite allo scoperto dei titoli bancari e assicurativi), lo spread ha chiuso a 516 punti, il rendimento dei buoni del tesoro decennali al 6,33%.2

Mettendo a confronto borsa, spread e rendimento titoli di un anno fa con quelli di ieri sembra che nulla sia cambiato. Le difficoltà e i rischi per l’Italia sono gli stessi. Vuol dire che l’azione di governo del prof. Monti non ha prodotto risultati utili? Sul tema la discussione è aperta. Ho scritto nei mesi scorsi, di volta in volta, sulle decisioni del governo e sarebbe superfluo ribadire cose già dette, che i fatti non hanno smentito. Ribadisco, al contrario, il mio giudizio negativo sull’idea di fondo dell’esecutivo: restaurare un sistema economico che invece andrebbe radicalmente cambiato, innanzitutto con l’introduzione di regole ben precise.

Al di là dei problemi nazionali, gli immutati indicatori economico-finanziari italiani confermano, a distanza di un anno, che la questione è piuttosto generale che locale. Europea. Il vecchio continente ha una moneta unica, l’euro, ma non ha una comune politica finanziaria, fiscale, bancaria, economica. La Banca Centrale Europea, limitata dalle norme che la regolano, non può arginare la speculazione. L’Europa è in mezzo al guado, tra i vecchi stati nazionali che l’hanno formata per secoli e un nuovo soggetto politico, la Comunità europea, che deve nascere una volta per tutte e a cui i singoli stati devono trasferire una parte della loro sovranità. Continuare a rimanere in bilico tra ciò che era e ciò che deve essere — in pratica, quello che è accaduto in tutti i vertici europei degli ultimi anni —, farà perdere anche l’integrazione caparbiamente costruita finora. E il vecchio continente con i singoli stati in libera uscita è una polveriera. Lo è stata per duemila anni.

Invasione della Polonia, 1° settembre 1939 (foto Hans Sönnke, Deutsches Bundesarchiv)L’Europa di oggi mi ricorda quella degli anni Trenta del Novecento: aveva un problema che pensava di controllare e infine risolvere con facilità. La Germania del Terzo Reich agiva indisturbata per espandere i propri confini. Nel 1938 occupò e si annesse l’Austria — l’Anschluss —, poi pretese i territori dei Sudeti in Cecoslovacchia. Li ottenne senza colpo ferire alla conferenza di Monaco, in seguito alla mediazione di Mussolini. Un inutile vertice europeo di allora. La Cecoslovacchia fu sacrificata, si disse, per affermare la pace. L’anno dopo, l’espansionismo tedesco violò il confine con la Polonia. Fu la seconda guerra mondiale.

I numeri della borsa e dello spread rimasti gli stessi di un anno fa, nonostante il governo del prof. Monti abbia sostituito quello di Berlusconi e nonostante manovre e riforme, discutibili e discusse ma attuate, dicono che la crisi economico-finanziaria internazionale sia in realtà speculazione, ovvero l’attacco a un sistema debole, politicamente non economicamente: l’Europa. Intanto per fare soldi e poi per ridefinire gli assetti economici globali. La crisi economico-finanziaria internazionale è la crisi del capitalismo occidentale e della politica che ne ha permesso la degenerazione. Porre questo come punto di partenza della discussione e quindi dell’azione è per me decisivo.

Gli indicatori economico-finanziari della scorsa estate portarono alle dimissioni di Berlusconi e alla formazione del governo di Mario Monti. I numeri di questi giorni avranno gli stessi effetti? Porteranno a decisioni politiche e istituzionali di rilievo? Cambieranno la guida del governo? Non credo proprio. Il prof. Monti continua ad avere la fiducia del presidente Napolitano e dei partiti che lo sostengono in parlamento, sia pure tra alti e bassi. Soprattutto, però, egli ha la fiducia delle istituzioni europee. Questo, così come lo ha portato alla guida del governo italiano, allo stesso modo lo conferma in quel ruolo. Gli si riconosce la capacità di agire positivamente nel processo di formazione dell’unione politica europea. Tuttavia, a oggi, ciò è da confermare.

E l’élite economico-finanziaria del 18 luglio 2011? A giudicare da quanto scrivono «la Repubblica» e «l’Espresso» sembra non aver mutato i propri giudizi. In ogni caso, muovendosi essa nell’estrema riservatezza in cui si forgiano i destini, al cittadino comune, pur osservando con attenzione, per sapere non resta che attendere.

 

1 F. Martini, L’investitura di Monti per il dopo Berlusconi, in «La Stampa.it», 24 luglio 2011
2 Consob: divieto vendite allo scoperto, in «ANSA.it», 23 luglio 2012

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