Il cinema di Giuseppe Ferrara, regista toscano che il 15 luglio scorso ha compiuto ottant’anni, è una cronaca della lotta tra i poteri presenti e attivi in Italia. Ovvero, riducendo e schematizzando nei termini del linguaggio cinematografico, è la documentazione del confronto serrato tra buoni e cattivi nella società italiana contemporanea. Non si tratta, tuttavia, di un racconto epico, perché tale non è affatto lo stile di Ferrara. Il suo fine è divulgativo se non pedagogico.

Il sasso in bocca (1970), Cento giorni a Palermo (1984), Giovanni Falcone (1993), per citare tra i più noti, mostrano da una parte la mafia, dall’altra i giudici e le forze dell’ordine che la combattono. Sullo sfondo lo Stato centrale, l’ufficialità, il potere costituito, meno facilmente collocabile, nettamente ed esclusivamente, nel campo dei buoni, come una visione superficiale e scarsamente informata indurrebbe a pensare.

Lo schema interpretativo buoni-cattivi mostra i suoi limiti quando Ferrara si occupa di terrorismo, nel film Il caso Moro (1986). È la prima ricostruzione cinematografica del rapimento, della prigionia e dell’uccisione di Moro — e credo unica, se si escludono Buongiorno, notte (2003) di Marco Bellocchio, però di genere introspettivo, e Piazza delle Cinque Lune (2003) di Renzo Martinelli, retrospettivo. Nel film di Ferrara il buono è Moro, i cattivi dovrebbero essere le Brigate Rosse. Dovrebbero, perché in realtà, nello sviluppo dell’azione, i fatti raccontano di un Aldo Moro vittima dello Stato, non solo dei terroristi. Questo non perché lo Stato si sovrapponga alle BR, sia complice o contiguo, come nei film di mafia, ma per il modo di gestire la vicenda del rapimento e della prigionia, quasi a porsi anch’esso, il potere costituito, sul banco degli accusatori di Moro. Alla fine, soprattutto per il tenore delle lettere del politico agli uomini dello Stato e della Democrazia Cristiana, si è indotti a pensare che, nei cinquantacinque giorni della prigionia, Moro abbia instaurato un dialogo con le Brigate Rosse e non ne abbia avuto alcuno, invece, con il suo partito e le istituzioni, perché respinto da quegli interlocutori.

Tornano le parole che dirà Falcone, tanti anni dopo, in Cose di Cosa Nostra, sebbene in un contesto diverso: «Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno». A drammatica conferma che la dialettica istituzionale, politica e sociale nell’Italia contemporanea è stata tante volte una lotta cruenta tra poteri.

Nel film I banchieri di Dio (2002) — su Roberto Calvi, la P2 e lo IOR —, individuare buoni e cattivi è arduo, se non inutile, a un tale livello di analisi. Il soggetto, piuttosto che uno scontro — che certo c’è, ma come pretesto —, è l’intreccio intricato di tante forme di potere, ciascuna consolidata dai legami con le altre. Una rete, insomma. La quale fa pensare, in definitiva, che cattivo sia il potere in sé, al di là dei tempi e dei modi, per una propria intrinseca natura negativa. Come ha scritto e cantato De Andrè: «Non ci sono poteri buoni».1

Guido che sfidò le BR (trovacinema.repubblica.it)Il dualismo buoni-cattivi, sia trattando di mafia che di terrorismo, pur con le sfumature ampie a cui ho accennato, in tanti film di Ferrara è rimasto a un livello istituzionale, ovvero dei soggetti direttamente coinvolti nei fatti. La mafia contro i giudici e le forze dell’ordine, il terrorismo contro le istituzioni. In Guido che sfidò le Brigate Rosse (2005), invece, lo scontro coinvolge la società, che non è più passiva, non è più solo contenitore o spettatore. Un operaio da una parte, i terroristi dall’altra.

È la vicenda di Guido Rossa, sindacalista della CGIL e operaio nell’Italsider di Genova, ucciso dalle BR il 24 gennaio 1979. Si tratta del tentativo di documentare il dibattito sul terrorismo nella base della sinistra italiana, quindi nella società. Il comunista Guido Rossa, apertamente e risolutamente contrario alla lotta armata, ha rappresentato l’evoluzione dello slogan «né con le BR né con lo Stato», diffuso in quegli anni nella sinistra che non voleva assumersi la responsabilità di scegliere. Nella ricostruzione del film, Rossa è il buono e i brigatisti della colonna genovese sono i cattivi, questa volta senza indulgenti sfumature. Non c’è lo Stato, però, se non a livello ideale, nei valori di Rossa. Il cast artistico è di rilievo: Massimo Ghini protagonista, quindi Anna Galiena, Gianmarco Tognazzi e Mattia Sbragia, di nuovo capo brigatista come vent’anni prima in Il caso Moro.

Alla fine del film, sui titoli di coda, Ferrara ha scritto: «Al terrorismo si devono 419 omicidi e un contributo decisivo per lo spostamento a destra del paese». Suona come una sentenza, nell’ultima opera, fino a oggi, in cui il regista toscano si è occupato di terrorismo e di politica. La vicenda di Guido Rossa per dire che le Brigate Rosse hanno perso, che sono i cattivi della storia italiana contemporanea. Quasi un atto di palingenesi culturale postuma. E di opportunismo politico. Mancano i buoni, però, perché l’esperienza solitaria di Rossa temo non possa rappresentare altro che sé stesso. Manca lo Stato, fermo alle grigie sembianze assunte nei film sulla mafia e sul caso Moro.

Se per un attimo la lotta civile piuttosto che armata di Guido Rossa è intesa, anche solo per ipotesi, come lotta di tutti gli operai e della maggioranza di italiani, l’attimo dopo affiora alla mente l’idea che, a distanza di anni, anche loro abbiano perso. Nell’Italia degli anni successivi a quelli di piombo, fino a oggi, l’Italia delle tangenti e della mafia, hanno perso tutti quelli che hanno creduto possibile una società e uno Stato migliori.

Per quanto riguarda il contributo decisivo che il terrorismo avrebbe dato allo spostamento dell’Italia a destra, essendo il giudizio del 2005, penso che il riferimento sia al berlusconismo, se non altro come punto di arrivo di un processo. La sinistra extraparlamentare della lotta armata avrebbe consegnato il Paese alla destra. E la sinistra parlamentare, la sinistra ortodossa, non avrebbe alcuna responsabilità? E il centrosinistra che ne è seguito, senza identità e idee, corroso da lotte intestine, incapace di essere alternativo?

Guido che sfidò le Brigate Rosse non ha chiuso un capitolo politico e culturale, semmai ha riacceso — o avrebbe dovuto riaccendere — una discussione di cui oggi l’Italia ha quanto mai bisogno.

 

1 F. De Andrè, Nella mia ora di libertà, 1973

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