PEOPLE GATHER TO PROTEST AT THE LOWER HOUSE OF THE SPANISH PARLIAMENTIn estate si prevedeva un autunno caldo, anche quest’anno, come negli ultimi, da quando la crisi economica è conclamata. A un mese dal fatidico equinozio, la previsione è stata confermata solo dal punto di vista metereologico. Almeno in Italia, dove non ci sono espressioni collettive di dissenso come in Grecia, ma neanche come in Spagna. Una differenza tra i paesi dell’Europa meridionale da osservare, perché indica la natura e le inclinazioni delle rispettive società.

Lasciando da parte la Grecia, caso estremamente caratterizzato e specifico, tra Italia e Spagna mi sembra sia evidente che i moti in atto siano popolari nella penisola iberica, di palazzo in quella italiana. La differenza è sostanziale. Gli spagnoli sono indignati e agiscono come tali, cioè non si limitano allo stato d’animo espresso privatamente o con gli amici al bar. Ieri sera, ad esempio, erano in piazza in migliaia, pur essendo la manifestazione vietata.1

In Italia, invece, ci balocchiamo con le primarie del Pd; Berlusconi che si ricandida alla guida del governo, anzi no, forse ni; il centro moderato che da un lato osserva avido la liquefazione del Pdl, da un altro pende dalle strategie di Casini e di Montezemolo; la Cisl che mantiene il sereno sui maneggi di Marchionne, la Cgil che lampi e tuoni, ma il temporale non arriva mai. Al massimo una pioggerella in piazza, che asciuga appena raccolti striscioni e bandiere. Insomma, moti di interesse «particulare», di palazzo appunto, dove la società, quando c’è, è complice o spettatrice.

Che il diavolo sia nei dettagli lo intendo anche come impedimento della visione d’insieme. Quindi, è sempre utile osservare a distanza, di spazio e di tempo.

Era tutto chiaro da mesi, nessuna novità sostanziale: l’Italia non ha élites autonome dal palazzo della politica;2 quindi non esiste una transizione da attuare, nessuna alternanza radicale, ma uno sfumato, ciclico ritorno. I partiti italiani sono comitati d’affari e il sistema che hanno costruito non ha credibilità in Europa. Per cui il presidente Napolitano, equilibrista di lungo corso, sebbene indicato come artefice di grandi manovre nel passaggio dal governo di Berlusconi a quello di Monti — manovre sempre e comunque di palazzo —, è stato in realtà l’esecutore materiale di volontà esterne, europee. Tutto lascia pensare molto probabile che a Monti segua egli stesso.3 Naturale evoluzione pseudo-moderata, contemporanea, dell’uomo forte, o addirittura del superuomo, d’altri tempi. L’uomo tecnico. L’ineluttabile.

Domani è un alto giorno? Stando così le cose, no. Il domani punto e a capo vale per Rossella O’Hara, personaggio immaginario, o per chi ha scarsa memoria. Può valere per singoli individui e per le loro vicende personali. Non vale per le società, soprattutto quelle complesse del nostro tempo. È questa la ragione per cui in Italia i moti attuali sono di palazzo piuttosto che di popolo.

Da almeno vent’anni in Italia si parla di rinnovamento, in politica e nelle istituzioni. Negli ultimi mesi, in vista delle elezioni parlamentari prossime venture, il tema del rinnovamento, declinato in vari modi, è il punto centrale della discussione. Rottamare; cambiare nel solco della tradizione; buttar via solo l’acqua sporca; disfarsi anche del bambino. Il rischio insito nel tema del rinnovamento è l’illusione che, appunto, domani possa essere un altro giorno, cioè che tutto possa davvero cambiare d’un tratto. Quindi, che non si debba dedicare attenzione a cosa del vecchio debba passare o possa passare nel nuovo, perché nulla deve esserci di vecchio, essendo tutto nuovo. Ecco la crepa tremenda. Dalla quale, in genere, si insinua proprio ciò che il rinnovamento vorrebbe e dovrebbe spazzar via.

L’evoluzione storica, il tempo che passa, le generazioni intese come processo non sono affatto elementi neutri. Domani è sempre frutto di oggi e di ieri. Ovvero, ieri difficilmente può essere utile a domani scavalcando oggi. Sembra un gioco di parole e invece vuol dire che è illusorio pensare possibile la restaurazione di uno status quo ante. Del presente che si vuole cancellare cosa è diventato costitutivo della società? Bisogna farci i conti, senza ipocrisie.

Da oltre vent’anni si parla di crollo delle ideologie. È utile chiarire i termini. Cos’è un’ideologia? Un sistema di idee, una visione del mondo presupposto di un’azione. Come tale è frutto di un contesto storico, di una società. È uno strumento. Ora, la questione non è che l’ideologia tenga o crolli, ma pensarla immutabile e quindi avulsa dalla naturale evoluzione delle cose. Alla politica si guarda attraverso lo schema conservatori da una parte, progressisti dall’altra, le vecchie etichette destra e sinistra. Se invece si usassero la restaurazione e l’evoluzione, lo sguardo sarebbe più chiaro. Conservatori e progressisti potrebbero risultare entrambi restauratori accaniti. Sarebbe evidente così perché al nuovo non si arriva mai. Anzi, in quanto futuro, lo si subisce invece di costruirlo.

Un esempio, in sintesi. Alla caduta del fascismo era assurdo pensare di tornare all’Italia liberale del primo Novecento, in cui gruppi ristretti di notabili avevano in mano la cosa pubblica e le masse ne erano escluse. Il fascismo, sebbene dittatura, aveva fatto entrare gli italiani nella vita pubblica, anche solo come comparse o spettatori. C’erano, tuttavia. Questo nel solco e a compimento del processo di diversa natura, ma pur sempre di coinvolgimento popolare, avviato da socialisti e cattolici alla fine dell’Ottocento. Quindi, i partiti che fecero la Repubblica e scrissero la costituzione non potevano che essere di massa, popolari. Cancellare in tal senso il ventennio fascista sarebbe stato impossibile. Non lo si è cancellato anche per altro, ma questo è un altro tema.

Il presunto crollo delle ideologie, meglio l’auspicabile loro superamento come strumento immutabile, come dottrina articolata in dogmi, ha iniziato nell’Italia dei primi anni Novanta del Novecento il tempo dei partiti politici legati a un capo o una guida carismatica. Il berlusconismo, in brutale sintesi. I partiti personali hanno nuovamente riservato la cosa pubblica all’azione di pochi notabili. Gli italiani non sono del tutto fuori, come nell’Italia liberale, ma sono tornati a essere comparse o spettatori. Più che mai, grazie alla televisione. È stato restaurato qualcosa di cui la società italiana non si era mai liberata? E ancora, la caduta del governo Berlusconi, un anno fa, ha d’un tratto cancellato tutto questo? Dovrebbe far riflettere che praticamente tutti i notabili della politica siano contro il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, che aggrega cittadini comuni intorno al governo della cosa pubblica, locale o nazionale. O che per le primarie del Pd, l’aspro confronto tra Renzi e Bersani, si voglia limitare la partecipazione popolare piuttosto che allargarla.

Il nuovo che ci aspetta dovrebbe passare anche per il cambiamento del sistema economico, per l’affermazione di un nuovo paradigma. Dovrebbe significare porre argini allo strapotere della finanza; distinguere nuovamente le banche di deposito dalle banche d’affari; affermare una cultura d’impresa in cui gli utili siano investimenti per ricerca, innovazione e riconversione, non solo profitto. Quanto c’è di restaurazione in tutto ciò e quanto di evoluzione? Cosa ha portato la finanza nella società, oltre la crisi? È credibile pensare di ingabbiarla come fosse un drago fiammeggiante? E chi sono i cavalieri senza macchia che dovrebbero farlo? La finanza, come l’ideologia, è uno strumento. La finanza rampante (e fiammeggiante, a questo punto) non è essa stessa un’ideologia? Cosa è crollato, allora, vent’anni fa? In Italia ci aspetta davvero qualcosa di nuovo?

 

1 Spagna, manifestanti circondano il Congresso, in «Corriere della Sera.it», 24 ottobre 2012
2 L’élite dirigente, 24 febbraio 2012
3 Da Monti a Monti, 24 luglio 2012

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