Il 31 ottobre 1512 Michelangelo Buonarroti consegnò la volta affrescata della Cappella Sistina al committente, papa Giulio II. Sono passati cinquecento anni, un tempo lungo. Il giorno dopo, 1 novembre, Ognissanti, nella Cappella il papa celebrò i Vespri.

Michelangelo era riuscito a ottenere piena libertà nella scelta di cosa dipingere. Di fronte al burbero pontefice guerriero aveva affermato la piena autonomia dell’artista, a cui l’opera appartiene davvero se è frutto della sua mente. L’arte senza pensiero è un esercizio di stile.

Gli affreschi della Sistina sono una delle opere maggiori nella storia dell’uomo. Hanno affermato Michelangelo capace non solo di eccellere nella pittura come nella scultura, ma di esprimere nell’arte un senso profondo, filosofico e teologico, non solo estetico. Nella volta sono raffigurate storie del Libro della Genesi, dalla creazione al diluvio. Tutto inserito in una grandiosa architettura dipinta, in cui si muovono corpi possenti, che Michelangelo ha scolpito con pennello e colori brillanti. Non amava figure molli o angelicate, che definiva «bambocci». La vita è un’opportunità, una sfida e così deve essere vissuta. È la messa a frutto anche di un unico talento, che non può essere nascosto sotto terra.

Per celebrare l’anniversario tondo ho pensato di proporre il testo dell’omelia di Giovanni Paolo II durante la Messa per l’inaugurazione del restauro degli affreschi della Sistina, l’8 aprile 1994. È una lettura antropologica dell’opera di Michelangelo di grande interesse. L’uomo al centro della storia della salvezza, nella storia della salvezza. Il corpo nudo come atto di umiltà di Dio che si è fatto uomo, ma proprio per questo elemento che avvicina l’uomo a Dio. Uomo «creato da Dio come maschio e femmina». La corporeità non è peso e limite, ma una tappa, lo slancio verso la trasfigurazione della risurrezione. Che Michelangelo dipingerà, quasi trent’anni dopo la volta, nel maestoso Cristo del Giudizio. Idea di una modernità assoluta. La modernità essa stessa. Espressa da Michelangelo con immutata energia da cinquecento anni. Ha scritto Eugenio Garin che Leonardo da Vinci e Michelangelo non solo forse hanno detto la parola la più alta del Rinascimento, «ma ne continuano a mostrare il senso e il valore, meglio di ogni scrittura di letterati, di scienziati, di filosofi».1

Dunque non è la possibile suggestione del momento a impressionare quando si entra nella Sistina. La sberla arriva. Da oggi attraversando cinque secoli. Almeno una volta nella vita bisogna provarlo.

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Omelia di Giovanni Paolo II
durante la Messa in occasione dell’inaugurazione della Cappella Sistina
dopo il restauro degli affreschi di Michelangelo
8 aprile 1994

1. «Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili».

Cappella Sistina, Omelia di Giovanni Paolo II, 1984 (Musei Vaticani)Entriamo oggi nella Cappella Sistina per ammirarne gli affreschi meravigliosamente restaurati. Sono opere dei più grandi maestri del Rinascimento: di Michelangelo innanzitutto, ma poi anche del Perugino, del Botticelli, del Ghirlandaio, del Pinturicchio e di altri. Alla conclusione di questi delicati interventi di restauro, desidero ringraziare tutti Voi qui presenti, e particolarmente coloro che, in vari modi, hanno dato il loro contributo a tale nobile impresa. Si tratta di un bene culturale di inestimabile valore, di un bene avente carattere universale. Di ciò rendono testimonianza gli innumerevoli pellegrini che, provenendo da ogni nazione del mondo, visitano questo luogo per ammirare l’opera di sommi maestri e riconoscere in questa Cappella una sorta di mirabile sintesi dell’arte pittorica.

Appassionati cultori del bello hanno poi dato prova della loro sensibilità con il concreto e cospicuo apporto messo a disposizione per restituire alla Cappella la sua originale freschezza di colori. Si è potuto inoltre contare sull’opera di esperti particolarmente versati nell’arte del restauro, i quali hanno eseguito i loro interventi avvalendosi delle tecnologie più avanzate e sicure. La Santa Sede esprime a tutti il suo cordiale ringraziamento per lo splendido risultato raggiunto.

2. Gli affreschi che qui contempliamo ci introducono nel mondo dei contenuti della Rivelazione. Le verità della nostra fede ci parlano qui da ogni parte. Da esse il genio umano ha tratto la sua ispirazione, impegnandosi a rivestirle di forme di ineguagliabile bellezza. Ecco perché soprattutto il Giudizio Universale suscita in noi il vivo desiderio di professare la nostra fede in Dio, Creatore di tutte le cose visibili e invisibili. E, nello stesso tempo, ci stimola a ribadire la nostra adesione a Cristo risuscitato, che verrà nell’ultimo giorno quale supremo Giudice dei vivi e dei morti. Davanti a questo capolavoro noi confessiamo Cristo, Re dei secoli, il cui Regno non avrà fine.

Proprio questo Figlio eterno, a cui il Padre ha affidato la causa dell’umana redenzione, ci parla nella drammatica scena del Giudizio Universale. Siamo davanti ad un Cristo insolito. Egli possiede in sé un’antica bellezza, che in un certo senso si discosta dalle rappresentazioni pittoriche tradizionali. Dal grande affresco Egli ci rivela prima di tutto il mistero della sua gloria legato alla risurrezione. Essere raccolti qui, durante l’Ottava di Pasqua, è da ritenere circostanza quanto mai propizia. Siamo di fronte, innanzitutto, alla gloria dell’umanità di Cristo. Egli verrà infatti nella sua umanità per giudicare i vivi e i morti, penetrando le profondità delle coscienze umane e rivelando la potenza della sua redenzione. Per tale ragione, accanto a Lui troviamo la Madre, l’«Alma socia Redemptoris». Cristo nella storia dell’umanità è la vera pietra angolare, di cui il Salmista dice: «La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo» (Sal 117/118, 22). Questa pietra, dunque, non può essere scartata. Unico Mediatore tra Dio e gli uomini, Cristo dalla Cappella Sistina esprime in se stesso l’intero mistero della visibilità dell’Invisibile.

3. Siamo così al centro della questione teologica. L’Antico Testamento escludeva qualsiasi immagine o raffigurazione dell’invisibile Creatore. Tale, infatti, era il comando che Mosè aveva ricevuto da Dio sul monte Sinai (cfr Es 20, 4), poiché esisteva il pericolo che il popolo, incline all’idolatria, si fermasse nel suo culto ad un’immagine di Dio che è inimmaginabile, in quanto al di sopra di ogni immaginazione e intendimento dell’uomo. L’Antico Testamento rimase fedele a questa tradizione, non ammettendo nessuna raffigurazione del Dio Vivo né nelle case di preghiera, né nel Tempio di Gerusalemme. Ad una simile tradizione si attengono i membri della religione musulmana, che credono in un Dio invisibile, onnipotente e misericordioso, Creatore e Giudice di ogni creatura.

Ma Dio stesso venne incontro alle esigenze dell’uomo il quale porta nel cuore l’ardente desiderio di poterlo vedere. Non accolse forse Abramo lo stesso Dio invisibile nella mirabile visita di tre misteriosi Personaggi? «Tres vidit et Unum adoravit» (cfr Gn 18, 1-14). Davanti a quelle tre Persone Abramo, il padre della nostra fede, sperimentò in modo profondo la presenza del Solo e dell’Unico. Questo incontro diventerà il tema dell’incomparabile icona di Andrei Rublev, culmine della pittura russa. Rublev fu uno di quei santi artisti, la cui creatività era frutto di profonda contemplazione, di preghiera e digiuno. Attraverso la loro opera si esprimeva la gratitudine dell’anima al Dio invisibile che concede all’uomo di rappresentarlo in modo visibile.

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4. Tutto ciò fu recepito dal Secondo Concilio di Nicea, l’ultimo della Chiesa indivisa, che respinse in modo definitivo la posizione degli iconoclasti, confermando la legittimità della consuetudine di esprimere la fede mediante raffigurazioni artistiche. L’icona non è allora soltanto opera di arte pittorica. Essa è, in un certo senso, come un sacramento della vita cristiana, poiché in essa si fa presente il mistero dell’incarnazione. In essa si riflette, in modo sempre nuovo, il Mistero del Verbo fatto carne e l’uomo — autore e, nello stesso tempo, partecipe — si rallegra della visibilità dell’Invisibile.

Non è forse stato lo stesso Cristo a porre le basi di tale spirituale letizia? «Signore, mostraci il Padre e ci basta» — chiede Filippo nel cenacolo, alla vigilia della passione di Cristo. E Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre… Non credi, che io sono nel Padre e il Padre è in me?» (Gv 14, 8-10). Cristo è la visibilità dell’invisibile Dio. Per mezzo di Lui, il Padre compenetra l’intera creazione e l’invisibile Dio si fa presente tra noi e comunica con noi, così come i tre Personaggi, di cui parla la Bibbia, si sedettero a tavola e mangiarono con Abramo.

Cappella Sistina, Diluvio, particolare (Musei Vaticani)5. Non ha tratto forse anche Michelangelo precise conclusioni dalle parole di Cristo «Chi ha visto me ha visto il Padre»? Egli ha avuto il coraggio di ammirare con i propri occhi questo Padre nel momento in cui proferisce il «fiat» creatore e chiama all’esistenza il primo uomo. Adamo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio (cfr Gn 1, 26). Mentre il Verbo eterno è l’icona invisibile del Padre, l’uomo-Adamo ne è l’icona visibile. Michelangelo si sforza in ogni modo di ridare a questa visibilità di Adamo, alla sua corporeità, i tratti dell’antica bellezza. Anzi, con grande audacia, trasferisce tale bellezza visibile e corporea allo stesso invisibile Creatore. Siamo probabilmente davanti ad un’insolita arditezza dell’arte, poiché al Dio invisibile non si può imporre la visibilità propria dell’uomo. Non sarebbe una bestemmia? È difficile però non riconoscere nel visibile ed umanizzato Creatore il Dio rivestito di maestà infinita. Anzi, per quanto l’immagine con i suoi intrinseci limiti consente, qui si è detto tutto ciò che era dicibile. La maestà del Creatore come quella del Giudice parlano della grandezza divina: parola commovente e univoca, come, in altro modo, commovente e univoca è la Pietà nella Basilica Vaticana, è il Mosè nella Basilica di San Pietro in Vincoli.

6. Nell’umana espressione dei misteri divini non è forse necessaria la «kenosis», come consumazione di ciò che è corporale e visibile? Una tale consumazione è fortemente entrata nella tradizione delle icone cristiano-orientali. II corpo è certamente la «kenosis» di Dio. Leggiamo infatti in san Paolo che Cristo «spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo» (Fil 2, 7). Se è vero che il corpo rappresenta la «kenosis» di Dio e che nella raffigurazione artistica dei misteri divini deve esprimersi la grande umiltà del corpo, affinché ciò che è divino possa manifestarsi, è anche vero che Dio è la fonte della bellezza integrale del corpo.

Sembra che Michelangelo, a suo modo, si sia lasciato guidare dalle suggestive parole del Libro della Genesi che, a riguardo della creazione dell’uomo, maschio e femmina, rileva: «Erano nudi, ma non ne provavano vergogna» (Gn 2, 25). La Cappella Sistina è proprio — se così si può dire — il santuario della teologia del corpo umano. Nel rendere testimonianza alla bellezza dell’uomo creato da Dio come maschio e femmina, essa esprime anche, in un certo modo, la speranza di un mondo trasfigurato, il mondo inaugurato dal Cristo risorto, e prima ancora dal Cristo del monte Tabor. Sappiamo che la Trasfigurazione costituisce una delle principali fonti della devozione orientale; essa è un eloquente libro per i mistici, come un libro aperto è stato per san Francesco il Cristo crocifisso contemplato sul monte della Verna.

Se davanti al Giudizio Universale rimaniamo abbagliati dallo splendore e dallo spavento, ammirando da un lato i corpi glorificati e dall’altro quelli sottoposti a eterna condanna, comprendiamo anche che l’intera visione è profondamente pervasa da un’unica luce e da un’unica logica artistica: la luce e la logica della fede che la Chiesa proclama confessando: «Credo in un solo Dio… creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili». Sulla base di tale logica, nell’ambito della luce che proviene da Dio, anche il corpo umano conserva il suo splendore e la sua dignità. Se lo si stacca da tale dimensione, diventa in certo modo un oggetto, che molto facilmente viene svilito, poiché soltanto dinanzi agli occhi di Dio il corpo umano può rimanere nudo e scoperto e conservare intatto il suo splendore e la sua bellezza.

7. La Cappella Sistina è il luogo che, per ogni Papa, racchiude il ricordo di un giorno particolare della sua vita. Per me, si tratta del 16 ottobre 1978. Proprio qui, in questo spazio sacro, si raccolgono i Cardinali, aspettando la manifestazione della volontà di Cristo riguardo alla persona del Successore di san Pietro. Qui ho udito dalla bocca del mio rettore di un tempo Maximilien de Furstenberg le significative parole: «Magister adest et vocat te». In questo luogo il Cardinale Primate di Polonia Stefan Wyszy?ski mi ha detto: «Se ti eleggeranno, ti prego di non rifiutare». E qui, in spirito di obbedienza a Cristo e affidandomi alla sua Madre, ho accettato l’elezione scaturita dal Conclave, dichiarando al Cardinale Camerlengo Jean Villot la mia disponibilità a servire la Chiesa. Così dunque la Cappella Sistina ancora una volta è diventata davanti a tutta la Comunità cattolica il luogo dell’azione dello Spirito Santo che costituisce nella Chiesa i Vescovi, costituisce in modo particolare colui che deve essere il Vescovo di Roma e il Successore di Pietro.

Celebrando oggi il sacrificio della Santa Messa nella stessa Cappella, nel sedicesimo anno del mio servizio alla Sede Apostolica, prego lo Spirito del Signore che non cessi di essere presente e operante nella Chiesa. Lo prego perché la introduca felicemente nel terzo millennio.

Invoco Cristo, Signore della storia, perché sia con tutti noi fino alla fine del mondo, come Egli stesso ha promesso: «Ego vobiscum sum omnibus diebus usque ad consummationem saeculi» (Mt 28, 20).
Giovanni Paolo II (firma)

 

 

 

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1 E. Garin, La cultura del Rinascimento, Il Saggiatore, Milano 1988 (1964), p. 164

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