Sta per iniziare, su Rai 1, il confronto finale tra Bersani e Renzi, i due candidati del Pd che hanno raggiunto il ballottaggio alle elezioni primarie del centrosinistra. Si è votato domenica scorsa, 25 novembre. Il segretario ha ottento il 44,9%, il sindaco il 35,5%. I votanti sono stati oltre tre milioni.

Domenica prossima, 2 dicembre, si voterà per il ballottaggio. La settimana che divide i due appuntamenti elettorali contiene la discussione finale tra i due candidati, tra Bersani-usato sicuro e Renzi-rottamatore. Tuttavia, al di là delle definizioni da mercato dell’auto, il punto centrale è la natura del Pd e, soprattutto, le sue prospettive. Le alternative sono: la conservazione di Bersani, espressione della dirigenza storica del PCI-Pds-Ds-Pd, che guarda al futuro pensando di traghettarci il passato; oppure, il nuovo di Renzi, rappresentante della generazione di giovani che in Italia è fuori da tutto e la cui vittoria sarebbe davvero una svolta.

Di questo, però, scriverò in seguito. Stasera, a margine del faccia a faccia, propongo il discorso di addio di Walter Veltroni, del 18 febbraio 2009. Veltroni si dimise da segretario del Pd perché sentiva di aver fallito nella costruzione di un partito nuovo, del partito da lui sognato e di cui l’Italia aveva e ha bisogno. Il Veltroni segretario fu vittima di Massimo D’Alema e dei notabili del Pd appena nato, i vecchi ex PCI-Pds-Ds. Tra essi c’era Pier Luigi Bersani, dalemiano di punta, che infatti è seguito a Veltroni alla guida del partito.

Penso sia utile ricordare quella vicenda alla vigilia del ballottaggio e a margine del confronto di stasera. Ricordarla riascoltando le parole di Veltroni.

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