La mia impressione, durante il confronto e alla fine, è che Matteo Renzi abbia prevalso su Pier Luigi Bersani nel confronto finale su Rai 1, appena concluso. Ha vinto nei modi e nei temi, nella forma e nella sostanza.

Matteo Renzi (Reuters)Renzi è stato più deciso e pronto, più libero da condizionamenti che invece a Bersani arrivano dai notabili di partito e dalle possibili alleanze. Renzi è stato alternativo a un modo superato — dogmatico — di fare politica e di essere sinistra in Italia. Bersani è rimasto all’interno della vecchia dialettica destra-sinistra, dell’antiberlusconismo, di parole magiche e di sentimentalismi. Ha mostrato un paternalismo ai limiti del patetico.  Renzi ha portato nella discussione idee e parole della generazione dei quarantenni — la mia —, finora rimaste ai margini del dibattito politico nazionale.

Matteo Renzi ha ricordato che Bersani è già stato al governo dell’Italia, da ministro, per 2.547 giorni, ovvero per anni, quindi ha già avuto la sua occasione e, soprattutto, può e deve essere valutato per i risultati ottenuti. Bersani e la classe dirigente che lo sostiene — dogmaticamente aggiungo io — hanno fallito nel tentativo di innovare l’Italia, ammesso che lo volessero fare davvero.

Bersani al governo, ad esempio, si è occupato di tasse. Certo non è stato lui a creare Equitalia, ma sul sistema fiscale, quindi su Equitalia, è intervenuto. Il fisco attuale è anche frutto della sua azione.

Di fronte all’incalzare di Renzi con argomenti e dati, il segretario Bersani ha provato a mostrare superiorità, ma in realtà non ha risposto, se non con parole e frasi a effetto. Ideologiche, di bandiera.

Parlando di Italia meridionale, Renzi ha posto il problema centrale: «Il Sud deve superare la mentalità delle raccomandazioni e dintorni». Io aggiungo dell’asistenzialismo che certa sinistra ha alimentato e alimenta e delle difficoltà indicate come alibi. Sono meridionale, conosco bene questa parte d’Italia e dico che Renzi ha ragione. La questione meridionale è la questione dell’Italia intera, lo ha detto anche Bersani. L’Italia cambierà davvero solo quando il Sud rifuterà definitivamente certi comportamenti. Come accettare di votare Bersani al primo turno di domenica scorsa in cambio del sostegno di notabili del Pd alle rivendicazioni dei disoccupati.

Pier Luigi Bersani ha dovuto ammettere che i suoi amici di apparato — D’Alema, Violante, Marini — non hanno risolto il conflitto di interessi che si è posto in Italia con l’attività politica di Berlusconi dal 1994. Il centrosinistra di Massimo D’Alema ha potuto e avrebbe dovuto fare una legge per regolamentare la materia, ma non l’ha fatto. Ovvero, al contrario, D’Alema & C. hanno fatto un grosso favore a Berlusconi. Significa che l’antiberlusconismo di certa sinistra, della sinistra dirigente, è solo apparenza. In realtà, quella sinistra è omologa alla destra berlusconiana, sono due arti dello stesso corpo, l’incudine e il martello dello stesso sistema, in cui l’alternanza è data solo da chi, di volta in volta, picchia o riceve.

Renzi ha dato un giudizio negativo sulla riforma della scuola e dell’università del ministro Luigi Berlinguer (1996-2000), esprimendo così un’idea condivisa da chi nella scuola e nelle università lavora o studia. Un punto, questo, che la sinistra dogmatica italiana non vuole discutere.

Parlando di scuola, Renzi ha detto, inoltre, che il merito è di sinistra, ovvero che bisogna superare l’idea che l’istruzione pubblica debba rappresentare l’emancipazione dei meno abienti solo in quanto classe sociale, a prescindere dai risultati. Detto in altri termini, con una semplificazione: il 18 politico dei sessantottini, una delle pagine più nere della storia italiana recente. Ovvero, l’illusione che la cultura potesse essere di massa, a scapito delle eccellenze, cioè non alzando la media per tutti, ma abbassandola per i capaci e meritevoli. L’Italia mediocre di oggi è frutto di questa aberrazione.

Bersani ha avuto difficoltà a rispondere sui rischi di un’alleanza con il centro di Casini. E si è rifugiato in affermazioni d’autorità: «Noi siamo pronti a governare l’Italia. E lo faremo». Il rischio concreto indicato da Renzi è che si dia spazio a un nuovo inciucio, come fu nel 1998 per far cadere il primo governo Prodi, il governo dell’Ulivo e dell’entusiasmo di tantissimi italiani. Allora, D’Alema e Cossiga tramarono per troncare l’azione di Prodi, che avrebbe cambiato l’Italia e buttato via definitivamente i residuati ideologici e dogmatici quali erano proprio D’Alema e Cossiga. Cossiga è morto, D’Alema continua coerentemente a esserlo ancora oggi. Residuato ideologico e dogmatico. Non a caso è compagno di merende dei servizi segreti al Copasir. Più chiaro di così!

La fronda di palazzo di D’Alema, Cossiga e Marini contro Romano Prodi e l’Ulivo è il peccato originale del centrosinistra italiano e il concime migliore alla pianta del berlusconismo. Con Prodi al governo per quell’intera legislatura, Berlusconi sarebbe finito, ma con lui anche Massimo D’Alema e compagni, quindi hanno dovuto bloccare l’esperienza. Finché il centrosinistra non dirà parole chiare e definitive di condanna verso quella stagione politica e quei politici, l’Italia non potrà mai cambiare. Matteo Renzi sta provando a farlo, è il primo senza ricorrere a compromessi di sorta.

Il confronto finale in tv si è concluso con l’appello agli elettori. Anche in questo Bersani è stato nel solco della tradizione ideologica di una certa sinistra, ponendo come punto qualificante la sua azione di governo il riconoscimento della cittadinanza ai figli degli immigrati in italia. Certamente si deve fare, è una legge dovuta, di civiltà, ma nell’Italia di oggi, se ciò si mostra come bandiera, lo diventa solo di una speculazione opportunista. Così come lo è il tema delle coppie di fatto. Ovvero, ancora e sempre la sinistra salottiera e radical chic. Bersani usa il tema delle coppie di fatto per dimostrare la sua autonomia da Casini. E in materia economica? Perché non ha parlato del giudizio di Casini sul referendum che ha deciso l’acqua come bene pubblico? I temi sociali sono utilizzati come facciata, dietro la quale nascondere le scelte economiche.

L’appello di Renzi, invece, è stato interamente dedicato al lavoro, non come slogan, ma come punto di partenza perché tutto sia davvero possibile nell’Italia dei prossimi anni. Un approccio al mondo lavoro che sappia liberarsi dai paraocchi ideologici a cui si devono tanti dei problemi di oggi.

Questo il faccia a faccia in tv dal mio punto di vista e, più in generale, il confronto tra le due posizioni. Domenica il ballottaggio. Temo vincerà Pier Luigi Bersani e Renzi potrà scegliere di accontentarsi di una parvenza di cambiamento, come libera concessione dei residuati ideologici che continueranno a zavorrare il Pd. E l’Italia. In realtà, la vittoria di Bersani darà nuove speranze a Berlusconi e soprattutto aumenterà i consensi del Movimento 5 Stelle, unica vera alternativa con Renzi sconfitto. In fine, il nuovo presidente del consiglio dei ministri, dopo le elezioni politiche, sarà nuovamente Mario Monti. Coraggio Italia…

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