«Se l’esperienza del primo governo Prodi fosse continuata, se il Pd fosse nato fin dal 1996 il corso della storia italiana sarebbe stato diverso».

«La maledizione di questo Paese è stata di non aver mai potuto conoscere un ciclo di azione riformista, che cambiasse radicalmente, cambiasse la scuola, cambiasse lo stato sociale, cambiasse il modo di essere, persino il senso comune».

«Non cambiare il governo, cambiare l’Italia».

C’è un progetto ambizioso in queste parole, una visione che si spinge oltre il «particulare» e che è chiarita ulteriormente nelle frasi che seguono.

«Il compito del Pd non è di fare da Vinavil, per cercare di tenere incollato tutto ciò che è molto diverso da sé, ma che solo se è incollato, magari provvisoriamente, consente di affrontare le sfide. No. Il progetto del Pd è cambiare i rapporti di forza nella società, diventare maggioranza nella società».

«Berlusconi ha vinto una battaglia ‘di egemonia’ nella società. L’ha vinta perché ha avuto i mezzi, perché ha avuto la possibilità di stravolgere il sistema di valori e persino le tradizioni migliori di questo Paese».

«Bisogna fare un lavoro profondo nella società, in ogni pezzo di società, andare casamatta per casamatta». E basta con la «sinistra salottiera, giustizialista, pessimista e sostanzialmente conservatrice».1

Mentre il dibattito politico nazionale è caratterizzato dalle primarie del centrosinistra, verrebbe da dire che queste frasi e il progetto che esprimono siano di Matteo Renzi. E invece no. Le ha dette Walter Veltroni quasi quattro anni fa, il 18 febbraio 2009, dopo essersi dimesso da segretario del Pd. Veltroni si dimise perché non era riuscito a costruire il partito che sognava e di cui l’Italia aveva bisogno, il partito con il programma delineato in queste frasi. Era stato sconfitto da una dura opposizione interna, guidata da Massimo D’Alema.

È interessante che le parole di Veltroni di quattro anni fa siano attribuibili al Renzi di oggi, significa che la situazione politica e sociale italiana non è cambiata. Così come non è cambiato l’atteggiamento del Pd nei confronti di chi vuole affermare dal suo interno un progetto di rinnovamento e di trasformazione profonda. Ieri i dirigenti del partito hanno determinato il fallimento dell’azione di Veltroni, oggi sono tutti compatti contro Renzi.

Se Romano Prodi fin dal 1996, Walter Veltroni dieci anni dopo e Matteo Renzi oggi hanno posto il bisogno di un cambiamento radicale nei modi e nelle forme del centrosinistra italiano, significa che il centrosinistra così com’è, il centrosinistra di D’Alema non funziona.

Primarie del centrosinistra (primarieitaliabenecomune.it)Le primarie, di cui domenica si terrà il ballottaggio tra Bersani e Renzi, hanno il merito di indicare una questione centrale nella vita politica e culturale italiana: la natura e le prospettive dei progressisti. Progressisti, ecco il punto. Basta avere alle spalle una tradizione comunista o cattolico-democratica per esserlo? Se la risposta fosse si mi verrebbe da giocare con le parole e dire: progressisti, un futuro dietro le spalle.

La tradizione non è conservazione, ma percorso e processo. Tranne che non si tratti di antiquariato o, in politica, di comitati d’affari. Si, perché l’interesse a tenere un sistema bloccato, dietro il paravento della tradizione più o meno ideologica, è utile a chi dal sistema trae benefici di ogni sorta. Come dire, il potere e i suoi derivati.

Questo non vale solo per i politici, ma per la classe dirigente in generale, l’élite, ovvero la prima linea, nel bene e nel male, di un Paese. Infatti, nelle primarie del centrosinistra, caparbiamente schierati con Bersani ci sono giornalisti, sindacalisti, intrattenitori radiofonici e televisivi, la «sinistra salottiera» e radical chic. Domenica scorsa, 25 novembre, mentre si votava per il primo turno, il segretario CGIL Susanna Camusso è stata indotta in tv a dire il suo voto per Bersani dalla coppia Lucia Annunziata e Ferruccio De Bortoli, «Rai 3» più «Corriere della Sera» — gran parte dell’arco costituzionale si sarebbe detto una volta. Non erano ancora le 15, quindi a più di cinque ore dalla chiusura dei seggi. Sarebbe tollerata un’iniziativa del genere durante le prossime elezioni politiche? Le primarie non erano una cosa seria?

Il Tg3 è tutto per Bersani, con uno stile diverso dal Tg4 di Emilio Fede pro Berlusconi, ma la sostanza è analoga. Se Bianca Berlinguer vuole fare politica deve presentarsi alle elezioni. Perfino Corradino Mineo, direttore di «RaiNews», generalmente obiettivo al di sopra della media, è scivolato sulle primarie. Non perde occasione per bacchettare Renzi e domenica sera, nel dare le previsioni a seggi appena chiusi, era raggiante per il successo del segretario Bersani.

Negli anni di Berlusconi al governo, soprattutto gli ultimi, lo squallore diffuso faceva apprezzare ogni posizione contraria, facendola sembrare alternativa: al buio anche la fiammella più tenue è un sollievo. Dopo un anno di Monti, del tutto mutata la forma, accesa qualche lampadina, sia pure di basso voltaggio, la fiammella non basta più ed ecco che, non essendoci più Berlusconi premier, l’azione politica e culturale del centrosinistra si rivela essere ferma sul più limaccioso conservatorismo. È come se l’antiberlusconismo, spesso di maniera, avesse conferito automaticamente a chi lo ha praticato una certificazione di qualità assoluta. Si tratta di una visione banale, manichea, quindi rigidamente statica e sterile, conservatrice appunto, «salottiera», che identifica Berlusconi come il solo male assoluto, l’antiberlusconismo, reale o presunto, come il bene sommo. Si dimentica o si preferisce non ricordare che il berlusconismo è nato anche come opposizione al dogmatismo della sinistra. La sinistra radical chic che si proclama laica e poi a ogni possibile svolta si rivela emula del peggior clericalismo.

Nella disputa per le primarie del centrosinistra, Renzi ha cercato di superare berlusconismo e antiberlusconismo, le due tenebre degli ultimi decenni italiani, la dialettica stantia tra destra e sinistra, mentre Bersani è ancora legato a quel clima, a quegli schieramenti e contrapposizioni. Infatti, è probabile che la vittoria del segretario alle primarie determini la ricandidatura di Berlusconi alla guida del governo: se continua l’antiberlusconismo può esserci anche Berlusconi. Il Pd di Bersani, di Rosy Bindi e di D’Alema continua a fare il gioco del cavaliere. Si prepara la riedizione della «gioiosa macchina da guerra».2

Un grande assente nel dibattito delle primarie è Romano Prodi. Eppure, lui è stato colpito per primo dai progressisti de noantri. Ha votato, ma non dichiara per chi. Arturo Parisi, che di Prodi è sodale, ha scelto Renzi e lo ha detto. Sarà che Prodi, dopo la Commissione europea, aspira al Quirinale? «La proposta di Renzi — dice Parisi — si rivolge a tutti, senza delegare ad altri il compito di parlare ai moderati e raccogliere il loro consenso. Si tratta di un ritorno al progetto originario del Pd come partito nuovo e per tutti. Non il partito dei soli progressisti che delega a Casini il voto moderato con la promessa di accordarsi dopo».3 Parisi fa campagna elettorale a favore di Renzi, ma i mezzi di informazione sembrano ignorarlo. La rappresentazione da mettere in scena è l’unanimità per Bersani. Nell’abuso della comunicazione Berlusconi ha fatto scuola. Signore e signori, ecco l’antiberlusconismo di maniera.

Dunque, l’Italia non cambierà mai per azione dei partiti, il sogno di Veltroni di un Pd riformista che muta i rapporti di forza nella società temo resterà tale. Di chi è la responsabilità se non dei cittadini? Le occasioni democratiche per cambiare ci sono e le alternative anche, ma la società italiana sembra voltarsi dall’altra parte o non capire. Prima che i politici, gli italiani sono conservatori e attenti al «particulare». Aspettare che il cambiamento venga dalle istituzioni o dalle élites che ci ritroviamo è inutile. Se il popolo è sovrano deve meritare la propria sovranità attuandola. Invece, metà degli italiani dichiara nei sondaggi che non voterà alle prossime elezioni politiche. Cosa si aspettano costoro, di toccare l’animo sensibile degli apparati di partito? O che qualcuno faccia la rivoluzione al posto loro?

E Veltroni? Sarebbe naturale ritrovarlo di questi tempi al fianco di Renzi, invece non c’è. Peccato. Nella sostanza, però, il suo colpo a D’Alema, baluardo del conservatorismo peggiore, l’ha sferrato. Veltroni ha annunciato di non ricandidarsi alle prossime politiche, come dire, si è rottamato da solo, stoicamente. Una sfida che il rivale di partito ha subito raccolto. Neanche D’Alema dovrebbe ricandidarsi.4 Ora, se uno dei peggiori residuati ideologici della storia italiana manterrà l’impegno, l’azione di Renzi avrà prodotto almeno un risultato. È, però, una magra consolazione.

 

1 Veltroni, discorso d’addio: «Me ne vado per salvare il Pd», 18 febbraio 2009, in «YouTube.com»; Terremoto nel Pd. Rimpianti e scuse, l’addio di Veltroni: “Sognavo un partito nuovo. Ho fallito”, in «La Stampa.it», 18 febbraio 2009
2 F. Verderami, Parte la «gioiosa macchina da guerra», in «Corriere della Sera.it», 2 febbraio 1994
3 G. Ponziano, Arturo Parisi si batte per Renzi, in «ItaliaOggi.it», 30 novembre 2012
4 D’Alema: «Non mi ricandido» Renzi: «No anche a Fioroni», in «pubblicogiornale.it», 18 ottobre 2012; L. Telese, Fabio Mussi a D’Alema: «Fuori dal Palazzo si sta meglio», in «pubblicogiornale.it», 17 ottobre 2012; Id., Così finisce la famiglia di Botteghe Oscure, in «pubblicogiornale.it», 17 ottobre 2012

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