Karl Marx (Wikipedia)Colpiscono le parole di Jean-Claude Juncker, dette ieri al Parlamento europeo nel corso del suo ultimo intervento da presidente dell’eurogruppo: la disoccupazione è «l’enorme tragedia» della società europea, che l’Europa sta sottovalutando. Praticamente un bilancio e una indicazione di rotta, al termine del mandato di presidente dei ministri delle finanze dei paesi euro. Un punto di vista autorevole. «Abbiamo toccato dei livelli che non possiamo permetterci» è stata la denuncia di Juncker, che ha citato Karl Marx e invocato il salario minimo garantito e politiche attive del lavoro per affrontare la questione e rendere la società europea più equa. «Se non lo facciamo perderemmo credibilità e approvazione della classe operaia».1

Colpiscono le parole di Juncker, non solo per la situazione sociale europea che ne emerge, ma per i rimedi autorevolmente indicati. A me pare segno di incertezza e di mancanza di idee il richiamo a Marx e l’invocazione del salario minimo garantito. Ovvero, la soluzione alla crisi in atto, che è il punto di arrivo di un processo culturale e sociale di oltre due secoli, la si cerca guardando indietro piuttosto che avanti, col salario garantito invece che con riforme strutturali. Parlava il presidente dei ministri delle finanze europei, non un sindacalista o un cittadino comune. Come può funzionare? Marx è stato gran parte di quel processo, come può essere oggi la soluzione? La lotta di classe ha dilaniato l’Europa ed è stata vinta dal capitalismo: è un dato di fatto. Come può essere utile il filosofo che quella lotta ha perso?

La vittoria del capitalismo non significa affatto la bontà di quel sistema culturale, economico e sociale, semmai l’inadeguatezza dell’alternativa. Il successo del capitalismo, nell’ultimo Novecento, ha determinato il contesto della crisi in atto da alcuni anni. La soluzione, quindi, deve essere cercata oltre ciò che è stato fino a oggi, oltre la contrapposizione culturale e sociale tra capitalismo e marxismo. Come potrebbe essere utile riproporre la lotta? La soluzione è piuttosto nell’evoluzione del pensiero e dell’azione, delle idee e dei progetti.

L’invocazione di Juncker del salario minimo garantito per tutta l’area euro, implica che questa soluzione sia ugualmente opportuna ed efficace ovunque, a prescindere dal contesto culturale, sociale ed economico. Gli stati tassano i più ricchi e trasferiscono i soldi ai disoccupati. Per me si tratta di assistenzialismo. L’altra faccia del quale è il clientelismo, strumento di gestione del potere. Due piaghe che hanno depresso regioni d’Europa come l’Italia meridionale. In certi contesti economici e sociali, il salario minimo garantito è garanzia di depressione economica e certezza di sfilacciamento del tessuto sociale.

Il salario minimo garantito, come assistenzialismo pubblico, può anche assumere forme di retribuzione eccessiva o di eccessive assunzioni in un certo ambito di lavoro. Cito l’esempio degli operai forestali in Sicilia, Calabria e Campania, i progetti di forestazione produttiva che hanno mosso notevoli risorse negli anni verso quei territori, senza tuttavia determinarne lo sviluppo. Alcuni dati di estrema chiarezza: «un ettaro di foresta determina una spesa annua di 1.455 euro in Sicilia, di 597 euro in Calabria e di 410 euro in Campania, le regioni meridionali in cui si concentra il maggior numero di sussidi ai forestali: sussidi motivati, con un furbo alibi per giustificare l’assistenzialismo di massa, dai maggiori rischi di incendi nel Sud. Un ettaro di foresta in Veneto non costa alla collettività più di 65 euro l’anno».2

Le parole di Jean-Claude Juncker sono dunque opportune nell’indicare la disoccupazione come l’emergenza sociale europea. Non lo sono quando evocano Marx e invocano il salario minimo garantito come soluzioni.

Esiste un tenue filone di ricerca di alternative ai vecchi schemi di organizzazione economica e sociale, che siano oltre la destra e la sinistra tradizionali, oltre il liberismo e il marxismo. Forme di eclettismo o di sincretismo che possono essere lo stadio evolutivo preludio di una nuova età. Di un «secol novo», se posso dirla così, alla maniera dei moderni del Cinquecento. Nel filone suddetto colloco il filosofo economista francese Serge Latuoche. Latouche pone la questione della postmodernità — la nuova età, il «secol novo» — in relazione all’economia. Ovvero, se la modernità è stata l’epoca dell’economia, intesa come sviluppo, produzione, crescita, la postmodernità arriverà quando l’economia, nel senso attuale, non ci sarà più. Come la religione e la religiosità nella transizione dal medioevo all’età moderna, aggiungo io: lo spazio occupato da Dio nella società medievale lasciò il posto all’uomo moderno e fu un’altra epoca. Umanesimo: l’uomo misura delle cose, non più il divino. Se mi è permesso continuare nella semplificazione, oggi deve accadere all’economia qualcosa di analogo. L’uomo deve essere misura delle cose, non più il fatto economico, inteso in tutte le sue implicazioni storiche degli ultimi secoli. Ecco perché un umanesimo liberista o un umanesimo marxista sono una contraddizione in termini inaccettabile, retorica e basta. Significanti senza significato.

È il concetto di decrescita, tra i più controversi di oggi. Inteso, tuttavia, non come declino, ma come economia oltre la crescita: acrescita (l’a- privativa), senza crescita. Una sfida. Una rivoluzione. La decrescita che è progresso.

Concludo con una proposta ai visitatori più pazienti e intraprendenti di secolnovo.it: la lettura di un brano di Latouche, la conclusione di uno dei suoi libri, L’invenzione dell’economia. Al di là del cicaleggio della politica, le parole di ieri di Juncker sono un’occasione di riflessione da non perdere.

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Il crepuscolo dell’economia
in
Serge Latouche
L’invention de l’économie, 2005
in it. L’invenzione dell’economia
trad. di Fabrizio Grillenzoni
Bollati Boringhieri, 2010

Serge Latouche (altracitta.org)Le parole nascono, vivono e muoiono come gli uomini e le civiltà che le hanno create. Abbiamo assistito alla nascita delle nozioni e dei concetti — significanti e significati — che costruiscono il discorso economico in rapporto con l’emergere del mercato autoregolatore, della moneta e dell’economia capitalistica. Abbiamo cercato di mostrare come, all’interno del magma del sociale e soprattutto del morale e del politico, si è autonomizzata una pratica economica, mentre si generava un vocabolario tecnico e teorico specifico. Hanno fatto la loro apparizione significazioni immaginarie sociali, portatrici dei discorsi e delle pratiche della modernità. Tutto ciò non è avvenuto dall’oggi al domani. Abbiamo anche proposto un arco di tempo approssimativo, ma non arbitrario, tra Aristotele e Adam Smith: un batter d’occhio sulla scala dell’orologio cosmico ma comunque una buona ventina di secoli sulla nostra scala temporale! L’aurora è stata ampiamente più lunga dell’intera giornata, se il sole è sorto, come si è visto nel quadro che abbiamo tracciato, soltanto nel XVIII secolo, per tramontare alla fine del XX.

Indubbiamente viviamo ancora i tempi dell’apoteosi dell’era economica. Postmodernità per alcuni, e più precisamente ipermodernità, sovramodernità o tarda modernità per la maggior parte degli analisti. Non siamo più nell’età dei Lumi, ma essenzialmente continuiamo a essere immersi nello stesso universo di senso. Il sistema capitalistico è sempre lì, e ben solido. Il mondo moderno che, a quanto Marx ci diceva, si stava annunciando con una immensa accumulazione di merci, è presente più che mai, con i suoi corollari del mercato e della moneta. Occupa di fatto l’intero pianeta. La lotta di classe è finita ed è il capitale ad averla vinta. Ha arraffato praticamente tutta la posta e abbiamo assistito impotenti, o indifferenti, agli ultimi giorni della classe operaia occidentale. Viviamo l’acme della onnimercificazione del mondo. L’economia non solo si è emancipata dalla politica e dalla morale, ma le ha letteralmente fagocitate. Occupa la totalità dello spazio. E lo stesso vale per la sfera della rappresentazione. Un pensiero unico monopolizza lo spazio della creatività e colonizza le menti. La razionalità trionfa dappertutto e il calcolo costi-benefici si insinua negli angoli più reconditi dell’immaginario, mentre i rapporti mercantili si impadroniscono della vita privata e dell’intimità.

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Il discorso pubblicitario, che invade tutto, diffonde la visione paneconomica del mondo e la spinge fino all’assurdo derealizzandola. Pretendendo di dare un senso alla vita, ne rivela la mancanza di senso. Le parole servono soltanto a far vendere. Quando, nell’universo dei media, vogliono farci sognare, non è certo per immergerci nell’euforia poetica ma per sprofondarci nel delirio consumistico. Gli oggetti di consumo di massa non sono più lo strumento e l’obiettivo di un’arte di vivere, ma il combustibile di una pulsione ossessiva di cui diventiamo tossicodipendenti. La razionalità svela la sua fondamentale irrazionalità. È altrettanto irrazionale essere razionali (per esempio perdere la vita per guadagnarsela) che razionale essere irrazionali (per esempio spendere insensatamente). La razionalità era razionale soltanto finché esisteva un mondo irrazionale o al di fuori della razionalità. La religione, l’arte, la politica, la vita privata, cioè l’essenziale della cultura intesa in senso forte, sfuggivano alla camicia di forza deI calcolo economico, dandogli al tempo stesso un senso. Si potevano fare delle economie per realizzare obiettivi estranei al calcolo economico. Distinguere fini e mezzi. Quando l’economia invade tutte queste altre sfere, niente può più dare senso al calcolo. L’unico senso è fare sempre più denaro, o fare denaro col denaro, senza limiti. È quello che viene proposto a tutti e che pochi possono realizzare, senza comunque che venga colmata l’anima né dei pochi né dei molti. Forse la cosa aiuta i vincenti a dimenticare la morte, anche se la morte di milioni di perdenti sta lì a ricordare a ogni momento la vanità dell’operazione.

Questo totalitarismo dell’economia è destinato a portare, nel tempo, alla morte dell’economia, e forse dell’umanità stessa. L’assurdità di una vita di cui l’economia è insieme il mezzo e il fine si smaschera, e con ciò si smaschera il vuoto fondamentale della vita. Tanto vale suicidarsi e farla finita subito. È quello che fa un numero sempre maggiore di giovani destinati a essere vincenti. Ultimo e risibile omaggio all’eros perduto, tentano, in un ultimo soprassalto, di rompere navigando su Internet la solitudine di un mondo disincantato e decomposto. II vuoto ontologico della nostra presenza sulla terre si sostiene soltanto con l’illusione del senso. I pregiudizi della morale e della religione, i fantasmi della potenza, il miraggio della bellezza e le seduzioni dell’impero dei sensi possono sfuggire alla vanità denunciata dal saggio disincantato installato sul suo trono soltanto grazie all’incanto tessuto dalla loro compenetrazione complessa e sottile. La vita vale solo se la moneta è impotente a stabilirne il prezzo. La monetizzazione di tutto e di ogni cosa alla quale oggi assistiamo provoca il collasso delle significazioni. Le significazioni che abbiamo visto costituirsi laboriosamente, nella sfera autoreferenziale in cui si inscriveva la triade dei presupposti antropologico, sociologico e psicotecnico della vita e del discorso economico, crollano. Lo abbiamo visto per la significazione economica centrale che è il lavoro. Abbiamo ampiamente mostrato in altri scritti questo processo per quanto riguarda lo sviluppo e la crescita [Survivre au développement, Fayard-Mille et une nuits, Paris 2004; trad. it. Come sopravvivere allo sviluppo, Bollati Boringhieri, Torino 2005]. Altri hanno fatto lo stesso riguardo ai concetti di ricchezza e di povertà. E lo stesso si potrebbe fare facilmente per la produzione, il consumo, il bisogno, la scarsità.

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Il sole della modernità e dell’economia ha raggiunto il suo occidente, cioè il luogo del suo tramonto. Ma la luce abbagliante del tramonto, che ancora continua, ci impedisce di accorgercene. Questo giorno è durato tra i tre e i quattro secoli, durante i quali il tempo è rimasto da un certo punto di vista come sospeso. Per tutto questo periodo le significazioni sembrano essersi congelate. Questa apparente sospensione del tempo conferisce qualche credibilità all’illusione realistica. Si è potuto dissertare sull’essenza e la sostanza dell’economia, del lavoro, della produzione, della ricchezza, dei bisogni, della scarsità ecc. Affermare dogmaticamente il loro status di elementi invarianti e la loro universalità ontologica. Questo perché, malgrado la storia e il continuo cambiamento dei contenuti e delle esperienze, il campo semantico dell’economia rimaneva praticamente immutabile. Le cose certamente si muovevano, ma le parole rimanevano le stesse. Ogni cultura ha questa tendenza a considerarsi come la natura delle cose.

Questa invarianza dei concetti si rispecchiava d’altra parte sulla dinamica delle cose, frenandone il movimento. La storia stessa sembra risultarne rallentata, come se trattenesse il respiro. In effetti le formulazioni originarie dell’immaginario economico oggi raggiungono le vette audaci della globalizzazione ultraliberale e delle posizioni «libertarie». L’imperialismo dell’economico appare totale fin dalle sue origini. È già definito come tale dai fisiocratici, anzi dai mercantilisti, in un momento in cui lo zoccolo duro della società ancora gli sfugge ampiamente e in cui l’Occidente comprende soltanto una porzione minima della vecchia Europa. Abbiamo indicato in Adam Smith il punto di partenza e al tempo stesso il compimento della costruzione semantica dell’economia. Tutto quello che segue è soltanto una rielaborazione sempre più sottile, ma anche sempre più sterile, dell’opera smithiana. Basti vedere come le facoltà di economia si sono trasformate in business schools dalle quali è bandito l’insegnamento della storia del pensiero. I dizionari tecnici e i textbooks ignorano i grandi classici e danno importanza soltanto all’effimero e all’insignificante, che affermano sempre di più la loro dittatura. Questa situazione paradossale si deve alla grande e inquietante particolarità del senso messa in evidenza da Ferdinand de Saussure: il significato è una massa (un foglio di carta) che ogni lingua, ogni cultura, ogni epoca ritaglia a proprio modo e a proprio uso ricavandone le unità significanti e pensando che questo modo di ritagliare sia naturale e valido per l’eternità. Nel frattempo, il referente prosegue la sua vita con più o meno autonomia, finché ci si accorge che le parole si sono, come si dice, svuotate di senso.

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In Occidente il senso economico, condizione dell’economicizzazione del mondo, si è affermato con i Lumi. Realizzando il proprio fantasma del mercato totale, l’economia ha cominciato a distruggere lo zoccolo stesso che le permetteva di esistere. La perdita del referente, del mondo reale, svuota a sua volta il significato di ogni pertinenza. Il gioco dei significanti prosegue dunque soltanto come un vano rituale e vuoto vaniloquio.

Questo crepuscolo vedrà il volo della civetta di Minerva che annuncia un mondo della posteconomia e del doposviluppo, e cioè di un’autentica postmodernità? È ritornato il tempo dei profeti. Uno, Michel Maffesoli, annuncia il ritorno delle «tribù» e forme orgiastiche di microsocialità giubilante [La transfiguration du politique. La tribalisation du monde postmoderne, La Table ronde, Paris 2002]. L’altro, Alain Touraine, pronostica una forma di reincastonatura dell’economia nel sociale per effetto stesso dell’abolizione della loro separazione, con un ritorno allo zoccolo «culturale» [Un nouveau paradigme, Fayard, Paris 2005; trad. it. La globalizzazione e la fine del sociale, Il Saggiatore, Milano 2008]. Altri ancora (e noi siamo tra questi) si augurano la costruzione di una società conviviale plurale, liberata dalla religione della crescita e dell’economia. Tutto ciò è possibile, e forse anche auspicabile, per poter celebrare di nuovo la gioia di vivere e riscoprire la bellezza dell’universo, ma questa comunque è un’altra storia.

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1 Crisi: Juncker al Pe, disoccupazione Ue e’ drammatica. Ultima audizione del presidente Eurogruppo, che cita Marx, in «ANSA.it», 10 gennaio 2013
2 G. De Rita – A. Galdo, L’eclissi della borghesia, Laterza, 2011, p. 62

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