Le campagne elettorali sono un contenitore di interessi, aspirazioni, progetti. Dovrebbero rappresentare le intenzioni reali dei candidati, invece sono piuttosto strategia, cioè chiacchiere. Se questo è vero in generale, lo è in modo specifico per la campagna in corso, quella delle elezioni politiche del 24 e 25 prossimi. Così, la realtà delle cose è spesso dietro la strategia, dietro le chiacchiere.

Quali sono i problemi dell’Italia di oggi? Un debito pubblico di oltre 2.000 miliardi di euro, che impegna somme ingenti per il pagamento degli interessi;1 una spesa pubblica di 800 miliardi di euro;2 l’evasione fiscale più alta d’Europa;3 infrastrutture obsolete o del tutto assenti, soprattutto nelle regioni meridionali; la crisi del sistema produttivo delle piccole e medie imprese; la pubblica amministrazione che funziona male o non funziona affatto; un sistema sociale ed economico corporativo e classista, fondato sulle relazioni invece che sul merito. Mi fermo qui.

Queste le ferite aperte. Obiezione possibile: perché non ho indicato la disoccupazione, il progressivo impoverimento, il declino? Perché in una visione generale, da elezione politica, disoccupazione, impoverimento e declino sono conseguenze non cause. La mancanza di lavoro e di liquidità sono la febbre, non sono la malattia. Guai a curare i sintomi piuttosto che il male.

Lo scopo fondamentale della campagna elettorale dovrebbe essere individuare cause e conseguenze, distinguere chi intende intervenire sulle une e chi sulle altre, quindi indicare la natura degli interventi, il come intervenire. Nella migliore delle ipotesi, tutto questo sta avvenendo tra le righe. Sarà più probabile un voto emotivo che consapevole.

Tornando ai problemi dell’Italia di oggi, sono prioritari il debito, la spesa pubblica e le infrastrutture, tutti di natura economica. Vuol dire che servono soldi per affrontarli e cercare di risolverli. Dove trovarli? Due le fonti: la riduzione drastica della spesa e le tasse. Della riduzione della spesa non si parla, delle tasse si parla a sproposito. Quindi: 1) tagliare la spesa pubblica è la scelta efficace di cui l’Italia ha necessità, il passo in avanti che il Paese deve fare; 2) mai in Italia la spesa è stata tagliata veramente; 3) con l’aria che tira è lecito aspettarsi che non sarà tagliata neanche nella prossima legislatura; 4) comunque vadano le elezioni, la certezza è che la pressione fiscale non cambierà, che le tasse continueranno a caratterizzare la vita economica degli italiani. Allora, la domanda che attende una risposta è: cosa farà lo Stato con i soldi degli italiani onesti? Riforme strutturali o assistenzialismo?

Senato della Repubblica (senato.it)Il punto fermo dei politici di lungo corso è la capacità fiscale degli italiani, cioè la certezza che gli italiani possono pagare le tasse, anche quando sono alte. Il gettito dell’IMU lo ha confermato. C’è questa consapevolezza dietro tanti proclami elettorali. Vuol dire che intanto conserviamo corporazioni, classismo e clientele — strategie di potere e assistenzialismo —, al bisogno gli italiani pagheranno. Si, perché il benessere economico in Italia è una realtà, nonostante la disoccupazione e l’impoverimento. Non è una contraddizione, sono numeri. Li cito alla fine riportando un brano del libro L’eclissi della borghesia, di Giuseppe De Rita e Antonio Galdo. De Rita, tra i fondatori e presidente del Censis, è uno degli studiosi più acuti della società italiana contemporanea.

Prima della citazione lunga, una citazione breve dello stesso libro, che indica le origini dei problemi italiani e dell’incerto presente. Domanda: perché l’Italia ha un così enorme debito pubblico, oltre 2.000 miliardi di euro? Risposta di De Rita e Galdo: «Quando si parla del debito italiano come di un’eredità del passato, si sottolineano gli aspetti finanziari di questo continuo incremento, come se la spesa pubblica fosse finita fuori controllo per una cattiva gestione dei governi e delle forze politiche che li sostenevano. Non è andata così. L’uso della leva del debito pubblico è stato in realtà molto lucido, e risulta incomprensibile se non si tiene conto dell’effetto che ha determinato sulla società: con i soldi dello Stato il ceto medio italiano, in una logica assistenziale, ha visto garantiti il proprio benessere e stili di vita superiori alle proprie possibilità. Abbiamo pagato una polizza assicurativa, le cui rate non sono ancora scadute».4

Il debito pubblico nazionale è dunque legato alla crescita economica degli italiani, il cui benessere è più simile a un mutuo da pagare che a una conquista. È il frutto amaro dell’assistenzialismo di decenni — gli italiani disonesti che per anni, alcuni per una vita, hanno ricevuto soldi dallo Stato lavorando poco, lavorando male, non lavorando affatto. In altre parole, è la cura del sintomo invece che del male, ingiustizia sociale allo stato puro, gestione del potere e nient’altro. Cambierà qualcosa dopo le elezioni?

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Un ciclo è finito. E dopo?
in
Giuseppe De Rita – Antonio Galdo
L’eclissi della borghesia
Laterza, 2011

Giuseppe De Rita (tg24.sky.it)Fra il 2008 e il 2010 in Italia ha retto innanzitutto la famiglia, con le spalle forti di un patrimonio solido e con un indebitamento — circoscritto quasi sempre ai mutui — sotto controllo. Alla fine del 2009, secondo i calcoli della Banca d’Italia, la ricchezza netta delle famiglie italiane, stimata attorno agli 8.600 miliardi di euro, corrispondeva a circa 350 mila euro in media per ciascun nucleo familiare, e le famiglie italiane hanno un rapporto ricchezza-reddito disponibile superiore a quello di tutti gli altri paesi industrializzati. Alla fine del 2009 la ricchezza netta degli italiani era pari a 7,8 volte il reddito disponibile: più della Francia (7,5), del Regno Unito (7,7), del Giappone (7), del Canada (5,4) e degli Stati Uniti (4,8). Gli italiani presentano inoltre un ammontare di debiti pari al 78 per cento del reddito disponibile, rispetto al 100 per cento della Francia e della Germania e al 130 per cento degli Stati Uniti e del Giappone.

Certo: si sta accentuando un fenomeno di concentrazione della ricchezza che ha portato il 10 per cento delle famiglie più ricche a detenere quasi il 45 per cento della ricchezza nazionale. Il coefficiente Gini, che misura l’ineguaglianza dei redditi (va da zero, ovvero totale uguaglianza dei redditi, a uno, ovvero totale disparità), è salito dallo 0,31 degli anni Ottanta all’attuale valore pari a 0,35 e in Europa risultiamo secondi, dietro soltanto alla Gran Bretagna.

Inoltre, l’utilizzo di questo fiume di denaro rappresentato dal risparmio finanziario degli italiani (148.170 milioni di euro), è molto conservativo, come dimostrano il 58 per cento della ricchezza custodita in depositi bancari e obbligazioni, i 320 miliardi di euro raccolti attraverso la rete di Bancoposta, e l’opinione di circa il 9 per cento degli italiani che considerano come migliore modo di investire i propri risparmi quello di conservarli in casa, magari sotto il materasso. La ricchezza, insomma, resta in famiglia e non entra, per esempio, nel circuito dell’economia reale, a partire dalle imprese e dal loro capitale di rischio.

Tre italiani su quattro sono proprietari di casa, con una media di 62 metri quadrati a testa e, a proposito del rapporto tra debiti e patrimoni, quasi il 14 per cento delle famiglie paga un mutuo. Quanto ai consumi, restano alti, sebbene per mantenerli siano state erose anche quote del risparmio. Nel nostro paese ci sono 64 automobili ogni 100 abitanti, rispetto a una media europea che si aggira intorno a 50. Abbiamo un cellulare e mezzo a testa (record europeo), più di un televisore in ogni casa e ormai il 65 per cento delle famiglie possiedono un computer. Tra il 2005 e il 2010, nonostante la crisi economica, gli andamenti dei consumi di beni chiaramente voluttuari, come quelli tecnologici, indicano livelli di crescita molto sostenuti: +81,8 per cento nel settore delle apparecchiature per la telefonia e +32,9 per cento per articoli audiovisivi, fotografici, computer e accessori. Nello stesso tempo, secondo uno studio della Fondazione Zancan e della Caritas, la quota di popolazione italiana adulta colpita da forme di dipendenza legate allo shopping compulsivo è compresa tra l’1 e l’8 per cento, e si tratta soprattutto di donne tra i 35 e i 45 anni con livelli di istruzione medio-alti.

Piuttosto, conserviamo la maglia nera in Europa nei consumi culturali, quelli tipicamente “borghesi”: pesano meno del 3 per cento (833 euro l’anno) sul bilancio annua le di una famiglia. Siamo un popolo di lavoratori creativi con 120 mila artisti, registi, musicisti, scrittori, ma nell’ultimo anno meno della metà degli italiani (46 per cento) ha messo piede in un cinema, solo un terzo è andato a vedere uno spettacolo dal vivo e ha visitato un museo o un sito archeologico. Appena un cittadino su tre acquista almeno un libro all’anno sborsando, in media, non più di tre euro al mese: nei paesi del Nord Europa quasi il 30 per cento degli abitanti ha letto più di dodici libri in un anno, uno al mese.

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De Rita-Galdo, L'eclissi della borghesiaLe statistiche sui consumi indicano che il ceto medio italiano, nonostante l’intensità e la profondità del vento della recessione, resta uno dei più benestanti del mondo, a partire dai suoi elevati stili di vita. Non abbiamo visto, neanche nei giorni più neri della Grande Crisi, nessuna di quelle drammatiche scene che arrivavano dall’America o dall’Inghilterra: parliamo di milioni di cittadini, ceto medio appunto, che si sono visti pignorare la casa sotto il peso delle rate del mutuo che non potevano più pagare. Sui giornali e nei network televisivi americani sono apparse le immagini di New York, Los Angeles, Seattle, dove sono tornate le tendopoli per i disoccupati senza lavoro e per i proprietari di casa senza più un tetto. Tra la fine del 2010 e i primi sei mesi del 2011, 45,8 milioni di americani hanno chiesto i buoni pasto che vengono assegnati ai cittadini indigenti. E durante le settimane del fallimento della Lehman Brothers si è scoperto che una famiglia americana, in media, era indebitata per oltre 10 mila dollari soltanto per l’uso delle carte di credito, mentre gli acquisti a rate in Inghilterra avevano raggiunto la cifra record di 53,9 miliardi di sterline.

Il ceto medio italiano che, ricordiamolo, ha subìto il colpo durissimo dell’introduzione dell’euro (in pratica, un dimezzamento del valore reale della moneta) è oggi molto solido. Gli italiani sono ricchi, mentre il paese è fermo. L’impoverimento è vissuto piuttosto come paura e incertezza sul futuro dei propri figli, che potrebbero vedere regredire gli standard di vita conquistati dai genitori. E fare così un passo indietro rispetto a decenni di crescita costante, alla rete di copertura del welfare, alla certezza del lavoro attraverso le garanzie del posto fisso. Da qui l’insicurezza, e lo spaesamento.

Da quindici anni l’Italia non cresce più, e siamo l’unico paese industrializzato che nello stesso arco di tempo ha visto diminuire la produttività. Negli ultimi dieci anni il prodotto interno lordo in Italia è aumentato meno del 3 per cento (nei quindici anni del boom economico la crescita del Pil pro capite è stata del 260 per cento), rispetto al 12 per cento della Francia: i nove punti di scarto, con un paese europeo molto simile a noi per popolazione, coincidono integralmente con il divario della produttività oraria, stimato proprio nell’ordine dei nove punti percentuali.

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[…]

Per tornare a crescere, secondo alcuni economisti, occorre ridare slancio ai consumi. Bassi consumi si traducono in bassa crescita: è un’equazione che può avere un suo fondamento nelle leggi della statistica, ma non tiene conto della chimica sociale e in particolare della traiettoria dei nostri stili di vita. Nel periodo di crisi 2007-2010 i consumi delle famiglie italiane sono diminuiti, in termini reali, di 1.754 euro l’anno. È come se ciascun nucleo familiare non avesse consumato nulla per circa venti giorni nel corso di un solo anno. È l’effetto di un impoverimento di massa? Abbiamo già cercato di smentire questa teoria, sebbene la caduta del reddito e un allargamento delle aree di disagio (i precari a vita, i lavoratori in cassa integrazione, i pensionati con poche centinaia di curo al mese) abbiano sicuramente inciso sui comportamenti in termini di spesa individuale e domestica. Ma il parametro del reddito disponibile non può essere l’unica leva che incide sui consumi: la minore intensità degli acquisti indica anche una stanchezza “per saturazione”. Dopo il lungo ciclo del “voglio tutto” siamo entrati nella stagione di un più prosaico “io ho tutto”. Abbiamo case pieni di oggetti, che spesso neppure usiamo; gettiamo nel cestino quasi il 20 per cento della spesa alimentare; viviamo come bambini circondati da una mole di giocattoli tutti utilizzati. Quasi un terzo degli italiani ritengono di disporre di “tutte le cose importanti” e il 51 per cento sono convinti della necessità, per ciascun individuo e per ogni nucleo familiare, di tagliare eccessi ed eventuali sprechi. Non a caso la caduta dei consumi si concentra in settori quali l’auto, l’abbigliamento e l’alimentare, dove la febbre compulsiva è stata più alta.

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1Bankitalia: record del debito pubblico: a novembre tocca quota 2020 miliardi, in «Il Messaggero.it», 14 gennaio 2013
2 F. Forquet, I numei e le verità non dette, in «Il Sole 24 Ore.it», 23 gennaio 2013
3Evasione fiscale, Italia prima in Europa con 340 miliardi di economia sommersa, in «Avvenire.it», 17 agosto 2012
4 G. De Rita – A. Galdo, L’eclissi della borghesia, Laterza, 2011, p. 10

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