Fosse vissuto altrove, Vico avrebbe scritto d’altro. I ricorsi storici sono realtà italiane più che di altri luoghi. La linearità della storia da noi è una strana e pericolosa eventualità. L’Italia ama la ciclicità, che è la rappresentazione benevola dell’immobilismo: ci si muove, ma rimanendo nello stesso posto. L’Italia è la patria del «particulare» o, se preferite, di Arlecchino e Pulcinella.

Non ci sarà un governo Monti-bis dopo le elezioni, come sembrava probabile nei mesi scorsi. Troppo facile riproporre qualcosa di vicino nel tempo. L’arte della politica italiana sta nel dare comunque la parvenza del nuovo. Per farlo è necessario ripescare più lontano nel tempo: gli italiani non hanno memoria. Se l’avessero, butterebbero via la ciclicità, non fosse altro perché terribilmente noiosa.

Dopo le elezioni si annuncia sommessamente una grande alleanza tra Bersani e Monti, tra il cosiddetto centrosinistra e i riformisti del professore.1 La scelta sarebbe dettata da necessità: la coalizione di Bersani e Vendola rischia di non ottenere la maggioranza al senato, per cui sarebbe nella impossibilità di governare. Bersani ha confermato l’apertura; Monti è disponibile, anche a fare il ministro, ma a patto che Vendola resti fuori; Vendola ha intimato a Bersani di non rompere la loro alleanza per andare con Monti.2 Monti e Vendola hanno dato netta conferma della loro incompatibilità, eppure la grande alleanza Bersani-Monti è la più accreditata.3

Quarant’anni fa l’Italia viveva la stagione del compromesso storico tra la DC di Moro e il PCI di Berlinguer. Erano tempi di «convergenze parallele», secondo l’efficace paradosso di attribuizione morotea, necessarie perché il Paese superasse anni di confronti aspri che lo avevano bloccato. I due grandi partiti di massa, avversari in tutto, dovevano collaborare. L’Italia aveva bisogno di pace sociale e di innovazione.

Aldo Moro (fondazione.camera.it)A ben vedere, le «convergenze parallele» di Moro non erano finalizzate a gestire la contingenza di alcuni anni, ma avrebbero dovuto avviare un processo storico di più ampia portata. Dovevano rendere possibile in Italia l’alternanza al governo tra culture politiche diverse, diverse visioni della società. La Democrazia Cristiana, perno di quel sistema, era alternativa a se stessa, con la conseguenza inevitabile di bloccare il sistema e di renderlo autoconservativo.

Non voglio qui approfondire la genesi e gli esiti di quel progetto di Moro, tuttavia risulta evidente, anche a una osservazione rapida, che l’Italia dei decenni successivi fino a oggi, non ha beneficiato affatto di una evoluzione bipolare delle proprie culture politiche, neanche in seguito alla riforma elettorale maggioritaria. In ciascuna elezione degli ultimi vent’anni, i poli in competizione sono sempre stati cartelli elettorali, i cui esponenti, una volta in parlamento, sulle questioni fondamentali del rinnovamento della politica e della riforma dello Stato, hanno lasciato che tutto rimanesse immutato. Insomma, le «convergenze parallele» di Moro si sono involute in consociativismo, declinabile per maggiore chiarezza in altri -ismi socialmente corrosivi: corporativismo, classismo, leghismo, assistenzialismo, clientelismo. L’Italia del «particulare». Appunto.

Oggi torna, affermato e smentito, riaffermato e rismentito, il grande accordo tra forze politiche che si dicono opposte, ma disponibili a collaborare per più alti comuni destini: la sinistra di Bersani e i riformisti di Monti. Ci risiamo. Stavolta, però, il compromesso è antistorico, perché non è il punto di arrivo di un processo che lo fissava come esito, bensì il cascame di una involuzione del sistema, corroso e inefficiente, che si aggrappa a brandelli rattoppati di se stesso.

Bersani (ANSA.it)L’atteso accordo tra Bersani e Monti può avere ragioni oggettive: le necessità italiane e le volontà dell’Europa comunitaria. Irritante e deludente, invece, è l’ipocrisia dei soggetti in causa. Devono accordarsi, sanno di essere costretti a farlo, eppure continuano un gioco delle parti, stucchevole quanto misero. Massimiliano Merlo si è spinto ad auspicare su Linkiesta.it: «La campagna elettorale va condotta e proseguita, per carità. Ma forse è il caso che i due schieramenti, magari dietro le quinte, comincino ad annusarsi, a dialogare, a capire su quali binari potrà essere condotta quest’alleanza».4 Ripeto l’auspicio: che dialoghino, «magari dietro le quinte». Un’intesa che determinerà il futuro del Paese dovrebbe essere condotta dietro le quinte della campagna (commedia) elettorale. Sconcertante. Così sulla scena, Bersani e compagni possono continuare a recitare la parte della sinistra, Monti e i suoi quella dei riformatori dello Stato, alternativi alla destra e alla sinistra.

Eppure, la coalizione di Bersani e Vendola, nata dalle primarie del centrosinistra, ha fatto una scelta politica ben precisa, alternativa al prof. Monti. Come può promuovere ora l’alleanza? Risposta: non è arrivato, almeno nei sondaggi, l’atteso largo consenso degli elettori; la coalizione non raggiunge il 35%. Allora, onestà, fermezza e coraggio vorrebbero che Bersani e Vendola cercassero la soluzione nella Rivoluzione civile di Ingroia, coerentemente alla scelta di sinistra fatta nelle primarie che li ha alleati. Bersani lo ha escluso, perché? Certamente hanno il loro peso le rivalità storiche, interne alla sinistra italiana. C’è anche, tuttavia, la consapevolezza che un governo Bersani-Vendola-Ingroia, non più spacciabile per centrosinistra, ma evidentemente di estrema sinistra, sarebbe emarginato in Europa e attaccato dagli investitori internazionali, titolari del debito pubblico italiano.

Che una svolta italiana a sinistra potesse creare problemi in Europa e nei mercati finanziari era noto anche in vista e durante le primarie del centrosinistra. Sarà per questo che Bersani ripete da mesi che un risultato elettorale del 51% sarebbe gestito dalla sua coalizione come fosse 49, ovvero rivolgendosi alle forze politiche antiberlusconiane, antileghiste, antipopuliste; in altre parole ai centristi e a Monti. Vuol dire che anche stavolta l’Italia non avrà un governo compatto e coerente, espressione di una linea politica forte e di una visione organica della società, capace di agire in profondo e di cambiare le cose. Ci tocca l’ennesimo compromesso consociativo. La competizione è dunque di bandiera, tutta interna al cortile italiano; dove la sovranità è sempre più ridotta dall’inaffidabilità dei politici che hanno occupato lo Stato, dai ricorsi (anti)storici e dall’immobilismo sul «particulare», prima ancora che — legittimamente e opportunamente — dalla costruzione dell’Europa comune.

 

1 Bersani: «Pronti a collaborare con Monti» La replica: «Disponibile con chi vuole riforme», in «Corriere della Sera.it», 5 febbraio 2013
2 Bersani: «Anche Vendola d’accordo su Monti» Il leader di Sel: «Non rompere l’alleanza», in «Corriere della Sera.it», 6 febbraio 2013
3 P. Ridet, Un matrimonio d’interesse, in «Internazionale.it», 7 febbraio 2013; M.L. Salvadori, È ora di alzare il velo sulle future alleanze, in «la Repubblica.it», 7 febbraio 2013
4 M. Gallo, La fine è nota, Bersani e Monti comincino a dialogare, in «Linkiesta.it», 30 gennaio 2013

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