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La rinuncia di Benedetto XVI

Posted By Angelo Rinaldi On 11 febbraio 2013 @ 23:54 In Attualità,Idee,Storia | No Comments


La decisione di papa Benedetto XVI di abdicare alla cattedra di Roma e alla successione di Pietro, mi ha fatto tornare in mente un passo del Vangelo, un detto di Gesù: «Quando si fa sera, voi dite: Bel tempo, perché il cielo rosseggia; e al mattino: Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non sapete distinguere i segni dei tempi?» (Mt 16, 2-3).

Lo stesso papa lo ha detto, collocando la rinuncia: «nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede».1 In tal senso, la decisione di Benedetto XVI è una grande testimonianza. Per i cristiani un atto di fede religiosa ed ecclesiale, in Dio e nella Chiesa.

Certo, colpisce che l’ultima rinuncia al pontificato sia quella di Celestino V e risalga al 1294, ma non è questo l’aspetto di maggiore interesse della decisione di papa Benedetto. Dante collocò nell’inferno «chi fece per viltade il gran rifiuto» (If III, 60), ma non per questioni teologiche o morali, bensì per contrapposizione politica. Il successore di Celestino V fu Bonifacio VIII, l’ultimo grande papa teocratico, avversario del laico Alighieri, che non gradiva ingerenze papali nelle questioni civili.

Joseph Ratzinger ha concluso il governo di Benedetto XVI perché «per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo». La Chiesa contemporanea ha bisogno di una guida energica, perché le sfide sono epocali. Si annuncia in vari modi un «secol novo» e il timone della barca di Pietro deve essere in mani vigorose. Vuol dire che ripetere un’esperienza di sofferenza come quella di Giovanni Paolo II, quasi dieci anni dopo la sua morte, potrebbe essere di nessuna utilità. La sofferenza è testimonianza nella fede, virtù teologale oggi affievolita se non scomparsa. Credo sia questa la sostanza della scelta di Joseph Ratzinger e il suo atto paterno più duro verso la sua Chiesa. Madre Chiesa. Benedetto XVI lascia, ma l’indicazione della via da seguire è più chiara che mai.

Rimane, Ratzinger, il più autorevole avversario del relativismo culturale ed etico, cioè dell’opinione che diventa norma, del soggettivo che diventa oggettivo, tendenza caratteristica del nostro tempo. Non è solo etica, ma una discussione che si spinge fino al midollo della modernità. L’uomo misura delle cose è anche, in quanto soggetto, depositario della verità? Può un’opinione (la dóksa dei greci), un punto di vista personale trasformarsi per consenso in dato assoluto (epistxmé)? Un valore oggettivo non si stabilisce per alzata di mano.

L’impegno del cardinale Ratzinger e poi di Benedetto XVI è stato di dare un fondamento all’etica, che altrimenti svilisce in buone intenzioni. Il fondamento è la volontà di Dio. Secondo Ratzinger si tratta di capovolgere il principio etico degli illuministi di fare come se Dio non ci fosse. In un discorso del 2005, alla vigilia del conclave che lo ha eletto papa, ha sostenuto la necessità, per chi non crede, di «fare come se Dio ci fosse».2 Roberta De Monticelli ha definito queste parole «precisamente la tesi degli atei devoti» e l’ha dichiarata «moralmente nichilistica», cioè col presupposto che «la ragione umana da sola è incapace di conoscenza morale».3

Al di là del giudizio negativo di nichilismo espresso dalla filosofa De Monticelli, l’esortazione del cardinale Ratzinger di «fare come se Dio ci fosse» rivela un tentativo estremo o, quantomeno, un paradosso a cui il futuro Benedetto XVI si affida, sentendo forse inefficaci altre vie. Si tratta di uno spunto di riflessione, che si pone alla considerazione di credenti e non credenti, oggi più che mai.

Benedetto XVI ha abdicato, non si è dimesso. Il papa è un sovrano, la Chiesa una monarchia. La quale forma non ha nulla di riduttivo. È piuttosto il carattere di una comunità di fedeli, testimone da duemila anni di Cristo, Parola incarnata. La rinuncia di Joseph Ratzinger è un richiamo solenne all’ekklésía e alla giustizia, di cui ha fame e sete chi è beato (Mt 5, 6) e il valore della cui attuazione non è mai quantitativo (Gen 18, 16-32).

inizio dell’articolo [1]

Declaratio
nel Concistoro dell’11 febbraio 2013

Carissimi Fratelli,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Sono ben consapevole che questo ministero, per la sua essenza spirituale, deve essere compiuto non solo con le opere e con le parole, ma non meno soffrendo e pregando. Tuttavia, nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo che, dal 28 febbraio 2013, alle ore 20,00, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sarà vacante e dovrà essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice.

Carissimi Fratelli, vi ringrazio di vero cuore per tutto l’amore e il lavoro con cui avete portato con me il peso del mio ministero, e chiedo perdono per tutti i miei difetti. Ora, affidiamo la Santa Chiesa alla cura del suo Sommo Pastore, Nostro Signore Gesù Cristo, e imploriamo la sua santa Madre Maria, affinché assista con la sua bontà materna i Padri Cardinali nell’eleggere il nuovo Sommo Pontefice. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrò servire di tutto cuore, con una vita dedicata alla preghiera, la Santa Chiesa di Dio.

Dal Vaticano, 11 febbraio 2013

BENEDICTUS PP XVI

 

inizio dell’articolo [1]

1 Benedetto XVI, Declaratio, in «Vatican.va [2]», 11 febbraio 2013
2 J. Ratzinger, L’Europa nella crisi delle culture [3], Subiaco 1° aprile 2005
«Nell’epoca dell’illuminismo si è tentato di intendere e definire le norme morali essenziali dicendo che esse sarebbero valide etsi Deus non daretur, anche nel caso che Dio non esistesse. Nella contrapposizione delle confessioni e nella crisi incombente dell’immagine di Dio, si tentò di tenere i valori essenziali della morale fuori dalle contraddizioni e di cercare per loro un’evidenza che li rendesse indipendenti dalle molteplici divisioni e incertezze delle varie filosofie e confessioni.
Così si vollero assicurare le basi della convivenza e, più in generale, le basi dell’umanità. A quell’epoca sembrò possibile, in quanto le grandi convinzioni di fondo create dal cristianesimo in gran parte resistevano e sembravano innegabili. Ma non è più così. La ricerca di una tale rassicurante certezza, che potesse rimanere incontestata al di là di tutte le differenze, è fallita. Neppure lo sforzo, davvero grandioso, di Kant è stato in grado di creare la necessaria certezza condivisa. Kant aveva negato che Dio possa essere conoscibile nell’ambito della pura ragione, ma nello stesso tempo aveva rappresentato Dio, la libertà e l’immortalità come postulati della ragione pratica, senza la quale, coerentemente, per lui non era possibile alcun agire morale. La situazione odierna del mondo non ci fa forse pensare di nuovo che egli possa aver ragione? Vorrei dirlo con altre parole: il tentativo, portato all’estremo, di plasmare le cose umane facendo completamente a meno di Dio ci conduce sempre di più sull’orlo dell’abisso, verso l’accantonamento totale dell’uomo. Dovremmo, allora, capovolgere l’assioma degli illuministi e dire: anche chi non riesce a trovare la via dell’accettazione di Dio dovrebbe comunque cercare di vivere e indirizzare la sua vita veluti si Deus daretur, come se Dio ci fosse. Questo è il consiglio che già Pascal dava agli amici non credenti; è il consiglio che vorremmo dare anche oggi ai nostri amici che non credono. Così nessuno viene limitato nella sua libertà, ma tutte le nostre cose trovano un sostegno e un criterio di cui hanno urgentemente bisogno».

3 R. De Monticelli, La questione morale, Raffaello Cortina Editore, Milano 2010, pp. 75-78

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[2] Vatican.va: http://www3.lastampa.it/politica/sezioni/articolo/lstp/412792/

[3] L’Europa nella crisi delle culture: http://papabenedettoxvitesti.blogspot.it/2009/06/leuropa-nella-crisi-delle-culture_25.html

[4]

Tra posto fisso e disoccupazione
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