La rinuncia di Benedetto XVI al pontificato rende evidente l’idea che ha di Chiesa la società contemporanea e come pensa dovrebbe essere governata. Tra i tanti temi che la decisione storica del papa propone, questo mi sembra tra i più interessanti.

Leggendo e ascoltando i mezzi di informazione dare e commentare la notizia storica, ho colto alcuni aspetti: 1) l’utilizzo improprio del termine ‘dimissioni’ al posto di ‘abdicazione’ o ‘rinuncia'; 2) la figura del papa è ora più umana e meno impregnata di sacro; 3) il governo della Chiesa sarà meno accentrato e più diffuso; meno conservatore, più progressista; 4) il papa ha rinunciato sotto il peso degli scandali tremendi di cui la Chiesa è piena; 5) dopo la scelta di Benedetto XVI niente sarà più come prima.

1) Il termine dimissioni è improprio per l’atto di Benedetto XVI perché presuppone un soggetto che le riceva, le valuti, le accolga o le respinga. Un soggetto a cui il dimissionario è legato in vario modo. La scelta del papa di abdicare è invece del tutto autonoma, nessuno deve valutarla, quindi nessuno può respingerla. È un atto sovrano, perché il papa è un sovrano.

San Pietro (museionline.it)Il tratto identificativo e distintivo del papa è l’essere vescovo di Roma, cioè successore dell’apostolo Pietro, uno dei dodici di cui Gesù stesso decretò il primato sugli altri undici: primus pares. Nella firma dei pontefici il nome è sempre seguito da due P, acronimo, appunto, dell’essere primo tra pari. La stessa natura è indicata anche dalla definizione servus servorum Dei, il servo dei servi di Dio. Nei duemila anni di storia della Chiesa tanti papi hanno avuto un’indole opposta, tuttavia che interpreti di una parte commettano errori anche gravi, non vuol dire che la parte in sé non sia buona.

15Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». 16Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. 18E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».

Dal brano del capitolo 16 del vangelo di Matteo è chiara l’origine e il fondamento del primato petrino: è una delega data direttamente da Gesù a Pietro, per il suo atto di fede nel riconoscerlo Figlio di Dio. Pietro è stato il primo vescovo di Roma e come tali i suoi successori sono custodi di quella delega e di quella fede, primi tra pari. La sostanza della sovranità del papa è la fede.

Il diritto della Chiesa cattolica prevede che il papa possa abdicare alle sue funzioni di primus pares.1 In tal senso Benedetto XVI non ha stravolto nulla, ma applicato una norma. Così non voglio sminuire affatto la scelta, che rimane storica, ma indicarla nella sua essenza: una decisione grave che altri papi avrebbero potuto prendere, oggi sorprendente perché da secoli nessuno l’ha presa.

Il papato è una funzione, non un ordine sacro, come il sacerdozio e l’episcopato. Ecco perché è previsto che possa essere lasciato. Dunque, esso non ha una sacralità intrinseca, che non sia la stessa dell’episcopato. Lo specifico del papa è nelle sue origini e nel suo fondamento: il papa riceve, attraverso Pietro, una delega che viene da Cristo. La sacralità papale, diciamo così, è dunque nell’atto di fede fondante piuttosto che nella durata a vita dell’incarico. La durata a vita ha senso per l’unicità della funzione. Infatti, non credo proprio che la Chiesa si darà una norma che fissi una durata temporale del papato. Ciò non vuol dire, però, che la funzione non possa essere lasciata, in casi di singolare gravità, come Benedetto XVI ha ritenuto fosse il suo.

2) Dire che la scelta di Ratzinger desacralizzi la figura del papa, rendendola finalmente più umana e che per questo il futuro governo della Chiesa possa o debba essere collegiale e diffuso piuttosto che personale e accentrato è unicamente l’auspicio di chi vorrebbe la Chiesa trasformata in una democrazia. Ma il fondamento della ekklésía è la fede in Cristo, la costituzione è la sua Parola, realtà che non sono tali perché affermate da una maggioranza. La nascita della Chiesa cristiana è in un piccolissimo frammento del vangelo di Giovanni: «vide e credette» (Gv 20, 8). È il discepolo che entra nel sepolcro vuoto dopo la resurrezione. Erano soltanto in due: questi — il prediletto — e Pietro.

Benedetto XVI (grr.rai.it)3) Al di là degli aspetti giuridici, la Chiesa è l’esatto contrario di una democrazia, perché i cristiani sono chiamati a vivere la loro fede nel Cristo sapendo di essere una minoranza. La cui guida è affidata a un sovrano. Il papa come custode, come ultima corte, come testimone, come successore di Pietro. Questione diversa è la discussione sempre aperta sulle forme della religiosità cristiana, nel caso specifico cattolica e romana. È il cinquantesimo anniversario del Concilio Vaticano II, che in tal senso è un evento storico esemplare. Non solo. Nello spirito del concilio, sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI sono stati innovatori — o progressisti, secondo la definizione che applica alla Chiesa le categorie della politica civile. Giovanni Paolo riconoscendo la dignità della spiritualità laicale e utilizzando come mai prima i mezzi di comunicazione: dagli aerei all’informazione. Benedetto denunciando la «sporcizia nella Chiesa»2 e spingendo il confronto con i non credenti fin nei territori della razionalità kantiana.3

Eppure, entrambi sono spesso accusati di essere conservatori, più o meno gretti a seconda di chi pronuncia la sentenza. La causa è il magistero della Chiesa sui temi etici. L’etica, tuttavia, è per i cristiani l’attuazione della fede: «Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede» (Gc 2, 18). Fede e prassi non sono piani distinti, dunque per chi nega l’una è difficile accettare l’altra. Inoltre, in ultima analisi, la prassi mostra l’idea di uomo e di umanità. Varrà la pena tornare su questo.

4) Il cardinale Joseph Ratzinger ha denunciato la «sporcizia nella Chiesa» nella Via Crucis del venerdì santo del 2005, pochi giorni prima di diventare Benedetto XVI. Quindi ha anticipato gli scandali tremendi che oggi sviliscono la Chiesa, più che esserne travolto. La ekklésía cristiana ha vissuto nei secoli tempi di minore coerenza evangelica rispetto ad altri, rispetto all’intensità delle origini, il nostro presente è certo uno di quelli. La Chiesa, però, non è una istituzione statuale, un partito politico o un’associazione filantropica, cioè il fondamento non può essere corrotto da una prassi scandalosa. E poi, la sporcizia fa parte della vita degli uomini, il punto è l’atteggiamento che si ha nei suoi confronti. Dicevo prima che i cristiani sono chiamati a vivere la loro fede nel Cristo sapendo di essere una minoranza, a volte anche nella stessa Chiesa. Madre Chiesa. Ispirare la propria prassi alla propria fede, essere onesti e giusti, ha più valore quando è una minoranza a farlo (Gen 18, 16-32). Non è un paradosso, è il cristianesimo. Abbracciare il lebbroso quando tutti scappano. Francesco d’Assisi, Madre Teresa di Calcutta e tanti altri ne sono testimoni.

5) Non credo che dopo la rinuncia di papa Benedetto niente nella Chiesa sarà più come prima. Al contrario, penso che il papato ne sia rafforzato non indebolito. Ratzinger ha lasciato perché la Chiesa abbia una guida energica, un papa vigoroso: non mi sembra la premessa di riforme che limitino le attuali funzioni del pontefice. La qual cosa non vuol dire che i sinodi dei vescovi non possano avere voce e spazio di azione. Alla collegialità degli apostoli Gesù ha preferito Pietro: la quantità non è un valore cristiano. La croce pone la persona al cospetto del Padre.

 

1 Codice di Diritto Canonico, Cann. 187 e ss., Can. 332 § 2
2 J. Ratzinger, Via Crucis, IX Stazione, Gesù cade per la terza volta, Roma 25 marzo 2005
3 J. Ratzinger, L’Europa nella crisi delle culture, Subiaco 1° aprile 2005

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