Essere sorpresi no, certo, ma irritati si e anche parecchio.

La discussione immediatamente successiva all’esito delle elezioni politiche di domenica e lunedì ha come centro la necessità che il M5S voti la fiducia in parlamento a un governo Bersani.

Sostengono questo il Pd, ovviamente, e i filo Pd di sempre, Tg3 e la Repubblica in testa. Senza il minimo imbarazzo, confermando che il loro senso della realtà è praticamente nullo. Una parzialità che rasenta la follia.

È in corso il più profondo cambiamento nella politica italiana dal dopoguerra e la sinistra pidina culturale e politica, sconfitta di brutto alle elezioni, pretende che gli eletti del M5S facciano nascere con il loro voto di fiducia un governo del Pd. Cos’è, uno scherzo?

Bersani, D’Alema, Bindi, Finocchiaro, Franceschini e compagni hanno perso. Come bisogna dirglielo? Scriverlo tutto maiuscolo? IL PD HA PERSO. Da qualsiasi punto di vista si guardi la situazione — a parte il loro, ovviamente — il dato di fatto è questo.

Bersani non deve neanche ricevere l’incarico dal Presidente della Repubblica.

Tre le soluzioni possibili: 1) il M5S assume direttamente la guida del governo; 2) il M5S indica la persona a cui affidare l’incarico di formare il governo; 3) il governo lo formano i partiti tradizionali e il M5S valuta in parlamento, proposta per proposta, cosa approvare e cosa respingere.

Tutto il resto è vanità.

Inutile brandire le difficoltà del Paese contro la legittima determinazione di Beppe Grillo a svolgere responsabilmente la sua funzione di garante del movimento. I 5 Stelle non sono arrivati in parlamento per portare un salvagente al sistema dei partiti tradizionali. Aspirano a essere i salvatori della patria, ma non dei vecchi partiti e dei vecchi politici. L’inganno di queste ore e di questi anni è che i partiti e i politici tradizionali siano l’Italia. Non è affatto così. E mi irrita la necessità di doverlo ribadire. Loro sono stati la causa delle difficoltà del Paese e quindi non possono in alcun modo essere il rimedio.

Inutile strumentalizzare Internet e scrivere nel blog di Beppe Grillo commenti favorevoli al voto di fiducia a un governo Bersani. A parte ogni altra considerazione su questo (la possibilità che i commenti siano artificiosi), chi ha votato M5S avrebbe dovuto avere ben chiaro di votare un movimento radicalmente alternativo al sistema: ma quale fiducia, quale Pd? Se il M5S votasse la fiducia si trasformerebbe in un’altra cosa, diversa dal soggetto politico che ha preso 8.689.168 voti. Chi non aveva capito o ha cambiato idea pianga sé stesso, stia più attento la prossima volta. Chi si presta al gioco dell’informazione-propaganda filo Pd non ha davvero nulla a che fare col M5S: i suoi pensieri e le sue parole sono vanità.

Inutile anche rifare i fervorini sulla democrazia (d’occasione): se dobbiamo ridiscutere a maggioranza le decisioni del M5S, prima ridiscutiamo le regole ridicole delle primarie che hanno eletto Bersani candidato premier del centrosinistra.

Sempre in tema di democrazia — quella vera, quella fatta di alternative reali non di cooptazione e conformismo — il M5S, come dice Grillo, ha raccolto la delusione e la rabbia di milioni di italiani esclusi, che hanno avuto la possibilità di scegliere un’alternativa democratica. Pensare di forzare il movimento per condurlo nell’alveo di una stantia tradizione politica nazionale vuol dire privare i cittadini delusi e arrabbiati di uno strumento di lotta democratica e spingerli verso altro. In quel caso, non oggi, l’Italia sarebbe nella melma e al buio più pesto.

Rifletta bene la sinistra pidina, culturale e politica. Brucia che il vessillo della lotta degli esclusi le sia sfuggito di mano? Doveva pensarci prima. Ormai è tardi e questa sinistra è finita.1 Se ne facciano una ragione i pidini e non trascinino nella voragine di mediocrità in cui stanno sprofondando l’intero Paese.

 

 

1Baricco: facce e idee vecchie la stagione del Pd è finita il Paese vuole cambiare, in «la Repubblica.it», 27 febbraio 2013; Elezioni, Cacciari commenta i risultati: “Sono teste di cazzo, era meglio Renzi”, in «il Fatto Quotidiano.it», 26 febbraio 2013

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