La storica rinuncia al pontificato di Benedetto XVI, le settimane che l’hanno seguita, la sede vacante, il conclave e infine l’elezione di papa Francesco hanno mostrato una vitalità della Chiesa che gli osservatori meno attenti forse non si aspettavano. In un tempo di crisi profonda, culturale politica economica, che ha prodotto un sostanziale immobilismo e mostrato l’inadeguatezza di tante istituzioni civili, nazionali e internazionali, la Chiesa ha saputo riprendere il suo cammino, dopo la sosta degli scandali recenti che l’hanno intralciata.

Per chi crede è l’azione dello Spirito Santo, quindi una conferma nella fede. Per tutti è il richiamo ai valori dello spirito, della volontà, della ragione, dell’umanità, la quale non può esaurirsi in dispute e contrapposizioni di interessi esclusivamente materiali.

La Chiesa degli scandali, dei preti pedofili, dei corvi, della finanza è stata ridimensionata dalla Chiesa della fede. La Chiesa di Ratzinger si è mossa verso la Chiesa di Bergoglio. Rami e foglie dell’unico albero Cristo.

Questo è il punto, da qualsiasi aspetto parziale si parta: la Chiesa è Cristo. Per chi crede è atto di fede, per tutti dovrebbe essere la consapevolezza delle origini di una istituzione viva da duemila anni.

Al di là della fede, la Chiesa che è Cristo è la Chiesa della Parola, concreta e presente, disponibile alla lettura e all’ascolto, alla meditazione e alla vita. Dopo la Chiesa politica e diplomatica, la Chiesa dei continenti e delle nazioni, la Chiesa degli scandali e dei precetti, vale la pena dare spazio alla Chiesa della Parola, che tutte le racchiude e che per questo è la più autentica.

Ho scelto come guida il cardinale Carlo Maria Martini, la cui eredità preziosa quanto disarmante è l’indicazione che la Parola è appunto le parole della Scrittura. Non l’idea astratta, spiritualista di una presenza immateriale, ma i significanti di un senso profondo che è diventato linguaggio, quindi metodo, cultura, vita.

inizio del testo

Il regno di Dio
Giustizia, pace e gioia nella Lettera ai Romani
in
Carlo Maria Martini
Le ali della libertà
Piemme, 2009

Carlo Maria Martini (italiaglobale.it)Desidero affrontare il tema del regno di Dio nella Lettera ai Romani. Di per sé l’espressione appare una volta sola nel capitolo quattordicesimo, là dove si dice: «Il regno di Dio infatti non è questione di cibo o di bevanda ma è giustizia pace e gioia nello Spirito santo» (14, 17). Vediamo di richiamare gli antefatti. Noi sappiamo che il regno di Dio è stato il tema centrale della predicazione di Gesù. Giovanni Paolo II nel terzo Mistero Luminoso ha messo “la predicazione del regno”. Tuttavia, il regno è menzionato soprattutto nei Sinottici, e viene menzionato senza mai definire che cos’è. Ma solo con paragoni: «È simile a…». Paragoni diversissimi, che riguardano cielo e terra, e diverse situazioni umane. C’è sempre un non so che di misterioso su questo tema. In sé vuol dire appunto che Dio prende possesso di ogni cosa, sconfigge ogni male, promuove ogni bene e si acquista la gioia perfetta. L’essere umano spasima di raggiungere una pienezza che non potrà mai ottenere, se non in rari e fugacissimi momenti. Il cuore dell’uomo anela a un’eternità di cui talvolta percepisce l’esistenza.

L’uomo è un perenne insoddisfatto, anche quando è apparentemente appagato di tutto. E questo avviene perché la vita di ciascuno di noi ha nostalgia di potersi riavvicinare all’Amore che l’ha generata.

«Non abbiamo quaggiù una città stabile, ma cerchiamo quella futura» (Ebrei 13, 14).

Il tempo per ogni creatura umana è un tempo breve, urgente, che passa e non torna. E in questo tempo fugace si gioca la riuscita della nostra vita, l’eternità, la nostra scelta per il sempre.

Un tempo breve, urgente, anche per il mondo che cambia, intorno a noi.

La Parola di Dio ci richiama a una dimensione essenziale del vivere: la dimensione della provvisorietà, il vivere da pellegrini, anzi da nomadi, come anche Pietro ribadisce nella sua prima Lettera ai capitoli 1 e 2.

Pellegrini ogni giorno. Forestieri in ogni luogo. Nomadi che ogni mattina levano la tenda e ogni sera la ripiantano, finché ci sarà data una casa stabile, una dimora per sempre.

Vivere lo spazio e il tempo da nomadi è un puro atto di umiltà. È finalmente percepirsi piccoli di fronte all’Universo e quindi non crederci mai degli “arrivati”.

Nomadi. Questa è la condizione reale, oggettiva, di ognuno di noi, di ogni famiglia, di tutti su questa terra. Ma siamo capaci di vivere così? Viviamo come pellegrini o come gente arrivata, sistemata? Come forestieri o come gente che ha messo qui le radici, come se non dovesse mai più andare via? Come zingari in una tenda, o come signori che cercano solo di stare bene, comodi, tranquilli, senza pensare al tempo che passa, al bene che resta, ai fratelli che tendono la mano?

inizio del testo

Martini, Le ali della libertàIl tema della fine dei tempi e del regno quasi scompare nella predicazione primitiva. Probabilmente il motivo è quello che ho indicato all’inizio di questi esercizi quando ho detto che sarebbe bello parlare del regno finale, ultimo a cui tendiamo, ma è altrettanto bello e appassionante parlare dell’origine di tutto ciò che fa scaturire il regno: ovvero la morte e risurrezione di Gesù. La predicazione primitiva non menzionava tanto il regno, quanto Gesù morto e risorto come inizio del regno. Ancora oggi il termine “regno” è rimasto sia come segno di antichità, sia come promessa di pienezza. Ed è così che viene usato per esempio nel bellissimo testo della prima Lettera ai Corinzi (capitolo 15) là dove si dice: «E poi sarà la fine quando Egli (cioè Gesù) consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e podestà e potenza. Quando tutto gli sarà stato sottomesso anche lui, il figlio, sarà sottomesso a colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti» (15,27-28). È una misteriosa definizione del regnò finale che Teilhard de Chardin ha ampiamente richiamato nelle sue opere e che è il fine di tutta la creazione, di tutto ciò che da tempo immemorabile Dio ha lanciato nel mondo. Quindi questo regno rimane come valore finale, mentre Gesù Cristo morto e risorto è il valore germinale. Paolo parla poco del regno, ma parla molto di giustizia, verità, libertà, gioia. C’è appunto un’unica occasione in cui san Paolo definisce il regno secondo le sue categorie e mi sembrano categorie molto belle. San Paolo nel capitolo 14 discute con i deboli e con i forti della comunità. Non si capisce quale sia la vera idea di san Paolo. In ogni caso la sua preoccupazione fondamentale è questa: non è questione di cibo o di bevande, di prendere o lasciare, di astenersi o consumare, ma «il regno di Dio è giustizia pace e gioia nello Spirito santo» (Romani 14,17). Questa è una bellissima definizione del regno. Anzitutto il regno di Dio è lo Spirito che opera in noi, è la legge dello Spirito che ci è entrata dentro e che ci dà la sensibilità ai valori evangelici. Esso ci fa amare ciò che ha amato Gesù, ci fa scegliere ciò che ha scelto Gesù. Quindi lo Spirito è il vero autore delle scelte della Chiesa. Quando si è nello Spirito santo c’è giustizia, pace e gioia. Si tratta di giustizia umana, cioè di rapporti giusti, lineari, corretti, tra le persone e fra l’uomo e Dio. Voglio evidenziare le tre parole giustizia, pace e gioia; questi per Paolo sono i segni indubitabili dello Spirito. Quando si è in pace con se stessi, si è in pace con Dio e si cerca la pace con gli altri. Quando c’è gioia, cioè una interiore zampillante serenità, quando c’è capacità di leggere ovunque i segni della presenza positiva di Dio, quando ogni situazione è interpretata nel verso giusto, come qualcosa che ci aiuta veramente a crescere; quando ci sentiamo amati da Dio e quando sentiamo che Dio fa tutto per il nostro bene, allora giustizia, pace e gioia sono i segni dello Spirito, sono l’anticipo del regno già presente e operante. Non possiamo rendere presente il regno se non passando attraverso questi valori.

inizio del testo

«Il Regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti í suoi averi e compra quel campo. Il Regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra» (Matteo 13, 44-45).

Per il vangelo dunque il tesoro è «il Regno dei cieli», quello che Paolo nel suo caratteristico gergo chiama l’«essere conformi all’immagine del Figlio» (Romani 8,29).

Regno dei cieli e conformità all’immagine del Figlio sono tutt’altro che un libretto di istruzioni su come vivere la vita, con buona pace di chi tenta di generazione in generazione di liofilizzare il vangelo in percorsi ascetici, itinerari spiritualistici o codici etici. Il Regno dei cieli è anzi — ci dice la parabola — imbattersi in un tesoro nascosto, in una perla di grande valore: lasciarsi cioè incontrare, nel vivere quotidiano, nella fatica del crescere, nei tentativi di scoprire, nello sforzo di capire, nella delusione del regredire, nell’avvilimento del soffrire, nel provare ad amare… nell’impasto di confusione e ordine che siamo… da qualcosa che si rivela al nostro cuore come promettente per una vita bella.

Qualcosa di così promettente da accordargli un credito, spenderci passione e sudore, fino a giocarci la vita!

Se poi questo tesoro non è un qualcosa, ma un Qualcuno si capisce ancora meglio quanto non si possa trattare di un canovaccio già scritto per tutti.

Perciò vi auguro di portare con voi sempre nel vostro agire quotidiano nel mondo giustizia, pace e questo entusiasmo, sapendo che ne avete diritto; che non c’è nessuna situazione che abbia motivo di creare amarezze permanenti; che ogni situazione può aprirsi nella gioia del Signore. Questo è ciò che vi auguro di tutto cuore.

inizio del testo

stampa

Potrebbero interessarti anche questi articoli

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

 caratteri disponibili

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>