Quando il diavolo ci mette la coda qualcuno inciampa.

Nella elezione del presidente della Repubblica è inciampato ed è caduto con fragoroso rumore il Partito democratico, trascinando con sé l’autorevolezza della politica italiana nell’appuntamento elettorale istituzionale più importante.

Elezione del Presidente della Repubblica (it.ibtimes.com)In quarantotto ore il Pd è riuscito a negare la totalità dei propri voti prima a Franco Marini, tra i fondatori del partito, poi nientemeno che a Romano Prodi, padre nobile dell’idea stessa di centrosinistra in Italia. Il candidato Marini era espressione di un accordo con il Pdl di Berlusconi e quindi di un atteggiamento di collaborazione con il centrodestra. Il giorno dopo Prodi ha rappresentato l’esatto contrario, cioè il candidato di un centrosinistra arroccato e solitario. Contro Marini si sono espressi nel partito e nell’urna i sodali di Matteo Renzi e addirittura esponenti del gruppo dirigente bersaniano. Contro Prodi hanno votato centouno franchi tiratori di cui è difficile dire l’identità. Prima della votazione, il professore era stato acclamato candidato all’unanimità nell’assemblea dei grandi elettori del Pd. Pare che Massimo D’Alema si sia infuriato per questo. Lui avrebbe voluto una votazione canonica di una rosa di nomi, in cui c’era anche il suo. Questo, oltre a vecchie contrapposizioni, pone i dalemiani come i principali responsabili della sonora battuta di Prodi.

Massimo D’Alema è l’eredità del PCI, il partito apparato, mediatore e controllore, soggetto della politica del possibile e del compromesso, garante esclusivo della pratica democratica. Romano Prodi, padre dell’incontro tra ex comunisti e cattolici democratici, è la politica che si apre alla società, il partito agile portavoce dei cittadini, soggetto democratico, idealista, intransigente. Il confronto tra i due, a volte serrato, sia pure nell’ombra ovattata dei palazzi del potere, dura ormai da quasi vent’anni.

Detto in altre e poche parole, D’Alema considera del tutto naturale il dialogo e l’intesa con Berlusconi, Prodi no.

D’Alema è stato in odore di Quirinale già nel 2006, ma in quel caso si limitò al ruolo di grande elettore di Giorgio Napolitano. Questa volta sembrava avere i titoli per scalare direttamente il colle. Io l’ho temuto, avendo un’idea prodiana della politica. Tuttavia, se Berlusconi è il diavolo e D’Alema pure, riconosco che l’elezione alla presidenza della Repubblica del Leader Massimo avrebbe potuto essere l’esorcismo per superare davvero il ventennale blocco italiano nella contrapposizione tra berlusconismo e antiberlusconismo.

Per (non) eleggere D’Alema presidente il Pd si è schiantato sul colle Quirinale, rimangiandosi l’accordo col Pdl dopo la bocciatura di Marini e precipitando dalla rupe democratica addirittura il suo padre nobile Prodi.

Quando il diavolo ci mette la coda qualcuno ci si ritrova legato.

Lo schianto sul Quirinale ha spaccato vistosamente il Pd tra disponibili e contrari al dialogo con Berlusconi. Questo avrebbe determinato uno stallo perfetto nell’elezione del presidente della Repubblica, considerata l’indisponibilità di altri gruppi parlamentari a sostenere candidati proposti dal centrosinistra. Per eleggere il presidente ci vogliono i numeri, il centrosinistra da solo non li ha. Quale la via d’uscita?

Hanno convinto Giorgio Napolitano ad accettare la rielezione, fatto mai accaduto prima, quindi destinato a rimanere nella storia della Repubblica italiana.

Napolitano successore di se stesso, è stato eletto oggi pomeriggio con 738 voti dei grandi elettori (i componenti l’assemblea erano 1.007, il quorum 504). La politica italiana ha trattato una resa incondizionata, ha deposto le armi spuntate della dialettica, della logica, della responsabilità nelle mani del presidente uscente, il quale, accettando la rielezione, è diventato anche l’entrante. Una maggiore continuità sarebbe stata impossibile. Napolitano ri-presidente, lui che nel 2006 era stato l’uomo di D’Alema al colle più alto.

Sotto la pressione rivoluzionaria del Movimento 5 Stelle, la politica tradizionale è corsa in aiuto del Pd e ha eretto il paravento Napolitano, dietro cui nascondere lo sfascio di quel partito. I mali dei pidini sono diventati i mali dell’Italia. Ora il Pd può riprendere fiato, l’Italia chissà.

Napolitano si è lascito convincere perché convinto che al di fuori della forma tradizionale di partito, la forma dalemiana per intenderci, non può esserci democrazia. Il Pd è l’unico e ultimo superstite dei vecchi partiti e come tale unico garante della pratica democratica. Deve essere tutelato per tutelare l’Italia. È la precondizione per tutto il resto.

Invece, l’atto democratico da compiere oggi avrebbe dovuto essere il voto di una parte del Pd, del Pdl e della Lega alla candidata proposta da Scelta Civica, Anna Maria Cancellieri. Una servitrice dello Stato e una donna, come l’ha presentata il prof. Monti. Era il segnale all’Italia di una volontà di cambiamento responsabile. Segnale che non c’è stato. Peccato aver perso l’occasione.

Continuità per continuità e dialogo per dialogo con Berlusconi, meglio D’Alema. Nonostante tutto. Sarebbe stato di certo l’esito più onesto della vicenda. Scusate se è poco. E avremmo sperimentato la teoria dell’esorcismo.

Quando il diavolo ci mette la coda vuol dire che non è finita.

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