Quando si dice che Napolitano è garante. Della continuità.

Vent’anni fa era già definito «anziano leader» e il sistema politico lo contrapponeva e preferiva al «mite» prof. Rodotà. Oggi è rieletto al Quirinale. Come paravento del disastro della politica. Come toppa peggiore del buco, aggiungo io. Per forza in Italia i giovani, il cambiamento, le riforme fanno paura. Si è perso il senso e il fascino del nuovo. È necessario ripartire proprio dal ridare significato a queste parole.

Nel 1992 il confronto tra i due fu per la presidenza della Camera dei deputati, resa disponibile dall’elezione al Quirinale di Oscar Luigi Scalfaro, presidente uscente. Rodotà era vicepresidente della Camera e presidente del Pds, erede del PCI. Napolitano era il comunista moderato di sempre, ovvero disponibile al dialogo e all’accordo.

Rodotà fu candidato dal suo partito alla presidenza della Camera senza troppa convinzione. E infatti subì alcune votazioni in cui non ebbe i numeri necessari per l’elezione. Il Pds lo sostituì con Napolitano, intorno a cui si formò una larga maggioranza elettiva. Rodotà infuriato lasciò il partito e la vice presidenza della Camera.

Nel 1992, il confronto tra Napolitano e Rodotà aveva sullo sfondo l’inchiesta Mani pulite, ovvero Tangentopoli; le elezioni politiche in cui la DC ebbe il suo minimo storico e in cui per la prima volta non ci fu il PCI, ma il Pds e Rifondazione comunista; l’assassinio di Salvo Lima; la strage di Capaci in cui morì Giovanni Falcone. Ognuno di questi fatti avrebbe potuto essere un punto di svolta, figuriamoci tutti insieme nel giro di pochi mesi.

Rodotà fu battuto nelle urne della Camera «dal PSI con l’acquiescenza di DC e Pds». Gli fu preferito Napolitano perché la sua corrente nel Pds era favorevole a un «governo “forte”», in cui sarebbero entrati anche DC e PSI. Il governissimo o le larghe intese di oggi. Rifondazione non votò Napolitano, perché «frutto di una scelta dei socialisti e dei democristiani». Sempre secondo Rifondazione, «si tratta di un primo passo nella lenta costruzione di una nuova consociazione politica».

D’accordo, vent’anni per la storia sono un battito di ciglia. Per l’Italia, però, si mostrano come un pantano da cui il Paese non è ancora uscito.

La Stampa del 3 giugno 1992

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La Stampa del 3 giugno 1992, pagina 3

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