C’era tante volte un fiore.

Ogni occasione era buona per reciderlo e offrirlo. Talmente c’era che nessuno lo notava più. Come gli auguri a Natale. Nei chioschi tondi o poligonali dei fiorai ormai faceva parte dell’arredamento. Quasi non partecipava più alla mescolanza di fragranze e all’abbaglio di colori.

Ai crocicchi e nei mercati era spettatore dimesso del brulicare di uomini e donne, che spesso lo sceglievano per non scegliere. Metteva tutti d’accordo perché evitava il confronto. Alti, bassi, vivaci, noiosi, stupidi, arguti. Lui c’era comunque, una volta dopo l’altra. Come le scampagnate a pasquetta.

Era bianco, con i petali larghi e distesi e una piccola punta finale. Tondo di tante rotondità, ma con la corolla lievemente frastagliata. Uno schizzo bianco sulla tavolozza di un pittore. Aperto al mondo.

Era stanco di esserci tante volte.

Sognava. Aveva ascoltato il racconto di tante favole, a cui spesso era stato accompagnato maldestramente. Non voleva essere un re o un principe azzurro, ma esserci una volta, la sua volta. Visibile per un tempo effimero e quindi cercato con ansia. Segno fugace di una presenza costante. Esserci una volta per non esserci comunque. Per esserci sempre.

Mughetto (artefiiori.com)Malinconico nei chioschi tondi o poligonali e nelle chiassose bancarelle dei mercati, il fiore che c’era tante volte volle cambiare aspetto. Raccolse lentamente uno dopo l’altro i petali distesi, fino a farne una campanula discreta. Fiorì candido e delicato solo in primavera, in aprile o maggio, di latitudine in latitudine. Fu visibile soltanto per una manciata di giorni all’anno.

Sparì dai chioschi tondi o poligonali e dalle chiassose bancarelle dei mercati. Nessuno se ne accorse, se non quando voleva sceglierlo per non scegliere. Il fiore che sembrava uno schizzo bianco sulla tavolozza di un pittore, comunque pronto a coprire ogni incertezza non c’era più.

Tornò, nel suo nuovo aspetto, la primavera successiva. Rametti di un verde intenso, carichi di campanule candide e profumatissime. Pochi giorni però e poi ancora più nulla. Qualcuno lo notò e decise che l’anno successivo lo avrebbe cercato per tempo. Trovarlo avrebbe colmato di gioia. Finalmente fu atteso il piccolo fiore che si era chiuso al mondo per volgere le sue campanule unicamente a chi lo avrebbe cercato.

C’era una volta un re di Francia che in primavera offriva campanule profumate alle dame di corte, come portafortuna. Il fiore mutato d’aspetto in raro e fecondo rametto era felice di non esserci più tante volte comunque, ma di essere atteso come auspicio di speranza. E anche perché la sua favola si era intrecciata con quella di un re. Ognuna che si rispetti deve averne uno, anche di passaggio.

Di primavera in primavera, ogni primo maggio e solo il primo maggio, in Francia quel fiore è il dono per chi si ama. Visibile per un tempo effimero, trovarlo colma di gioia. Segno fugace di una presenza costante. Esserci una volta per non esserci comunque. Per esserci sempre.

Buon primo maggio…

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