L’Istat ha presentato il Rapporto annuale 2013, fonte autorevole sulla situazione del Paese, che ha il pregio della chiarezza esclusiva dei numeri. Ne propongo alcuni dei più significativi. Sono i dati che determinano le scelte politiche e di governo in Italia, anche se politici e amministratori ne parlano di rado e ancor meno mostrano di averne consapevolezza. In altre parole, si tratta della realtà, definibile — volendo — dura e cinica.

«Nel 2012 l’economia internazionale ha continuato a decelerare, con una crescita del prodotto mondiale del 3,2% contro il 4% del 2011. Pur con modalità e intensità differenti, il rallentamento ha coinvolto tutte le principali aree».

«Nel 2012 il Pil ha segnato una diminuzione del 2,4% in termini reali, dovuta principalmente alla caduta della domanda interna. La domanda estera netta ha tenuto, fornendo un contributo positivo alla crescita dell’attività economica».

Il 2,4% del Pil italiano perso in un anno corrisponde a circa 36 miliardi di euro. Dal 2007 al 2012 l’Italia ha subito una riduzione del prodotto interno lordo di circa 137 miliardi di euro. È una quantità notevole di ricchezza in meno da redistribuire, ovvero venuta a mancare al lavoro, ai servizi, alle famiglie.

Istat, Andamento del Pil in Italia (2008-2012)

«L’unica componente che ha dato un impulso positivo è stata la domanda estera netta (tre punti percentuali), grazie al forte ridimensionamento delle importazioni e all’incremento, seppure contenuto, delle vendite all’estero».

«Il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito del 4,8%. Si tratta di una caduta di intensità eccezionale che giunge dopo un quadriennio caratterizzato da un continuo declino. A questo andamento hanno contribuito soprattutto la forte riduzione del reddito da attività imprenditoriale e l’inasprimento del prelievo fiscale».

«Per far fronte al calo del reddito disponibile, le famiglie hanno ridotto dell’1,6% la spesa corrente per consumi: ciò corrisponde a una flessione del 4,3% dei volumi acquistati, la più forte dall’inizio degli anni Novanta».

«Nel 2012 aumenta al 62,3% il numero di famiglie che hanno adottato strategie di riduzione della quantità e/o qualità dei prodotti alimentari acquistati (quasi nove punti percentuali in più rispetto all’anno precedente)».

«Nel Mezzogiorno sale al 73% la quota di famiglie che riduce la quantità e/o qualità degli acquisti alimentari dal 65,2% del 2011. Al Nord tale strategia coinvolge il 55,5% delle famiglie (con un incremento di quasi 10 punti percentuali), al Centro il 61,8%».

«Rispetto al 2008, nel 2012 sono stati ridimensionati i viaggi di svago e le vacanze brevi (-42,2%). Le destinazioni nazionali hanno registrato una contrazione del 39,4%, quelle estere del 18,2%. Per contenere i costi, chi viaggia preferisce di più un’organizzazione diretta invece che rivolgersi ai servizi delle agenzie di viaggio, che infatti hanno subìto un calo del 46% dei viaggi prenotati».

Istat, Propensione al risparmio delle famiglie (2008-2012)

Il debito pubblico nel 2012 è stato di circa 1.987 miliardi di euro. Gli interessi sul debito sono pari al 5,5% del Pil, quindi a circa 75 miliardi di euro. Dal 2008 al 2012 il debito pubblico è cresciuto di oltre 320 miliardi di euro. Vuol dire che l’Italia continua a indebitarsi senza però risolvere nessuno dei suoi problemi. Una montagna di soldi spesi male, che compromette il futuro degli italiani.

Le uscite al netto degli interessi sul debito sono il 45,6% del Pil, circa 620 miliardi di euro. Di questi, circa 260 per la previdenza, circa 100 per la sanità. Si tratta di ben oltre il 50% della spesa totale. Eppure, in Italia previdenza e sanità non brillano per efficienza.

«L’andamento del mercato del lavoro nel 2012 è stato influenzato dalla persistente flessione dell’attività economica. Al calo relativamente contenuto degli occupati (-0,3% pari a 69 mila unità) è corrisposta una riduzione decisa delle ore di lavoro e un consistente ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni (Cig)».

«Il tasso di disoccupazione, al 9,6% a gennaio 2012, ha toccato l’11,5% a marzo 2013 [circa 7 milioni di italiani, ndr], anche per la consistente riduzione del tasso di inattività. Il tasso di disoccupazione giovanile sale al 35,3% dal 29,3% del 2011, mentre il tasso di disoccupazione di lunga durata (ovvero la quota di persone in cerca di lavoro da più di un anno) raggiunge il 5,6% [circa 3,5 milioni di italiani, ndr] (+1,3 punti percentuali rispetto al 2011)».

«La disoccupazione è aumentata del 30,2% nel 2012 (pari a +636 mila unità; oltre 1 milione in più dal 2008), anche in ragione della riduzione dell’inattività. La quota dei disoccupati meridionali sul totale, diminuita fino al 2011, ha ripreso a crescere e la differenza dei tassi tra Nord e Mezzogiorno nell’ultimo anno si è ampliata di circa 2 punti percentuali. Il tasso di disoccupazione ha superato nel Mezzogiorno il 17%, quasi 10 punti percentuali più che al Nord».

«All’aumento della disoccupazione è corrisposta la riduzione dell’inattività. La crescita della disoccupazione è dovuta in sei casi su dieci ai lavoratori che hanno perso il lavoro e ne cercano uno nuovo, mentre negli altri casi si tratta di persone che prima erano inattive e poi hanno deciso di cercare lavoro, soprattutto donne: nel 2012 esse contribuiscono alla riduzione dell’inattività in sette casi su dieci».

Istat, Numero di occupati (gen 2009-feb 2013)

«Le opportunità di ottenere o conservare un impiego per i giovani si sono significativamente ridotte: tra il 2008 e il 2012 gli occupati 15-29enni sono diminuiti di 727 mila unità (di cui 132 mila unità in meno nell’ultimo anno) e il tasso di occupazione dei 15-29enni è sceso di circa 7 punti percentuali (-1,2 punti nell’ultimo anno) raggiungendo il 32,5%. Nello stesso periodo, il tasso di occupazione dei 30-49enni si è ridotto di 3,1 punti percentuali (-0,8 punti percentuali nel 2012) mentre è aumentato tra i 50-64enni, soprattutto per le donne (+4,0 punti percentuali in media, +5,6 se donne; nel 2012 rispettivamente +1,7 e +2,4 punti percentuali). Nel 2012 il tasso di occupazione è così pari al 72,7% per i 30-49enni, e al 51,3% per i 50-64enni».

«Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 29 anni tra il 2011 e il 2012 è aumentato di quasi 5 punti percentuali, dal 20,5 al 25,2% (dal 31,4 al 37,3% nel Mezzogiorno); dal 2008 l’incremento è di dieci punti. Sono stati relativamente più colpiti i giovani con titolo di studio più basso, in modo particolare quanti hanno al massimo la licenza media (+5,2 punti). Il numero di studenti è rimasto sostanzialmente stabile attorno ai 4 milioni (il 41,5% dei 15-29enni; 3 milioni 849 mila nel 2008)».

«L’Italia ha proseguito il percorso di risanamento dei conti pubblici; l’indebitamento netto in rapporto al Pil è tornato entro la soglia del 3%, dal 3,8 del 2011».

«In Italia e Francia si è registrato il maggior incremento della pressione fiscale, che si è attestata rispettivamente al 44 e al 46,9%, valori superiori alla media dell’area euro e tra i più elevati dell’Unione europea».

L’Istat ha concluso la presentazione del Rapporto 2013 con una consapevolezza: «La conoscenza puntuale e approfondita del presente è la base su cui costruire il Paese che verrà. È questa la prospettiva in cui si collocano le analisi presentate nel Rapporto. Esse vogliono fornire un contribuito all’impegno di progettare un futuro oltre la crisi».

Costruire il futuro invece di subirlo dovrebbe essere l’aspirazione e l’impegno di tutti.

 

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Istat, Rapporto annuale 2013, In pillole
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