C’è stato san Francesco d’Assisi, otto secoli fa, e da allora ci sono i francescani. Non ci sarebbero stati senza Francesco — a volte ritengo utile ribadire ciò che sembra ovvio. Questo, però, non vuol dire che i francescani siano Francesco o anche che siano sempre e comunque i suoi interpreti autentici ed esclusivi. Infatti, la loro storia annovera contrasti tra gruppi, divisioni in diversi ordini, opposizioni a «santa madre Chiesa», nonostante Francesco abbia manifestato ai suoi frati le ultime volontà in tre brevi esortazioni: «in segno di ricordo della mia benedizione e del mio testamento, sempre si amino tra loro, sempre amino ed osservino nostra signora la santa povertà, e sempre siano fedeli e sottomessi ai prelati e a tutti i chierici della santa madre Chiesa».1 Viene da dire: più facile di così. Eppure è successo che lo spirito di parte sia prevalso sulla fraternità, l’odio verso i ricchi sull’amore per la povertà, un sentimento di estraneità alla Chiesa sull’affetto filiale.

Due fatti di oggi mi hanno fatto ripensare al rapporto dei francescani con san Francesco: la beatificazione a Palermo di don Giuseppe Puglisi, ucciso dalla mafia nel 1993, e il funerale a Genova di don Andrea Gallo, morto mercoledì scorso, il 22 maggio.

Don Andrea Gallo (genova.mentelocale.it)Don Gallo si definiva prete di strada, cioè vicino agli ultimi, agli emarginati; alle prostitute e ai pubblicani, per usare termini evangelici. In lui c’era l’aspetto gioioso della Buona Novella, che riguarda soprattutto chi ai propri occhi o agli occhi degli altri sembra perduto. A volte di parere e operato diverso rispetto all’ufficialità della Chiesa, don Andrea Gallo l’ha però sempre considerata con rispetto. Perché la Chiesa è comunità, famiglia, tante persone, e accoglie in sé esperienze diverse che non contrastino, che non dividano. San Paolo direbbe: «4Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; 5vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; 6vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti» (I Cor 12, 4-6). Anche di fronte a questo testo mi vien da dire: più facile di così. Eppure.

Il funerale di don Gallo è stato celebrato dal cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, l’assemblea dei vescovi: un fatto che vale certo più di tante opinioni. L’immagine è senza tempo: il vescovo che accompagna e saluta un suo presbitero defunto. Vuol dire che don Gallo è Chiesa e quindi non è e non può essere opposizione e alternativa a essa. Un solo Spirito, un solo Signore, un solo Dio.

Nelle parole dell’omelia di Bagnasco c’è lo spirito di don Gallo, che è lo spirito della Chiesa: «Don Andrea sapeva che, la sua, era una risposta a coloro che, per motivi diversi, sono percossi dalla vita; una risposta alle tante malattie che tolgono la luce, ma non la voglia di cercare o solo attendere un sorriso e una carezza. Sapeva che era la ‘sua’ risposta, e non pretendeva che fosse di tutti, perché la fantasia del bene è grande, ed è percorsa con generoso sacrificio da molti. Nei non rari incontri con i suoi Arcivescovi — anche con me — se ne parlava con schiettezza e rispetto, com’è doveroso e giusto».2

Don Giuseppe Puglisi (diocesipa.it)Don Pino Puglisi, proclamato oggi beato a Palermo, è il primo martire della Chiesa cattolica ucciso dalla mafia. Il martirio è testimonianza, la testimonianza più alta della fede nel Cristo. Don Puglisi è martire della Chiesa palermitana, che dunque è santa. La stessa Chiesa sospettata e accusata negli anni di omertà e di collusione con la mafia. La fede nel Cristo è la fede nel giusto che salva. Uno, per dire che è possibile, per indicare la via percorrendola, per agire più che parlare, per essere testimone, fino a dare la vita stessa. Martire, appunto, della fede. Ha detto il cardinale Romeo, arcivescovo di Palermo, nell’omelia: «In odio a questa fede compiuta nella carità, che si faceva missione nel territorio, la mafia tanto devota a parole uccise don Pino. Oggi rendiamo grazie al Signore perché il suo martirio conferma la verità della Parola di Dio: “Se uno dice: ‘Io amo Dio’ e odia suo fratello, è un bugiardo”. La verità è che i mafiosi, che spesso pure si dicono e si mostrano credenti, muovono meccanismi di sopraffazione e di ingiustizia, di rancore e di odio, di violenza e di morte».3

La mafia avrà avuto silenzi e complicità anche nella Chiesa, ma la stessa Chiesa gli ha opposto don Pino Puglisi, che nel quartiere Brancaccio di Palermo ha vissuto la carità del Padre nostro verso i piccoli e gli esclusi come alternativa radicale al potere di Cosa nostra. E ha vinto, per tutti. Oggi è beato, cioè è indicato ai credenti come modello da imitare. Don Puglisi, il beato don Giuseppe Puglisi è Chiesa e quindi non può essere brandito in opposizione a essa. Anche a Palermo, come a Genova, un solo Spirito, un solo Signore, un solo Dio.

 

1 Fonti Francescane, 132-135
2 A. Bagnasco, Omelia dei funerali di don Andrea Gallo, in «diocesi.genova.it», 25 maggio 2013
3 P. Romeo, Omelia della beatificazione di don Giuseppe Puglisi, in «diocesipa.it», 25 maggio 2013

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3 commenti

  1. Mi viene da considerare: Ma perché l’unità della chiesa si evidenzia solo in forma postuma rispetto alle grandi personalità e ai grandi uomini di fede che, e comunque, segnano il passo? Forse perché è più semplice la gestione e la manipolazione dei loro pensieri e del loro operato?
    In parole più “volgari”: a proprio uso e consumo.

    • Don Puglisi e don Gallo sono sempre stati nella Chiesa, cioè la Chiesa non li ha mai considerati estranei (in altri tempi avremmo detto eretici). L’unità non è mai stata in discussione. La questione è che figure come le loro sono utilizzate «a proprio uso e consumo» da chi si oppone alla Chiesa. Chi cerca argomenti contro la Chiesa strumentalizza i don Puglisi e i don Gallo, mostrandoli come estranei, come eretici.
      Il punto è che la Chiesa terrena è comunità di peccatori in cammino di conversione, non di santi arrivati alla meta della redenzione. Certo, ci sono anche alcuni santi, testimoni che indicano una via possibile. Pretendere, però, che lo siano tutti allo stesso modo, vuol dire strumentalizzare la santità. A ciascun credente, invece, spetta la scelta di incamminarsi lungo quella via, consapevole di essere parte di quel cammino comune di conversione.

  2. Un solo particolare stona nella figura di (don?) Gallo: non avrebbe mai dovuto fare il sacerdote! Non avendone nessuna vocazione, poteva fare un qualunque mestiere (avendone voglia) e magari tesserarsi con Rifondazione Comunista e poi, magari, fare il capopopolo, come ha sempre fatto! Narciso, volgare e miscredente com’era, non avrebbe profanato la talare che (vezzosamente) amava indossare…

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