I 55 giorni che hanno cambiato l'ItaliaÈ uscito il 9 maggio il libro di Ferdinando Imposimato I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia. Perché Aldo Moro doveva morire? La storia vera. Dopo due settimane è già alla quarta edizione. Il volume odora di stampa fresca e ciò rende la lettura ancora più piacevole, come sanno bene i bibliofili. Il 9 maggio è l’anniversario dell’assassinio di Moro e del ritrovamento del cadavere nella Renault rossa in Via Caetani. Quest’anno è stato il trentacinquesimo.

Moro è un crocevia dell’Italia contemporanea. Lo è la sua vicenda politica trentennale e lo è il suo epilogo tragico. Moro è l’incarnazione dei tentativi di costruire il nuovo, dei successi parziali ottenuti, dei contrasti per impedirlo o condizionarlo, delle sconfitte subite. Nuovo inteso come processo sociale e politico che avanza, che deve essere seguito e indirizzato. Nuovo come sviluppo lineare, piuttosto che nell’accezione italiana di moto circolare, il movimento che riporta sempre al punto di partenza. Inesorabilmente.

Gli antichi greci hanno creato la tragedia come veicolo raffinato di purificazione collettiva. Mettere in scena e quindi rendere pubblica la questione dolente; immergersi in essa fino al limite del soffocamento; comprensione in forma di sentimento e moto interiore che diventa infine comprensione. C’è ancora un movimento, esso però conduce in un oltre che presuppone e chiede progetto, costruzione, nuovo. Il soggetto purificato non è più lo stesso di prima.

Moro prigioniero delle BR (fotographiaonline.it)La questione dolente della tragica morte di Aldo Moro pesa sulle sorti italiane da trentacinque anni. Il rapimento dello statista democristiano e il suo assassinio sono diventati da subito un caso. Tanti i punti oscuri della vicenda, una la versione ufficiale: Moro è stato rapito e ucciso dalle Brigate Rosse, lo Stato si è attestato sulla linea della fermezza, negando ogni soluzione diversa dalla resa dei terroristi senza condizioni.

La morte di Moro ha ingabbiato i «tempi nuovi» di cui lo statista aveva parlato nel 1968, che si annunciavano e avanzavano «in fretta come non mai». Tempi nuovi che altro non erano se non il futuro dell’Italia. Ho citato il brano nel Frontespizio del sito, perché secolnovo.it è ispirato al pensiero e all’azione di Moro e perché considero la morte dello statista il segno e il sigillo in Italia di una cinica svolta conservatrice.

Per tutto questo, era attesa la ricostruzione dei fatti che Imposimato espone nel suo ultimo libro. L’immersione collettiva nella questione dolente, fin quasi a lasciarsene soffocare, per capire e poter decidere, finalmente, di andare oltre.

Ferdinando Imposimato (Archivio ANSA)Ferdinando Imposimato è stato giudice istruttore nei processi per il rapimento e l’uccisione di Moro. In seguito, non più da magistrato, ha continuato le ricerche, perché convinto che il caso non fosse chiuso dalla versione dei fatti raggiunta in tribunale. Con I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia egli raccoglie i frutti maturi di un impegno durato decenni. Tra essi c’è un aspetto metodologico fondamentale:

«Il problema della ricerca della verità, nelle inchieste su grandi delitti politici che attengono alla storia dell’umanità, come l’assassinio di J.F. Kennedy, l’omicidio di Aldo Moro, sta tutto qui. Nella capacità di selezionare una prova o più prove o indizi tra molti altri, partendo dal dato dell’errore possibile dei testimoni e degli imputati. Ma anche dall’esistenza e dalla possibilità di avvenimenti che vanno ben oltre la nostra capacità di immaginazione e di conoscenza».

Imposimato descrive il contesto internazionale del rapimento e dell’uccisione di Moro e in esso espone in dettaglio fatti inediti accaduti nei 55 giorni in cui lo statista fu nelle mani delle Brigate Rosse. Li apprende da fonti dirette finora silenziose, che egli valuta criticamente, e attraverso documenti inediti che pubblica.

Il fatto centrale è che «alcune persone ai vertici supremi dello Stato e dell’esercito conoscevano la prigione di Moro in via Montalcini fin dai primi giorni dopo la strage di via Fani». Il luogo della prigionia di Moro fu presidiato e posto sotto stretta osservazione dai servizi, per una parte dei 55 giorni del rapimento e «molti uomini delle istituzioni, come Dalla Chiesa e Pasquale Schiavone [responsabile dei NOCS], conoscendo il luogo in cui era tenuto l’ostaggio, volevano salvarlo a tutti i costi con un intervento militare». Invece, l’8 maggio 1978, il giorno prima dell’uccisione di Moro, ai militari in via Montalcini fu dato l’ordine di abbandonare la posizione.

Le fonti di Imposimato sono un brigadiere della Guardia di Finanza, nome in codice Archimede; un ufficiale dell’esercito, uomo di Gladio, nome in codice Sapienza; un carabiniere. Il brigadiere ha rilasciato una deposizione al pubblico ministero di Novara Francesco Saluzzo nel 2008.

OP del 17 ottobre 1978, pp. 62-63 (pdf)Del mancato intervento militare per liberare Moro aveva scritto il giornalista Mino Pecorelli, nel numero della rivista «OP» del 17 ottobre 1978. La questione era stata posta in forma di lettera al direttore, pubblicata senza il nome dell’autore. Pecorelli è stato ucciso a Roma in Piazza delle Cinque Lune il 20 marzo 1979. Nell’audizione del 15 dicembre 1993 in Commissione Stragi, Francesco Cossiga ha dichiarato polemicamente «che le Brigate Rosse, al di là della loro volontà, un successo lo hanno ottenuto perché se, salvo la memoria, viene portato come testimone un fiero mascalzone quale era notoriamente Pecorelli, vuol dire che i risultati di quella azione destabilizzante ancora perdurano».

La questione Moro fu seguita e gestita dal NASCO G15. La G è l’iniziale di Gladio, la struttura segreta armata di civili e militari Stay Behind (stare indietro), creata nel 1956 con un accordo tra i servizi italiani e la CIA. Sullo sfondo la NATO, come fine l’anticomunismo. NASCO è il nome convenzionale dei depositi segreti di armi dislocati sul territorio italiano e dei relativi gruppi di gladiatori. Ha scritto Montanelli: «Il nome non era molto indovinato: proprio il gladio era stato adottato dalla Repubblica di Salò per sostituire le stellette. Chi lo riesumò aveva la memoria troppo corta. O troppo lunga».1 NASCO G15 «era stato istituito da Cossiga agli inizi del 1978 come “struttura autonoma e alle dirette dipendenze del Ministero dell’Interno”». Guida militare era il generale Pietro Musumeci (tessera P2 487).

Verrebbe da pensare che i gladiatori anticomunisti nella primavera del 1978 si mossero contro le Brigate Rosse. Invece, nel sistema di valori, di interessi e di strategie che aveva prodotto Gladio, il pericolo era Aldo Moro. Perché statista del cambiamento sostanziale degli equilibri politici italiani: Moro era impegnato ad allargare la base di partecipazione democratica al governo del Paese. Lavorava per la democrazia dell’alternanza, per superare lo schema italiano in cui la DC era alternativa a sé stessa, con le degenerazioni della politica che ciò causava e che Moro aveva visto e intravisto chiaramente. In altre parole, Moro avrebbe portato i comunisti al governo. Per la NATO, per la CIA, per Gladio e per la P2 ciò non doveva accadere.

«La signora Eleonora Moro disse che il marito, al ritorno dagli USA [nel 1974], le aveva confidato di essere stato minacciato con questa frase: “Onorevole Moro, lei deve smettere di perseguire il suo disegno politico per portare tutte le forze del suo Paese a collaborare direttamente. Qui o lei la smette di fare questa cosa o lei la pagherà cara. Veda lei come la vuole intendere”. Moro non aveva rivelato alla moglie il nome della persona».

Moro e Kissinger nel 1974 (AP Photo su ilpost.it)In occasione dello stesso viaggio di Moro negli Stati Uniti, una settimana prima il presidente Gerald Ford «ammise ufficialmente che il governo americano era intervenuto in Cile, tra il 1970 e il 1973, per sostenere il colpo di Stato di Augusto Pinochet contro il presidente legittimo Salvator Allende, aggiungendo che gli USA avevano fatto semplicemente ciò che “gli USA fanno per difendere i loro interessi all’estero”». Tre giorni dopo l’arrivo della delegazione italiana, Henry Kissinger aggiunse: «Ci rimproverate per il Cile. Ci rimproverereste ancora più duramente se non facessimo nulla per impedire l’arrivo dei comunisti al potere in Italia o in altri Paesi dell’occidente europeo». Colpisce che nel comunicato numero 1 delle Brigate Rosse, del 16 marzo 1978, Aldo Moro sia stato definito: «il padrino politico e l’esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste».2

Secondo la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia P2, presieduta da Tina Anselmi, nel 1962 venne in Italia

«Frank Gigliotti, agente della CIA e massone, … e prese contatti con la Loggia di Piazza del Gesù e con Licio Gelli, proponendo l’unificazione della massoneria italiana. In cambio chiese una serie di impegni di carattere politico, tra cui il contrasto all’elezione di Kennedy a presidente USA del 1964. … Furono quelli i momenti fondamentali che segnarono la nascita di quell’intreccio tra massoneria, P2, eversione nera e mafia sotto il controllo degli affiliati d’oltreoceano e della CIA. Quell’accordo vide l’inizio dell’uso della massoneria di Palazzo Giustiniani, da parte dell’Agenzia, nella guerra segreta contro il comunismo. Con tutti i mezzi possibili, comprese le stragi e gli attentati individuali. … Gelli non era un semplice massone, ma apparteneva ai servizi segreti italiani e ne fu il vertice, e al tempo stesso fu espressione dell’influenza che la massoneria americana e la CIA esercitarono sulla Loggia di Palazzo Giustiniani».

Il 14 e 15 marzo 1978, giorni precedenti il rapimento e l’eccidio della scorta, sul «Corriere della Sera» Aldo Moro fu associato allo scandalo Lockheed, ovvero al pagamento di una tangente di un milione di dollari in occasione della vendita all’Italia di diciotto aerei militari. A incassare la tangente, pagata dall’azienda produttrice degli aerei, la Lockheed, sarebbe stato un uomo di governo italiano dal nome in codice Antelope Cobler. Il giorno prima del rapimento, il «Corriere» pubblicò che Cobler era Moro.

Aveva tramato contro lo statista DC per comprometterne l’immagine «Randolph Stone, collaboratore di Henry Kissinger, iscritto alla Loggia massonica P2, (tessera 899), capo della stazione CIA a Roma». Questo alla vigilia dell’azione brigatista in via Fani.

Coincidenza o qualcuno sapeva del rapimento di Moro pianificato dalle BR? Imposimato trovò la risposta a Parigi, alcuni anni dopo i fatti. Un funzionario dei servizi segreti francesi mostrò a lui e al giudice Rosario Priore un appunto: «12 febbraio 1978. Le Brigate Rosse attueranno nei prossimi giorni il sequestro di Aldo Moro».

Ministero della Difesa, 2 marzo 1978 (pdf)Non solo in Francia sapevano. Il 6 marzo 1978 un militare della marina italiana, uomo di Gladio, si imbarcò da La Spezia alla volta di Beirut, con l’ordine di consegnare una busta sigillata. Lo fece il 10 o 11 marzo. Trasgredendo gli ordini, il militare aveva aperto il plico e letto il documento contenuto, che recava la data del 2 marzo 1978. Il destinatario ultimo era un colonnello, l’agente G216. Gli si chiedeva di cercare contatti «con gruppi del terrorismo [mediorientale] al fine di ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell’onorevole Aldo Moro». Il rapimento di Moro, però, sarebbe avvenuto solo alcuni giorni dopo, il 16 marzo 1978. Il documento ordinava la «distruzione immediata», ma fu conservato e Imposimato ha potuto pubblicarlo.

Dunque, lo Stato sapeva del progetto delle BR di rapire Moro. Ora, la domanda è ovvia: perché non ha fatto nulla per evitarlo? Forse perché ignorava gli esecutori, il luogo e la data certi. Oppure sapeva tutto e il documento consegnato a Beirut è stato solo una finzione, un alibi per mostrare, in caso di bisogno, un impegno a favore dello statista democristiano, che in realtà non ci fu.

Rapito Moro e condotto in via Montalcini 8 interno 1, fu avviata l’operazione militare di presidio e controllo del luogo della prigionia, il fatto centrale della ricostruzione di Imposimato, rivelatogli da un brigadiere della Guardia di Finanza (Archimede); da un ufficiale dell’esercito, uomo di Gladio (Sapienza); da un carabiniere.

La strategia di Pieczenik (pdf)Nel pomeriggio del 16 marzo 1978, a poche ore dal rapimento, il ministro dell’Interno Francesco Cossiga costituì «un “comitato di crisi” di esperti, italiani e non, con il compito di dirigere le operazioni di liberazione dell’ostaggio. Ne facevano parte, tra gli altri, il sottosegretario Nicola Lettieri, il criminologo Franco Ferracuti [tessera P2 2137], Stefano Silvestri, esperto di strategie, Steve Pieczenik, del dipartimento di Stato americano, già consigliere di Kissinger». Ancora: Giuseppe Santovito, capo del SISMI (tessera 1630); Giovanni Torrisi, capo di Stato Maggiore della Marina (631), Pietro Musumeci, vice capo del SISMI (487). Alle riunioni del comitato partecipò anche Licio Gelli, col nome di Luciano Luciani, come egli stesso ha confermato personalmente a Imposimato nel 2008. Le ipotesi di gestione della crisi furono predisposte per il comitato da Pieczenik, come risulta dal documento pubblicato da Imposimato. Il governo avrebbe dovuto ottenere la piena collaborazione della famiglia Moro, in caso contrario era necessario porre la famiglia stessa «sotto sorveglianza». Bisognava sminuire l’importanza di Moro e dimostrare che i suoi scritti dalla prigionia non erano attendibili, perché sottoposto a «lavaggio del cervello».

Comunicato delle BR (ANSA.it)Il 5 maggio 1978 è la data del comunicato numero 9 delle Brigate Rosse: «Compagni, la battaglia iniziata il 16 marzo con la cattura di Aldo Moro è arrivata alla sua conclusione. Dopo l’interrogatorio ed il Processo Popolare al quale è stato sottoposto, il Presidente della Democrazia Cristiana è stato condannato a morte. … L’unico linguaggio che i servi dell’imperialismo hanno dimostrato di saper intendere è quello delle armi, ed è con questo che il proletariato sta imparando a parlare. Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato. Portare l’attacco allo stato imperialista delle multinazionai!».3

L’8 maggio, a ventiquattro ore dall’uccisione di Moro, i militari che presidiavano via Montalcini per sorvegliare il luogo della prigionia, pronti all’irruzione che avrebbe liberato l’ostaggio, ebbero l’ordine di smobilitare.

Aldo Moro e Francesco Cossiga (romanoprodi.it)Il quadro è chiaro. Credo in modo definitivo. È facile pensare che si aggiungeranno in futuro altri dettagli, ora che Imposimato è stato messo in condizione di ricostruire la vicenda dolente per come si è svolta. Il caso Moro è stato un intreccio di equilibri, di interessi, di politica, internazionali e nazionali. I soggetti in azione sono stati tanti. Lo stesso Cossiga lo dice nell’intervista pubblicata su «La Stampa» il 30 novembre 1993, rilasciata a Dario Cresto-Dina. «Ascolti me — rivolto al giornalista. Il punto fondamentale di tutta questa storia è un altro. È politico». L’ex presidente della Repubblica, come sempre, dice e non dice, ma mostra anche difficoltà di fronte alle domande. Infine confessa un certo rimorso e riconosce che Moro aveva un’idea di Stato diversa dalla sua. Quindi, se liberato, avrebbero potuto non capirsi più, non riconciliarsi. Non che Moro sia stato lasciato uccidere per questo, ma nelle parole di Cossiga c’è più di quanto la lettera non dica.

La Stampa del 30 novembre 1993 (pdf) La Stampa dell'1 dicembre 1993 (pdf)

I soggetti in azione nel caso Moro sono stati diversi, e molti sono ormai defunti, il punto fondamentale è politico. La questione è che tanti degli attori erano occulti. Il rapimento e la morte di Aldo Moro hanno mostrato con grande evidenza un livello di potere, di controllo e di decisione che non è visibile, quindi, secondo la lezione di Bobbio,4 non è democratico.

Trentacinque anni fa così è stato. E oggi? Ora la domanda deve essere questa. Quel livello, quei soggetti, quegli organismi si sono dissolti? Quel potere esiste ancora? È passato in altre mani? È ancora nascosto o è diventato visibile e quindi democratico? Il caso Moro è ormai materia per gli storici, le risposte a queste domande sono la sostanza di uno Stato di diritto, di una Repubblica.

 

1 I. Montanelli – M. Cervi, L’Italia degli anni di piombo (1965-1978), Rizzoli, Milano 1991, p. 49
2 Progetto Memoria, Le parole scritte, Sensibili alle foglie, Roma 1996, p. 111; anche in «brigaterosse.org»
3 Ibidem, pp. 127, 129; anche in «brigaterosse.org»
4 Bobbio, domande sulla democrazia, 13 gennaio 2012

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5 commenti

  1. Francesco Germano

    In quei giorni è morta la speranza di essere una Repubblica democratica. La sudditanza verso l’America ha vinto sulla Costituzione, su Mazzini, sulla storia per la quale eravamo Stato indipendente, Repubblica democratica. Ma la storia era anche quella di uno Stato che aveva perso la guerra, che era stato salvato dagli americani, che era sotto dominio. Viene da chiedersi se sia mai saggio e giusto procedere a dispetto dei rapporti di forza imposti dalla storia. Mazzini e Moro l’hanno fatto, gli ideali, i principi erano giusti, l’obiettivo più grande degli attori. Tant’è che la loro stessa vita non è bastata a vedere i frutti della propria azione. Sarebbe tanto se le generazioni successive potessero beneficiare di quei frutti. E qui la storia diventa ancora più deludente…

    • A distanza di tanti anni, quei fatti mostrano lo Stato e non pezzi di Stato, più o meno deviati. È la consapevolezza da cui partire se la tragedia di Moro deve purificare.
      La questione «se sia mai saggio e giusto procedere a dispetto dei rapporti di forza imposti dalla storia» è uno spunto di riflessione e di discussione.
      Costruire un’alternativa alla storia, o anche nella storia, presuppone la conoscenza della storia stessa e la prudenza necessaria a evitare lo sbaraglio. È la differenza sottile tra ideale e illusione.
      Chi semina non raccoglie, ma se non ci fosse la semina…
      Aldo Moro ha seminato ed è quello il Moro vivo a cui molti siamo legati.

      • Francesco Germano

        Il fatto è che i frutti della semina, preziosissima, di Aldo Moro proprio non riescono neanche ad affiorare, né vediamo la possibilità che ciò possa accadere in futuro. Sembra piuttosto vero che al peggio non c’è fine, e in questa direzione addio semina e addio frutti. Oggi come oggi, nella differenza sottile tra ideale ed illusione, l’azione di Moro può benissimo essere interpretata come frutto di un’illusione, visto anche come è stato isolato quando era ancora in vita e come, dopo di lui, il cinismo si è imposto nella vita del Paese. Concordo o comunque ritengo che il 1978 sia stato un anno cruciale per il destino del Paese, il momento in cui era ancora possibile affrancarsi dalla sudditanza impostaci dagli esiti della seconda guerra mondiale ed imboccare una via autonoma di sviluppo e crescita condotta secondo valori solidi. In quei mesi fatidici si è combattuta l’ultima battaglia della guerra. Ed ha vinto il cinismo.

  2. Francesco Germano

    La cosa triste è che se oggi incontrassi un Aldo Moro giovanissimo molto probabilmente gli consiglierei di stare lontano dalla politica. Sebbene Aldo Moro sia per molti, anche per me, modello di altissimo eroismo civile, come potremmo volere mai il sacrificio di una vita sapendo sin dall’inizio che il cinismo ne distruggerebbe inesorabilmente ogni affermazione e ogni conquista? Non è forse meglio che il male sia distrutto da altro male e che il bene ne stia lontano? La buona semina ha maggiore probabilità di raccolto se spesa in un grande campo di erba cattiva o in un piccolo orticello buono? C’è ancora qualcuno in terra capace di separare il grano dalla gramigna? Bisogna per forza sottoporsi sempre alla prova del bene contro il male? Pensare questo è solo rinuncia o è una forma diversa di cinismo?

  3. Sarei sorpreso se avessero dato un premio a Giovanni Ladu.
    G. Longo, Caso Moro, ex sottufficiale Gdf indagato per calunnia, in «La Stampa.it», 5 novembre 2013

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