Le elezioni politiche di fine febbraio e, dopo meno di due mesi, l’elezione del presidente della Repubblica hanno mostrato in modo evidente la crisi profonda dei partiti italiani. Rieletto Napolitano al Quirinale e formato il governo delle larghe intese di Enrico Letta, la politica italiana ha iniziato a fare melina. O meglio: il bis di Napolitano e il governo Letta sono già melina politica, di cui vedremo la natura. Dal punto di vista dei partiti, e quindi del sistema di cui essi sono la struttura, è utile prendere tempo.

Il Pd rimane l’ultimo esemplare di partito novecentesco, cioè l’ultimo soggetto politico a essere organizzato sul territorio in sezioni o circoli, con rappresentanti e responsabili locali, ai vari livelli, di cui la direzione nazionale dovrebbe essere la sintesi. Dovrebbe. In realtà accade che ci sia una contrapposizione tra i militanti e il vertice, tra l’apparato di partito e la base degli iscritti o anche solo dei simpatizzanti. Lo ha mostrato chiaramente l’esito delle elezioni politiche: il Pd ha perso tre milioni e mezzo di voti. Tendenza confermata alle recenti amministrative, pur avendo eletto sindaci nelle maggiori città al voto, tra cui Roma. Il Pd vince perché perde meno voti degli altri. Insomma, prevale in una sfida a chi fa meno passi indietro.

Segretario del Pd è Guglielmo Epifani, eletto dopo le dimissioni di Bersani. Ha il compito di condurre il partito al congresso, che dovrebbe tenersi entro l’anno, forse a novembre. La stessa (non)scelta di Epifani, che fa rima con Bersani, è un passaggio laterale, un frammento della melina politica in corso. Un cambio di nome, nient’altro. Intanto si guadagnano mesi.

Enrico Letta (europaquotidiano.it)Al congresso il Pd dovrebbe decidere finalmente se accogliere la direzione politica di Matteo Renzi o rifiutarla definitivamente. Direzione intesa non tanto come segreteria del partito, ma come indicazione del prossimo candidato premier del centrosinistra. Il dibattito è in corso, in modo più o meno pubblico. Sappiamo che Renzi ha ricevuto D’Alema a palazzo Vecchio e gli ha offerto un caffé e che, successivamente, a Roma, ha mangiato con Enrico Letta una schiacciatina. D’Alema e Letta, però, non è detto che si muovano nella stessa direzione. Se il Massimo è andato a Canossa, voglio dire a Firenze, può averlo fatto per creare ostacoli all’attuale premier.

La melina del Pd, tra un caffé e una schiacciatina, serve a trovare il giusto equilibrio tra la sinistra conservatrice del sindacalismo, dello statalismo, dell’ideologismo e una sinistra progressista, più ragionevole, incline al realismo, consapevole che essere immobili, mentre tutto cambia o è già cambiato, vuol dire estinguersi. Nella sostanza, è il seguito del confronto tra Bersani e Renzi alle primarie di coalizione dell’autunno 2012. Quei temi sono gli stessi del dibattito in corso. Devo aggiungere che la sinistra progressista è intesa anche come centro, in particolare da chi ritiene sinistra solo la parte che tiene le posizioni ideologiche del passato. Questo, in una eventuale resa dei conti finale, potrebbe anche dividere il Pd nelle due componenti che hanno tentato di far nascere un nuovo soggetto politico unitario, fino a oggi invano — ex comunisti e cattolici democratici, la sinistra della Democrazia Cristiana, il centro di una volta, appunto. Massimo Cacciari auspica la divisione.1

C’è poi il Pdl, che alle elezioni politiche ha perso oltre sei milioni di voti e alle recenti amministrative ha perso Roma e tutte le maggiori città in cui si è votato. I risultati del centrodestra dicono Berlusconi ancora capace di determinare un buon risultato a livello nazionale, ma anche l’incapacità degli altri esponenti del partito di vincere senza Berlusconi. Si tratta del declino naturale di un soggetto politico nato intorno a un capo carismatico, senza il quale o tramontando il quale non esiste più. La questione è che il berlusconismo ha raccolto e unificato la destra italiana e la destra della DC, il centro che fu, svuotandole però di contenuti diversi da quelli dettati dal carisma o dalle opportunità del capo. Vuol dire che in Italia la destra non ha molto spazio nel breve periodo, perché deve rinnovarsi. E che il centro lo spazio può averlo se trova nuove figure guida.

Uno dei significati politici di maggior rilievo del governo di Enrico Letta è che gli eredi della destra DC sono tornati ai ministeri senza Berlusconi premier. È la prima volta che accade dopo vent’anni. La durata del governo Letta può essere una condizione per gestire le sorti del centro dopo Berlusconi. La melina del Pd e quella del Pdl mi sembra possano avvantaggiarsi reciprocamente, loro malgrado.

Pd e Pdl hanno interesse a prendere tempo anche per un’altra ragione: far perdere consensi al Movimento 5 Stelle. I sanculotti di Beppe Grillo hanno preso la Bastiglia-parlamento, ma sono in difficoltà nel far seguire a tale risultato storico azioni rivoluzionarie vere e proprie. I partiti tradizionali pensano che i quasi nove milioni di voti avuti dai 5 Stelle siano il sintomo del disagio economico e politico che vive l’Italia. Secondo loro, riducendo in qualche modo la causa, anche l’effetto perderà forza.

Massimo D'Alema (news.panorama.it)L’atteggiamento dei partiti tradizionali verso il Movimento 5 Stelle è in parte quello di un ancien régime impegnato a difendersi in ogni modo dagli attacchi dei sanculotti. C’è anche, però, chi utilizza i 5 Stelle come occasione per affermare la necessità di riforme, in discussione da decenni e mai attuate. C’è chi fa l’una cosa e l’altra ed è il governo presieduto da Enrico Letta. Altrimenti che larghe intese sarebbero? Larghe e ampie ben oltre i partiti che le hanno siglate. Inutile dire che tali dinamiche, così come le condizioni interne del Pd e del Pdl, chiedono tempo. E infine potrebbe accadere pure che, in un confronto tutto toscano, Letta sottragga spazio a Renzi, con una sorta di restaurazione illuminata. Per Il sindaco si rivelerebbe presagio nefasto la schiacciatina. Dunque, tanti processi in atto nell’Italia stancamente avviata verso le vacanze estive.

A questo punto, però, la melina politica diventa sinonimo di dibattito riservato e di evoluzione in bozzolo. Serve sempre a prendere tempo, ma non perché passi in attesa di un fischio finale, bensì per costruire ciò che sarà a breve e che aspira a essere nel medio e lungo termine. Insomma, questa melina porterà la palla in rete, ma ancora non è ben chiaro in quale e come. Vuol dire che la partita merita di essere seguita più che mai, perché la questione in Italia non è l’assenza di azione politica, ma la sua scarsa visibilità.

 

1 M. Cacciari, Pd, se si scioglie è meglio, in «l’Espresso.it», 26 aprile 2013

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