++ RUBY: BERLUSCONI CONDANNATO A 7 ANNI ++Non ho alcuna stima per Silvio Berlusconi, da prima che fondasse un partito e si desse alla politica di mestiere. Eppure, la sentenza del tribunale di Milano che ha concluso il primo grado del processo sul caso Ruby mi imbarazza, fin quasi a irritarmi. Berlusconi è stato condannato a sette anni di carcere «per concussione per costrizione e prostituzione minorile», con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.1

Nei giorni immediatamente successivi alla sentenza si evocano le due Italie, cioè l’indole tipica della società italiana a dividersi in fazioni, l’inclinazione nazionale al dualismo radicale: dagli Orazi e Curiazi ai guelfi e ghibellini, fino ai fascisti e antifascisti, ai coppiani e bartaliani, agli odierni berlusconiani e antiberlusconiani. Sempre con reciproca, aspra e ovvia delegittimazione, affermata in ultima analisi sul piano etico. C’è un buon volume di saggi sul tema, curato da Loreto Di Nucci ed Ernesto Galli della Loggia, Due nazioni. Legittimazione e delegittimazione nella storia dell’Italia contemporanea.

A me, tuttavia, non è questo aspetto storico, sociale e antropologico che la sentenza di Milano del 24 giugno ha richiamato alla mente. Piuttosto l’ipocrisia italiana che condanna ed espelle una parte, mentre di fatto assolve e tiene il tutto. Cito i casi più recenti. Craxi è morto in esilio perché colpito da sentenze giudiziarie e dal biasimo di una parte considerevole di italiani. Tuttavia, il sistema di tangenti di cui egli è stato indicato come il principe è ancora oggi ben solido. Andreotti è stato processato per associazione mafiosa, con sentenza di prescrizione fino al 1980 e di assoluzione per gli anni successivi. Domanda: per questo sono stati recisi di netto i legami tra mafia e politica, tra mafia e Stato?

Eppure, sia l’esilio di Craxi che il processo ad Andreotti sono stati presentati, e continuano a esserlo, come due vittorie dello Stato. A guardar bene, però, si tratta al massimo delle vittorie di una fazione sull’altra. Lo Stato non vince perché non compete. Nelle più gravi questioni italiane lo Stato non è gioco, perché è il campo stesso della sfida o, peggio, il trofeo in palio. Chi vince ha il potere. Insomma, è sempre una guerra tra bande per il controllo del territorio. Come potrebbe vincere il territorio?

Nei confronti del biasimevole Berlusconi accade qualcosa di analogo, da quasi vent’anni.

La condanna del tribunale di Milano non ha un presupposto culturale nel Paese. È mai iniziato in Italia un dibattito serio sul berlusconismo? Perché molti milioni di italiani votano Berlusconi? Si tratta di un’affermazione culturale prima che politica ed elettorale. Perché cultura non è solo ciò che è ritenuto degno di esserlo. Ecco che una prima definizione del berlusconismo può essere dare rappresentanza a un certo modo di essere, biasimevole quanto si vuole, ma largamente diffuso nella società italiana: accomodante, libertino, egoista, opportunista, dissimulatore, fino ai confini della legalità e oltre.

Di tal modo di essere Berlusconi non è la causa, ma un effetto.

Il berlusconismo è anche la televisione commerciale più sfrenata, che in trent’anni ha inciso profondamente nella società italiana. In due sensi soprattutto: affermando in modo eccessivo e distorto l’aspetto e l’apparenza e rappresentando tutto come merce. Una delle conseguenze è stata trasformare i telespettatori in clienti e in aspiranti personaggi dello spettacolo televisivo. Il film Videocracy, di Erik Gandini, del 2009, ne è una rappresentazione compiuta. Come lo è l’altro film, del 2012, Girlfriend in a Coma, di Annalisa Piras e Bill Emmott. Non è un caso che le due opere sono produzioni estere e hanno avuto difficoltà a uscire in Italia.

La commercializzazione, la spettacolarizzazione e la banalizzazione di ogni cosa hanno indotto a ritenere il successo televisivo l’occasione alla portata di tutti per affermarsi e diventare ricchi senza troppa fatica. Questa tendenza culturale — insisto, di ciò si tratta — ha prodotto l’informazione avanspettacolo, i reality show e i talent show, emblemi di una certa Italia, l’Italia berlusconiana. Ora, porre così la questione in genere è tacciato di ottusità, di passatismo, di moralismo.

Rifiutare tale ragionamento, però, deve implicare il rifiuto dell’impianto accusatorio del processo Ruby, perché sono espressioni della stessa realtà. Se sul processo e la sentenza non si può eccepire, allora si deve porre con forza anche la questione culturale. Soprattutto da parte della sinistra salottiera e farisea, che affetta tolleranza, garantismo e progressismo sui giornali e in televisione, ma brandisce il dogma dell’antiberlusconismo giudiziario per togliere dalla scena l’uomo che ha subito nettamente sul piano culturale e di cui per vent’anni non è riuscita a liberarsi.

 

1 Ruby: Berlusconi condannato a 7 anni, in «ANSA.it», 24 giugno 2013

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2 commenti

  1. Il problema sono i berlusconiani, quel quasi 30% di italiani che lo ha votato e si identifica in lui…

  2. E come porla questa ‘questione culturale’? E a chi? Dove tornare a proporla?
    Io ci credo nel fatto che il solo porsi una questione culturale, chiude le porte alla banalizzazione, commercializzazione e mercificazione dell’umanesimo. Ma della immensa ‘questione culturale’ bisognerebbe esserne prima di tutto al servizio, sin dalle sedi ad essa naturalmente dedicate, cioè i luoghi di formazione intellettuale e, quindi, umana, i luoghi della riflessione seria e della consapevole ricerca della verità. La realtà italiana ha da decenni ‘castizzato’ anche alta formazione, ricerca e insegnamento. Anche (soprattutto?) in scuole e università tutto si regge su un’assegnazione di poltrone a soggetti spesso mediocri sotto diversi aspetti. E la tendenza, nonostante il contemporaneo scartafascio italiano, non cambia di nulla. Questo, mi pare, profila una prospettiva ancora più triste della situazione attuale.

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