Due nuove operazioni antimafia sono state condotte in Calabria nelle ultime settimane. I carabinieri hanno arrestato, tra Scalea e Lamezia, oltre cento persone, variamente coinvolte con la criminalità organizzata. Entrambi gli interventi fanno capo alla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, ma non sono in relazione tra loro.

A Scalea, sul Tirreno cosentino, sono stati arrestati, tra gli altri, il sindaco e cinque assessori della giunta comunale.1 A Lamezia, in provincia di Catanzaro, è indagato il senatore del Pdl Piero Aiello, la cui richiesta di arresto è stata rigettata dal giudice per le indagini preliminari. Tra gli arrestati, invece, c’è il vicepresidente della Sacal, società che gestisce l’aeroporto della città, ex consigliere provinciale del Pdl.2 Sia a Scalea, undicimila abitanti, che a Lamezia, settantamila, sono stati arrestati professionisti e imprenditori.

Fatti del genere, ultimi di una lunga serie, sono ritenuti mali cronici della società italiana e non destano per questo lo stupore e lo sgomento da cui, invece, dovrebbero essere naturalmente seguiti. Tuttavia, proprio perché costantemente ricorrenti, dovrebbero indicare i modi di fare criminali che ne sono alla base, come elementi costitutivi della società italiana, soprattutto meridionale. Quando scrolliamo le spalle di fronte all’ennesima retata di politici, amministratori, professionisti e imprenditori, complici di mafia o ‘ndrangheta o mafiosi essi stessi, affermiamo esattamente questo. Non c’è contrapposizione tra la società, maggioranza onesta, e i mafiosi, minoranza criminale. La prassi mafiosa dà forma a una porzione considerevole di società italiana attuale e il confine tra comportamenti ritenuti normali e modi mafiosi è sempre più sfumato.

Potrei accompagnare questi miei pensieri con citazioni varie, da Salvemini a Falcone a Gratteri, con statistiche e col sommario di fatti eloquenti, ma pure la tendenza a fare accademia su tali questioni concorre, ormai, a velare con le parole una realtà sulla quale è più che mai necessario agire. Detto in modo più diretto e brutale: basta con le chiacchiere.

Fascia del sindaco (iljournal.it)Un numero sempre più alto di amministrazioni comunali colluse con la mafia, quando non addirittura rette dai mafiosi direttamente, come nel caso di Scalea, in un tempo di crisi economica che sta cambiando l’Italia, dice in modo evidente che oggi il bottino ambito da mafia e ‘ndrangheta è il denaro pubblico, l’unico ancora disponibile in quantità rilevanti, soprattutto nell’Italia meridionale. I soldi pubblici sono la liquidità su cui mettere le mani perché ormai l’economia privata è quasi del tutto assente in vasti territori del Paese, soprattutto in provincia. Per la stessa ragione, bottino sono anche i piccoli istituti di credito, i cui depositi non sono denaro pubblico, ma certo formano una ricchezza collettiva ugualmente appetibile, soprattutto in tempi di crisi. Appetibile per la politica affarista e per le mafie, l’incudine e il martello.

La mutazione in soggetto principale o esclusivo dell’economia di un territorio, accade soprattutto ai comuni medio-piccoli, fino a ventimila abitanti (il 93,7% del totale), nei quali risiede metà della popolazione italiana.3 Si tratta, quindi, delle realtà sociali e amministrative più diffuse. Le quali, se aggredibili e aggredite dalla criminalità, si rivelano uno dei punti più deboli del Paese, il tessuto attraverso cui si espande e si radica la metastasi mafiosa.

L’economia di un territorio basata in gran parte sul denaro pubblico, gestito soprattutto dai comuni, perché i comuni sono ovunque, genera clientele di professionisti e imprenditori, che sono il terreno di coltura delle mafie o sono mafie esse stesse. Se cedessi al fare accademia, ora citerei l’organizzazione delle società feudali, ma non lo faccio, resisto. Mi limito a dire, però, che oggi, più che mai, criminalità mafiosa è frammentazione del potere statuale. Negare l’equazione è, ancora una volta, fare accademia.

In Italia ci sono oltre ottomila comuni, siamo certi che questo giovi al Paese? Al di là della dispersione di risorse umane ed economiche,4 un territorio così amministrativamente frammentato non è preda più facile delle mafie? Siamo certi che la criminalità organizzata si possa combattere solo con azioni di polizia e di sensibilizzazione culturale?

Non bastano la polizia e la cultura, l’una perché ridotta a rincorrere mulini a vento, l’altra perché non esiste se non è prassi. Urgono concretezza, nuovi assetti, regole stringenti, controlli accentrati.

Se la società italiana e quindi il territorio su cui essa vive sono ammalati di criminalità non è il caso di agire su di essi radicalmente, a partire dalla loro organizzazione amministrativa? Se la mafia è un male endemico, se il fare mafioso è un elemento costitutivo della società, perché Scalea e Lamezia dovrebbero cambiare dopo gli arresti delle scorse settimane? Davvero crediamo che basterà eleggere nuovi amministratori e tenere in carcere professionisti e imprenditori collusi perché Scalea e Lamezia, la Calabria, l’Italia migliorino? Può cambiare qualcosa senza che nulla cambi?

 

1 ‘Ndrangheta: arrestati sindaco e 5 assessori Scalea, in «ANSA.it», 12 luglio 2013; C. Macrì, Scalea, sindaco e 5 assessori arrestati per associazione mafiosa, in «Corriere della Sera.it», 12 luglio 2013; ‘Ndrangheta, 38 arresti in tutta Italia. In manette sindaco di Scalea e 5 assessori, in «il Fatto Quotidiano.it», 12 luglio 2013; R. Galullo, A Scalea c’è chi alza la voce di fronte alla cosca Muto di Cetraro, in «Il Sole 24 Ore.it», 25 luglio 2013
2 ‘Ndrangheta: 65 arresti Lamezia, politici e avvocati, in «ANSA.it», 27 luglio 2013; C. Macrì, Guerra alle cosche: 65 arresti a Lamezia Indagato Pietro Aiello senatore Pdl, in «Corriere della Sera.it», 26 luglio 2013
3 Istat, 15° Censimento generale della popolazione (9 ottobre 2011), p. 9
4 Primi risultati del censimento 2011, 12 maggio 2012

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1 commento

  1. Francesco Germano

    Non sono convinto che l’eliminazione delle piccole unità amministrative porterebbe a una riduzione delle infiltrazioni mafiose nella P.A. Non che ritenga le piccole unità indispensabili, la loro riduzione magari servirebbe ad altro, ma faccio fatica a legarvi una preclusione ai fondi pubblici per il parassitismo mafioso. Lamezia è una città, come Palermo, Milano e Roma; nessuna può dirsi estranea alle partecipazioni mafiose. Piuttosto, più alto è il livello dell’unità amministrativa, più alto è il livello dei soggetti infiltrati.
    Il problema è il denaro pubblico, del quale gli enti pubblici dispongono in maniera troppo libera e discrezionale, a carico ed in danno del lavoro privato. I ricavi del lavoro non devono alimentare il parassitismo pubblico ma devono alimentare lo stesso lavoro, la ricerca, la qualità della produzione. I fondi pubblici devono essere destinati alla previdenza, il vero ostacolo per la produzione. Gli spazi si ridurrebbero.

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