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«Chi semina nelle lacrime
mieterà con giubilo».

Cosa vuol dire il quinto verso del Salmo 125? È una constatazione oppure l’indicazione di un itinerario ineluttabile? Senza le lacrime non c’è il giubilo? Un detto di Gesù, nella tradizione del vangelo di Giovanni (12, 24), approfondisce il tema e indica cosa deve accadere perché alla semina segua la mietitura:

«Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto».

Senza la morte non c’è il frutto, quindi non c’è mietitura e non può esserci giubilo. Ora il percorso è più chiaro, c’è una direzione: inizia da ciò che è considerato male e si compie in ciò che è pensato come bene.

 

Brown, InfernoInferno è il romanzo di Dan Brown ispirato alla prima cantica della Commedia di Dante Alighieri. Sarebbe in errore, tuttavia, chi si aspettasse un testo pieno di diavoli e peccatori, di fiamme e pece bollente, di «voci alte e fioche, e suon di man con elle». L’inferno dantesco orna la trama di Brown non come canovaccio di un andare analogo, ma come prima tappa del viaggio che ha portato il poeta fiorentino fino al cospetto di Dio. Ritrovatosi nella «selva oscura», Dante ha potuto «riveder le stelle» e giungere al «fulgore» della «luce etterna» solo attraversando l’inferno, il cupo e doloroso luogo dei dannati. Il suo procedere è stato dal sommo male al sommo bene. «La via del paradiso passa per l’inferno. Ce lo ha insegnato Dante». Vuol dire che all’uno non si giunge senza l’altro?

Gran parte della vicenda di Inferno si svolge a Firenze, in Palazzo Vecchio. Rimane però sullo sfondo il campanile a punta della Badia. È il luogo del prologo e del fatto che incombe sull’intero romanzo. Un suicidio, sigillo dell’Inferno, della salvezza, del futuro. C’è subito un itinerario, il cui senso, più che la forma, coincide con quello di Dante.

 

LA VERITÀ È VISIBILE SOLO ATTRAVERSO GLI OCCHI DELLA MORTE.

 

Inferno è un’altra avventura del professore americano Robert Langdon, questa volta meno lucido e meno protagonista che nelle vicende precedenti. Il tema è la necessità del male. E subito una domanda incalza inquietante: se il male è necessario, cosa resta essere al bene? Le dispute alle origini del cristianesimo tra ortodossi ed eretici hanno prodotto una grande quantità di argomentazioni su questo, riproposte a distanza di secoli nel medioevo rigoglioso dei movimenti ereticali. Tuttavia, al di là delle suggestioni di un passato sempre stimolante, la questione centrale del romanzo di Dan Brown è piuttosto cosa è bene e cosa è male. Non in senso teoretico, ma pratico. Cosa è bene e cosa è male oggi, nel presente dell’umanità contemporanea? Da questo punto di vista, Inferno merita attenzione.

Gustave Doré, Le anime «lasse e nude» (particolare da Wikipedia)

«Per me si va nella città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente».

Si entra lentamente nell’intreccio creato da Brown. Robert Langdon si ritrova nella «selva oscura» di una vicenda e di una visione quanto mai intricate. Non è la lingua a condurre, una prosa ricercata, ma i fatti, narrati senza fronzoli. A volte la narrazione sembra rallentare, fermarsi su aspetti minori e quindi perdersi in vicoli ciechi. In realtà, si tratta di momenti del romanzo utili a dare la sensazione di un procedere stanco, ma solo perché la svolta e l’accelerazione successive siano più efficaci. In Inferno tutto sembra annunciato, e in un certo modo lo è, eppure si procede vivacemente di sorpresa in sorpresa. Solo alla fine, la visione d’insieme, chiarisce davvero il tutto. Dan Brown è un sceneggiatore più che un letterato. È un contemporaneo, che narra per successioni di immagini e suggestioni, descritte con prosa scarna e veloce. Non c’è ricerca e ricchezza linguistica perché il linguaggio usato è un altro. Sarebbe come aspettarsi da un impressionista il realismo del dettaglio.

Paul Fürst, Medico della peste, incisione del 1656 (Wikipedia)L’umanità aggrovigliata e dolente, popolo dell’inferno dantesco è la prospettiva che ha mosso l’azione di cui i fatti narrati da Brown sono conseguenze. Entra il medioevo nella trama, come tempo di una delle più grandi sciagure che hanno colpito gli uomini nel corso della storia. La peste nera. A metà del Trecento si diffuse in Europa una tremenda epidemia che uccise un terzo della popolazione. Milioni e milioni di persone, in pochi anni. Nei trattati sulla malattia il consiglio ultimo e pressante era: «Cito, longe fugeas et tarde redeas», ovvero «Cito longe tarde».1 In tre parole di allora risuona ancora l’eco tragica del terrore di uomini esortati a fuggire dal contagio assassino. La fuga unico rimedio. «Presto, fuggi lontano e ritorna tardi». «Presto lontano tardi». Le anime «lasse e nude» dell’inferno dantesco è come se avessero preannunciato la grande morte di alcuni anni dopo.

«Adesso chiedetevi: cosa seguì alla Morte Nera?
Tutti noi conosciamo la risposta.
Il Rinascimento.
La rinascita.
È sempre stato così. Alla morte segue la nascita.
Per raggiungere il paradiso, l’uomo deve attraversare l’inferno».

Torna il dilemma. Il male è necessario? Il male è la porta del bene?

 

Il vero protagonista di Inferno è Bertrand Zobrist, l’uomo dagli occhi verdi che nel prologo si uccide buttandosi dal campanile della Badia fiorentina. Muore subito, all’inizio, ma resta presente, fino all’epilogo, lucidamente tremendo, come l’opera a cui ha dedicato l’ultima parte della vita. È un esperto di ingegneria genetica, colto e molto ricco, ossessionato dalla crescita enorme della popolazione mondiale. Il tentativo di sventare il suo piano accuratissimo impegna Robert Langdon e gli altri personaggi del romanzo.

«La riduzione dello strato di ozono, la carenza d’acqua potabile e l’inquinamento non sono la malattia. Sono solo i sintomi. La malattia è la sovrappopolazione. E, se non si affronta di petto la questione, è come applicare un cerotto su un cancro in rapida crescita». Questo sostiene Zobrist.

Tutto induce a pensare che l’arguto e visionario genetista sia il cattivo di Inferno. Invece, nel romanzo di Brown il confine tra buoni e cattivi è molto sfumato, quando non addirittura variabile. Come, del resto, l’indicazione del bene e del male, il cui apparente scambio di natura è l’essenza dell’opera. La questione che sottende l’intera narrazione è cosa è bene e cosa è male oggi per l’umanità? La forma migliore per renderla nel racconto è stata mostrare i presunti buoni come non proprio tali e, allo stesso modo, i presunti malvagi come non proprio malvagi. La forza di Inferno è il dubbio, che si insinua nel lettore pagina dopo pagina.

Sento in questo l’eco lontana dei pensieri tremuli di un monaco vegliardo, figura di un medioevo letterario, verosimile quanto fantastico, secondo cui «videmus nunc per speculum et in aenigmitate e la verità, prima che faccia a faccia, si manifesta a tratti (ahi, quanto illeggibili) nell’errore del mondo, così che dobbiamo compitarne i fedeli segnacoli, anche là dove ci appaiono oscuri e quasi intessuti di una volontà del tutto intesa al male».2

 

IN QUESTO LUOGO, IN QUESTA DATA,
IL MONDO È STATO CAMBIATO PER SEMPRE.

 

A Bertrand Zobrist si oppone, in un confronto drammatico, Elizabeth Sinskey, direttrice dell’Organizzazione mondiale della sanità, la bella signora dai capelli d’argento. Sinskey è sterile, a causa di un farmaco assunto quando era bambina. La vicenda sarebbe rimasta tutta in ambito scientifico, medico e genetico, se Zobrist non avesse nutrito una passione per la storia e, soprattutto, per Dante Alighieri e la sua Commedia. Questo tratto del ricco e potente genetista ha determinato il coinvolgimento del professor Robert Langdon.

Istanbul, Testa di Medusa nel Yerebatan Sarayi (yorumla.net)Zobrist ha nascosto il luogo dove si compie la sua opera in una serie di enigmi, per svelare i quali è necessario conoscere Dante, la sua Commedia, il medioevo. La ricerca si svolge di segno in segno, dalla Mappa dell’inferno dantesco di Botticelli, modificata; all’affresco di Giorgio Vasari nel Salone dei Cinquecento, in Palazzo Vecchio (Battaglia di Marciano in val di Chiana), con la scritta misteriosa «CERCA TROVA»; alla maschera mortuaria di Dante. Infine versi, non in rima, scritti da Zobrist a formare una spirale. Iniziano con una terzina di Dante (Inferno IX 61-63) e proseguono con indicazioni di ulteriori segni da interpretare per trovare il luogo in cui «il mondo è stato cambiato per sempre». Che i versi di Zobrist non siano in rima, nella forma della terzina dantesca, è una caduta stilistica di Inferno che Dan Brown — anche il Dan Brown ‘impressionista’ che dicevo prima — avrebbe dovuto evitare. In un romanzo impregnato di Dante, se devono esserci versi o sono terzine in rima incatenata o non ci sono.

Il genetista visionario e dantomane, ossessionato dalla crescita della popolazione mondiale, ha creato un vettore virale il quale, partendo da un certo luogo, a una certa data si sarà diffuso in tutto il pianeta. Robert Langdon deve aiutare Elizabeth Sinskey a impedire che ciò accada. Al suo fianco si trova una giovane donna, il cui fascino, però, non è quello di Sophie Neveu. Ora lo storico è solo. L’azione del romanzo iniziata a Firenze, si sposta, di enigma in enigma, prima a Venezia poi a Istanbul, seguendo la quarta crociata e la magnificenza che fu di Costantinopoli. Si conclude su un aereo che riporta Langdon negli Stati Uniti, a casa. Il professore in volo guarda dal finestrino prima di addormentarsi: «il cielo era diventato un arazzo scintillante di stelle». Dan Brown non ha saputo resistere alla tentazione di chiudere Inferno con la stessa parola utilizzata da Dante per la chiusura delle tre cantiche della sua Commedia.

«I luoghi più caldi dell’inferno
sono riservati a coloro
che in tempi di grande crisi morale
si mantengono neutrali».

Maschera mortuaria di Dante Alighieri (ioamofirenze.it)Il «sugo», tuttavia, non è nell’epilogo sull’aereo, ma alcune pagine prima: «posso anche non essere d’accordo con i metodi di Zobrist, ma la sua valutazione della situazione demografica mondiale è corretta. Se riusciremo a neutralizzare il virus di Zobrist senza avere un valido piano alternativo, ci ritroveremo al punto di partenza». Sono parole di Elizabeth Sinskey, direttrice dell’OMS, l’Organizzazione mondiale della sanità, personaggio antagonista del genetista dagli occhi verdi, suicida nel prologo. Non ci sono i templari e non c’è il Graal in Inferno, ma l’essenza della ricerca è sempre oltre i simboli e i loro significati, significanti essi stessi di altro, non necessariamente per nulla o meno enigmatico dei rimandi. Cosa è bene e cosa è male oggi, nel presente dell’umanità contemporanea?

 

«Or, se le mie parole non son fioche,
se la tua audienza è stata attenta,
se ciò ch’è detto a la mente revoche,
in parte fia la tua voglia contenta,
perché» saprai che dice il romanziere
e come sul male utile argomenta,
mostrando che il bene, sì grande nocchiere,
oltre le troppe ciarle di vane favelle,
sempre dimora in operoso cantiere.
Insomma, non luccicano solo le stelle.

 

 

1 Della peste e dell’esortazione «Cito longe tarde» è intessuto F. Vargas, Pars vite et reviens tard, 2001; in it. Parti in fretta e non tornare, trad. di M. Balmelli e M. Botto, Einaudi, 2004 e 2006
2 U. Eco, Il nome della rosa, 1980, Prologo

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2 commenti

  1. Il prof. Langdon sta decisamente simpatico ad una giovane donna come me, per varie ragioni. MA… questa giovane donna, che si occupa un po’ di linguistica, prova un certo scoramento quando Robert a Vienna parla dell’ “italiano formale” dello stile tragico della letteratura nostrana del XIV. Robert, Robert… Uno storico vittima di un anacronismo: un colmo? No, un altro thriller!

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