Claude Monet, Impression. Soleil levant, 1872, particolare (marmottan.fr)Bandiere colorate, che una lunga fune tiene legate all’albero di una nave. Il vento le arrotola, le distende, le mostra, le nasconde a una vista che guardi dalla banchina del porto. Sono immerse nella luce di un sole che riesce a spuntare tra le nuvole bianche.

L’arte è sottrazione. È qualcosa che somiglia a un non finito fisico o concettuale. È accenno, è annuncio. Fissità apparente di un attimo, il cui moto continua nella mente e nel cuore di chi osserva. L’arte è astrazione. Non sono solo i dettagli, più o meno presenti, a narrare, ma ciò che manca. L’arte è disvelamento. Ma non vuol dire mostrare, piuttosto evocare, saper indicare, riuscire a vedere. «Beati sono coloro che vedono il bello in posti semplici e umili dove gli altri non vedono nulla» (Camille Pissarro).

colori mossi
sulle barche in rada
zuppi di luce

 

Ci sono due dipinti di Eugène Boudin (1824-1898), estremi di un percorso artistico che precorre l’impressionismo e poi si confonde con esso. Sono due tavole, Festa nel porto di Honfleur, del 1858, e Barche in rada a Trouville-Deauville, databile al 1895-1896. Li tiene insieme il soggetto: imbarcazioni abbellite con bandiere colorate. Li rende estremità la rappresentazione del soggetto stesso: ancora descrittiva nel primo caso, del tutto evocativa nel secondo. Lungo il percorso c’è la maturazione artistica di Boudin, ma anche l’affermazione dei pittori detti impressionisti e quindi di un gusto nuovo che proprio Boudin aveva contribuito a formare.

Eugène Boudin, Festa nel porto di Honfleur, 1858 (nga.gov)

Le due tavole fanno parte della collezione della famiglia Mellon, statunitense. Andrew William (1855-1937) e i figli Ailsa (1901-1969) e Paul (1907-1999). Il capostipite Andrew, imprenditore, finanziere, banchiere e politico molto abile, ha fondato la National Gallery of Art di Washington con la donazione della sua personale raccolta d’arte, a cui sono seguiti i lasciti di altre collezioni private americane. Il museo fu istituito dal Congresso degli Stati Uniti nel 1937 e inaugurato nel 1941.

Una selezione della raccolta di dipinti impressionisti e postimpressionisti della National Gallery of Art di Washington, la cui parte cospicua proviene dalla collezione Mellon, è in mostra a Roma al Museo dell’Ara Pacis fino al 23 febbraio 2014, occasione unica di ammirarla in Europa.

Eugène Boudin è maestro della pittura «en plein air», all’aria aperta, immediata, rapida, per fissare la luce e i colori del momento, di quel momento. Diceva: «Tre colpi di pennello dal vivo valgono più di due giorni di lavoro al cavalletto». Non è il dettaglio a fare l’opera, ma la visione d’insieme. Pittura «en plein air», dunque, non come indicazione del luogo, ma del soggetto. Boudin ha dipinto le suggestioni cromatiche della Normandia, aperta sull’Atlantico. In quella terra, a Le Havre, lo incontrò nel 1858 il giovane Claude Monet (1840-1926). Con Boudin Monet iniziò a dipingere «en plein air». L’esito della nuova esperienza artistica è chiaramente espresso dall’unica opera di Monet in mostra all’Ara Pacis, Argenteuil, del 1872. Non c’è un soggetto se non l’aria aperta. C’è la luminosità rarefatta del cielo, il riflesso nell’acqua, i raggi che filtrano dalla vegetazione. In una parola, c’è la luce. Monet, forse più degli altri, ha dipinto la luce.

Claude Monet (marmottan.fr)Impressionisti. Dipingevano all’aperto, soggetti quotidiani, la vita moderna. Aspiravano alla beatitudine di Pissarro, cercando il bello dove gli altri, tutti gli altri, non lo vedevano. Erano nuovi perché erano diversi. Rifiutati dalle istituzioni artistiche accademiche, organizzarono nel 1874 a Parigi una loro mostra autonoma. Claude Monet, Eugène Boudin, Edgar Degas, Camille Pissarro, Auguste Renoir, Alfred Sisley, Berthe Morisot, Giuseppe De Nittis. Furono detti impressionisti da un dipinto di Monet del 1872, Impression. Soleil levant, una veduta del porto di Le Havre, dove non c’è altro che colore. Uno schizzo, avrebbero detto sprezzanti i detrattori. Un’impressione, appunto. E impressionisti è stata per un periodo una definizione dispregiativa. Fino al 1877, quando gli stessi pittori «en plein air» la accolsero per la loro terza esposizione.

Claude Monet, Argenteuil, 1872 (nga.gov)

La mostra del 1874, dove si manifestò il nuovo movimento artistico, fu allestita nello studio in ferro e vetro del fotografo Nadar (Gaspard-Félix Tournachon), al numero 35 di Boulevard de Capucines. A pochi passi da lì, nel 1895 avrà luogo la prima proiezione dei fratelli Lumière. Fotografia, pittura impressionista, cinema, quasi in una sovrapposizione di concetti, di esperienze, di luoghi. Tutto a Parigi, centro, fucina, motore di quella modernità. Mentre nelle accademie si ricapitolava con sussiego la tradizione, fuori andava formandosi un gusto artistico nuovo, frutto di nuove idee, di nuove tecniche, di nuovi mezzi. Nasceva un altro «secol novo», che sarebbe durato almeno per tutto il Novecento. La tradizione artistica era rinvigorita da contenuti nuovi. Poteva continuare così — tradere — per le generazioni più giovani.

Auguste Renoir, Cogliendo fiori, 1875 (nga.gov)

I dipinti della National Gallery of Art di Washington in mostra a Roma al Museo dell’Ara Pacis raccontano l’impressionismo, dalle premesse agli esiti. Dicono anche il gusto e gli interessi della famiglia Mellon, dalla cui raccolta privata provengono la gran parte delle opere. Andrew, Ailsa e Paul amarono gli impressionisti. Tuttavia, con intento quasi didattico, vollero affiancare a Renoir, Manet, Monet, Pissazzo pittori come Henri Fantin-Latour (1836-1904), che scelse il dipingere realistico. Spiccano nella mostra due sue opere, Natura morta con pesche, del 1868, e Natura morta con uva e garofano, del 1880 circa. Il realismo quasi caravaggesco di Fantin-Latour chiarisce per contrasto l’impressionismo delle nature morte di Auguste Renoir (1841-1919) e Paul Cézanne (1839-1906). Alle pesche realistiche si affianca la Natura morta con piatto di pesche di Renoir, del 1902-1905. L’identico soggetto fa osservare da una parte forme, dall’altra colori.

Édouard Vuillard, La conversazione, 1891 (nga.gov)

L’impressionismo è stato pittura «en plein air». Ciò che è seguito ha prediletto gli interni, è tornato alla riflessione sul cavalletto. Calude Monet: «Un giorno Boudin mi disse: “Impara a disegnare e ammira la bellezza del mare, della luce, del cielo blu”. Ho seguito il suo consiglio». Bonnard: «Non si tratta di dipingere la vita, ma di rendere vivente la pittura». I Mellon hanno scelto Pierre Bonnard (1867-1947) ed Édouard Vuillard (1868-1940) come rappresentanti degli esiti della pittura impressionista. È la generazione successiva ai Monet, ai Renoir. Ora la luce non è più soggetto, ma strumento.1 I chiari e gli scuri sono simboli, i colori esprimo stati d’animo. L’arte è ancora sottrazione e disvelamento, ma il modo di evocare è cambiato. La fissità apparente dell’attimo non cerca di raggiungere l’animo attraverso la natura rigogliosa. L’attimo è segno di un moto interiore. Ora la pittura è linguaggio dell’individualità. L’impressionismo ha spalancato le porte al Novecento.

nuvole basse
nella camera grigia
preme la vita

 

Appendice

Ho visitato la mostra Gemme dell’impressionismo al Museo dell’Ara Pacis sabato 2 novembre, undici giorni dopo l’inaugurazione. Sono entrato alle 15 circa e mi sono trattenuto oltre due ore. Alla biglietteria ho chiesto l’audioguida, ma non ho potuto averla. Mi è stato detto: «Non le diamo perché sono tutte scariche. Sa, le pagate, poi non potete usarle, meglio non darle proprio». A dire il vero, meglio sarebbe che un museo di Roma non fosse in tali condizioni, per giunta nel sabato pomeriggio del ponte di Ognissanti.

Vado spesso alle mostre d’arte e, in genere, al biglietto d’ingresso è accompagnato un piccolo opuscolo informativo, più come atto di cortesia, ovviamente, che di supporto critico. Questa volta niente. Niente audioguide, niente opuscolo.

Entro, irritato, ma fiducioso che i dipinti mi avrebbero rasserenato. In parte così è stato, alcuni sono di mio particolare gradimento. Tuttavia, da subito, ho notato che l’illuminazione è mediocre. Eppure, a Roma sono capaci di fare meglio. Cito come esempio la mostra su Antonello da Messina alle Scuderie del Quirinale del 2006.

All’uscita acquisto il catalogo, di De Luca Editori d’Arte. Ennesimo colpo alle opere della National Gallery of Art di Washington. La stampa dei dipinti è di scarsa qualità, sono sensibilmente alterate la luminosità e i toni dei colori. Per qualsiasi dipinto sarebbe grave, per gli impressionisti, pittori della luce, lo è doppiamente. Non sono riuscito a non pensare che se opere di musei italiani andassero a Washington riceverebbero un trattamento e una valorizzazione decisamente migliori.

Infine, una considerazione sull’organizzazione del museo stesso. Sono previsti due ingressi distinti, quindi due biglietti: uno per la mostra di dipinti impressionisti, uno per l’Ara Pacis. Oppure un biglietto integrato, naturalmente di costo maggiore a quello della sola mostra. Risultato: dagli impressionisti la fila, dall’Ara Pacis pochi spaesati. Ora, capisco la sempre pressante necessità di denaro delle istituzioni italiane che dovrebbero aver cura dei beni culturali, ma evitare la contaminazione tra l’arte antica dell’Ara Pacis e le mostre del piano di sotto mi sembra un’operazione indegna del patrimonio storico e artistico italiano, che continuiamo a non meritare.

Peccato.

 

1 Sulla luce soggetto o strumento vedi anche Caravaggio, 2. Luce protagonista, 14 gennaio 2012

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2 commenti

  1. Mi chiedo, nel paese con la più alta concentrazione di cellulari d’Europa è tanto difficile creare una app della mostra? Ad un costo irrisorio, diciamo un euro, si potrebbero autorizzare i moderni smartphone a connettersi alla rete WiFi del museo così da poter accedere ai file audio della guida. Ognuno responsabile delle sue batterie, nessun problema per l’uso promiscuo dei classici lettori delle audioguide e, per chi non è tanto avvezzo alla tecnologia, offrire queste ultime in alternativa. Con il vantaggio di una minor richiesta, minor uso e (forse) batterie cariche.
    Questo perché i nostri musei soffrono sempre la costante carenza di fondi, altrimenti, in realtà, la guida audio dovrebbe essere gratuita e disponibile a tutti. Magari diffusa in FM così che chiunque, con una semplice radiolina o un telefono cellulare possa usufruirne. Come ho visto fare nel 1996 (17 anni fa…) a Londra. Ma quello era il museo delle cere degli artisti del Rock…

    • Infatti! Vuoi mettere il museo delle cere degli artisti del Rock con l’Ara Pacis e gli impressionisti?! Dai! Ma soprattutto, vuoi mettere Londra con Roma?! La quantità e la qualità di beni culturali che sono oltre Manica e le quattro pietre e due croste che sono sul Tevere?! Pensa: loro hanno gli autobus rossi a due piani e le cabine telefoniche rosse, il 221B di Baker Street, la birra, lo scotch, i pub, la regina Elisabetta. A Roma cosa c’è? L’unico confronto che potrebbe finire pari è sulle antichità: alla regina Roma può contrapporre l’attuale inquilino del Quirinale.

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