Chi ha ucciso John Fitzgerald Kennedy? Chi sono gli esecutori dell’assassinio e chi i mandanti? È stato Lee Oswald da solo a pensare e mettere in atto il delitto? A cinquant’anni dalla morte del presidente Kennedy queste domande non hanno ancora risposte condivise.

John Fitzgerald Kennedy (jfklibrary.org)La versione ufficiale recita, ormai come una giaculatoria, che il folle Oswald è l’unico colpevole e che, quindi, il caso è chiuso. Invece, gli elementi emersi fin dagli anni successivi al 1963, soprattutto nel corso delle indagini condotte dal procuratore distrettuale di New Orleans Jim Garrison,1 mostrano il coinvolgimento di più persone, sia nel concepire il delitto, sia nell’attuarlo. Tuttavia, il clamore, la questione e la contesa non sono tanto in questo, quanto nella sempre più evidente responsabilità di pezzi dello stato. I colpevoli sarebbero uomini delle istituzioni statunitensi, che la natura del delitto commesso rende congiurati. In altre parole, l’assassinio di Kennedy sarebbe un vero e proprio colpo di stato cruento, un regicidio d’altri tempi.

Insomma, cinquant’anni dopo gli spari di Dallas del 22 novembre 1963 e la morte del presidente Kennedy il caso è tutt’altro che chiuso. Lo sarà quando gli interessi che lo hanno prodotto avranno meno potere di quanto non ne abbiano avuto finora. Oppure quando gli stessi interessi non saranno più compromessi dall’affermazione finalmente ufficiale e unanime che John Kennedy è stato vittima di pezzi di stato in conflitto con la sua politica pacifista e riformatrice.

La condizione pratica perché il caso Kennedy si chiuda, al di là delle condizioni politiche ed economiche generali, è che gli archivi di stato USA rendano consultabili i documenti governativi che riguardano il fatto. Alcuni sono stati declassificati e sono a disposizione di chi vuole studiarli. Si tratta, ancora, di carte minori che non bastano a chiarire il tutto. Sono comunque utili a formare la visione di insieme, il contesto nel quale, quando sarà possibile, saranno inseriti i dettagli fondamentali.

Tra i documenti declassificati ce n’è uno pubblicato alcuni anni fa da Paolo Mastrolilli e Maurizio Molinari. Di seguito riporto il paragrafo in cui i due autori se ne occupano. Si tratta di «un rapporto riguardo alle caratteristiche e le possibili origini del fucile usato nell’attentato», chiesto dal ministro della Difesa italiano di allora, Giulio Andreotti. La data è il 31 dicembre 1963.

Non è noto perché il ministro Andreotti abbia chiesto agli USA una tale documentazione, ma non per questo il rapporto è di minore interesse. Nei giorni dopo l’assassinio, la vulgata giornalistica indicava confusamente il fucile italiano Carcano come arma del delitto. Alla luce di questo, il documento induce a supporre che Andreotti abbia voluto dalle autorità USA un rapporto dettagliato sul modello dell’arma e sulla provenienza proprio perché fosse chiaramente e autorevolmente escluso ogni possibile coinvolgimento italiano. Visto il clamore suscitato dall’assassinio di Kennedy, ma soprattutto visto lo sviluppo della vicenda e la nebbia che l’andava avvolgendo, è verosimile che Andreotti abbia pensato bene di tirar fuori l’Italia da eventuali possibili impicci internazionali e anche se stesso in quanto ministro della Difesa. Difficile escludere che Andreotti, intorno all’uccisione di Kennedy, abbia sentito puzza di caccia al capro espiatorio e sia intervenuto in modo preventivo. Sempre memore della massima ascoltata dal cardinale Marchetti Selvaggiani: «A pensar male del prossimo si fa peccato, ma si indovina».

 

Paolo Mastrolilli – Maurizio Molinari
L’Italia vista dalla Cia
1948-2004
Laterza, 2005

Andreotti e il delitto Kennedy

«Non sappiamo perché il ministro della Difesa Andreotti abbia voluto questo rapporto», scrive perplesso l’agente della Cia. Forse credeva che il fucile con cui fu ucciso John Kennedy a Dallas provenisse dall’Italia?

Il documento che considera questa ipotesi è classificato «segreto» e porta la data del 31 dicembre 1963. Poco più di un mese prima, il 22 novembre dello stesso anno, si è conclusa l’epopea di «Camelot» con gli spari di Lee Harvey Oswald, ma le indagini sull’omicidio del presidente americano non sono andate oltre la cattura del responsabile immediato e del suo assassino Jack Ruby. Chi c’è dunque dietro quei colpi di fucile? Una potenza straniera? Una cospirazione interna? Un intrigo domestico con complicità internazionali?

Dispaccio USA sul fucile del delitto Kennedy (pdf)«Poco dopo l’assassinio del presidente Kennedy — riferisce il documento della Cia — il ministro italiano della Difesa Andreotti ha richiesto un rapporto riguardo alle caratteristiche e le possibili origini del fucile usato nell’attentato. Non siamo riusciti ad accertare la ragione esatta per cui lo ha voluto, o quale uso ne abbia fatto. Qui sotto, comunque, ne riportiamo il contenuto». Quella che segue è una storia di traffici legali di armi, abbastanza bizzarra da attirare l’attenzione prima di Andreotti e poi dei servizi segreti americani. «Il fucile che pare sia stato usato nell’attacco criminale contro il presidente Kennedy — spiega il testo — è un Modello 91, calibro 7.35, modificato nel 1938. La descrizione apparsa sulla stampa italiana e internazionale di un Mannlicher Carcano è un errore. Il Modello 91 è un fucile di origine austriaca, derivato dallo Steyer. Il Mannlicher invece è un’arma ungherese, il cui caricatore è stato adottato dal Modello 91 italiano. Carcano era il tecnico specializzato di una fabbrica di Terni che, nel 1890-91, aveva modificato il pezzo austriaco da cui deriva quello italiano. In breve, il fucile 91 è una combinazione di varie armi straniere: caricatore Mannlicher, modello Steyer, otturatore Mauser, eccetera».

Ma è questa l’arma del delitto? «Alcuni resoconti indicano un Modello 91 calibro 6.5 modificato nel 1941, e altri un 7.35 modificato nel 1938. Ma il tipo di arma usata nell’assassinio Kennedy non è ancora noto, almeno in Italia, e in ogni caso il telescopio fissato sul fucile non è italiano e non è stato montato là». Dunque che giro ha fatto il Modello 91 prima di finire nelle mani di Oswald, ammesso che sia davvero quello usato a Dallas? «Nel 1958 le autorità militari italiane decisero di eliminare tutti i Modello 91, calibro 6.5 e 7.35, dichiarandoli obsoleti. L’esercito e l’aviazione si accordarono per disfarsi di queste armi tramite una regolare gara. La marina, invece, agì in maniera indipendente e nel febbraio 1959 consegnò all’azienda Pietro Beretta di Gardone Val Trompia, sulla base di uno scambio, circa 26.000 Modello 91 calibro 6.5, che Beretta esportò negli Stati Uniti tra l’agosto e il novembre del 1960, consegnandoli alla Comir Creation di New York».

L’arsenale dismesso dall’esercito ha seguito un’altra strada, ma è finito comunque sull’altra sponda dell’Atlantico: «La fornitura consisteva in 570.000 fucili, pronti all’uso e non. Tre ditte americane, la Adam, la Interarmco e la Sidem International, avevano fatto offerte per comprarli in blocco. Dopo difficili negoziati e numerosi problemi, nell’aprile del 1960 la Adam aveva vinto il contratto e cominciava a ricevere le consegne. Tramite il suo rappresentante legale in Italia, l’avvocato Alberto Bagnasco, l’azienda aveva fatto modificare le armi dal Laboratorio Riva di Storo, in provincia di Trento, cambiando la canna e operando altri mutamenti minori per renderle più accettabili al pubblico americano. Quindi la Adam aveva trasportato negli Usa circa 100.000 fucili in più riprese, lanciandoli sul mercato con un’intensa campagna pubblicitaria. Li aveva comprati in Italia per un prezzo medio tra 1,10 e 4,50 dollari l’uno, e li aveva rivenduti negli Usa al prezzo minimo di 9,95 dollari e massimo di 29,95».

Il killer di Kennedy, insomma, potrebbe aver comprato l’arma del delitto, riciclata dall’Italia, per meno di 10 dollari. A un tratto, però, le consegne si erano interrotte perché i fucili non funzionavano bene, e la disputa tra l’azienda americana e le autorità militari italiane era finita in tribunale per violazione del contratto. L’autore del rapporto informa di avere due modelli delle armi vendute sul mercato Usa: «Sono tutti fucili a ripetizione ordinari. Ogni pezzo ha il numero di serie, l’anno di fabbricazione, la scritta `made in Italy’ e il nome del produttore». Quindi avverte: «Bisogna sottolineare che tra il 1935 e il 1945 diverse centinaia di migliaia di fucili Modello 91 di origine italiana scomparvero in Africa orientale, Nordafrica, Spagna, Grecia, Jugoslavia, Russia e altrove. Molti di essi furono presi dalla popolazione locale, e anche i governi di vari paesi ne hanno rivenduto una quantità all’insaputa delle autorità italiane». L’arma che ha sparato a Dallas, insomma, può essere arrivata negli Stati Uniti dagli angoli più impensabili del mondo. Perciò l’autore dell’informativa, pensando alle indagini in corso sull’omicidio Kennedy, conclude: «Ci viene suggerito che forse voi vorreste passare una copia di questo rapporto all’Fbi e al Secret Service».

 

1 J. Garrison, On the Trail of the Assassins, 1988, in it. JFK. Sulle tracce degli assassini, trad. di Claudio Mussolini, Sperling & Kupfer, 1992

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